
Uno degli aspetti più controversi, in relazione all’andamento delle price action e correlazioni, di questa prima metà dell’anno, è il rapporto tra andamento del dollaro rispetto alle condizioni di risk on – risk off, che abbiamo vissuto sui mercati. All’inizio del 2025, in molti lo ricorderanno, in occasione delle minacce da parte della nuova amministrazione Usa relativamente alle tariffe commerciali, le borse perdevano quota e il dollaro scendeva, in un rapporto di correlazione diretta abbastanza scontato. Da metà aprile le cose sono radicalmente cambiate, con Wall Street che ha iniziato il recupero per arrivare quasi sui precedenti massimi storici, dove si trova ora. Le ragioni sono da ricercare nelle proroghe che Trump ha concesso ai partner commerciali, prima di una eventuale applicazione dei dazi reciproci, rappresentati nella ormai famosa tabella mostrata ai giornalisti nel giorno del Liberation day il 2 aprile. Si potrebbe pensare quindi che il dollaro, per correlazione diretta, sarebbe dovuto tornare verso i livelli di partenza di inizio anno, in area 1.0200, ed invece il biglietto verde ha perso ancora terreno arrivando al test di 1.1580 prima di correggere qualche posizione. Come mai la correlazione è cambiata ? Le ragioni sono da ricercare nel fatto che, una volta che il mercato ha assorbito la questione dei dazi, si sia concentrato sui dati Usa che hanno evidenziato un leggero rallentamento che però ha indotto a pensare che prima o poi la Fed si sarebbe mossa sui tassi di interresse (al ribasso), il che è stato considerato positivamente dai listini azionari Usa, per via della logica conseguenza di minori oneri per le aziende finanziate. Sui cambi invece, l’idea che è emersa ha riguardato la necessità di indebolire il biglietto verde sia per aggiustare, almeno in parte, l’enorme deficit commerciale, sia perché a tendere la forbice dei tassi sarebbe scesa rispetto ad altre valute, rendendo meno appetibile il biglietto verde. E in aggiunta, la discesa della valuta statunitense è stata alimentata dal mercato obbligazionario che ha visto un sell off di titoli Usa con rendimenti in salita che hanno avuto come principale vittima la valuta americana.
L’EQUILIBRIO REGGE.
Le azioni Usa, ieri , sono rimaste intorno allo zero, in fase di congestione e non lontane dai massimi storici, in un contesto che pare una congestione mentre a livello globale non sembrano esserci ancora sviluppi sul fronte dei negoziati commerciali, al di là di promesse e parole. Il Presidente Trump ha confermato una telefonata con il Presidente Xi Jinping, che entrambe le parti hanno definito positiva, risollevando parzialmente il sentiment degli investitori. Tuttavia, la mancanza di risultati concreti dalla conversazione e la perdurante incertezza. Nel frattempo, le azioni Tesla sono crollate di quasi il 9% dopo l’intensificarsi delle tensioni e irritazioni reciproche tra Trump ed Elon Musk, con Trump che ha espresso delusione per la posizione di Musk sulla sua proposta di legge sulla politica fiscale. Le preoccupazioni sul mercato del lavoro hanno pesato relativamente, con le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione salite a 247.000, il numero più alto in otto mesi, e la crescita delle buste paga nel settore privato deludente. I mercati sono ora concentrati sul rapporto sull’occupazione di venerdì per ulteriori indizi sull’economia..
IL DOLLARO RESTA SOTTO PRESSIONE .
Il biglietto verde, ieri, contro le principali valute, sembrava potesse tornare sui minimi dell’anno in area 1.1580, ma si è fermato a 1.1492 per poi riscendere a 1.1530 dove lo troviamo questa mattina. La sensazione che per la divisa Usa vi sia un tentativo di recupero è forte e quel che sorprende è la perdita di momentum ribassista. Vedremo se vi sarà qualche recupero ulteriore con obiettivi a 1.1360 e 1.3490 rispettivamente per euro e sterlina, mentre hanno ripiegato anche le oceaniche. Jpy e Cad invece sono rimaste forti, correggendo meno contro il biglietto verde. C’è molta tensione sulle valute, più che sugli altri asset che invece mostrano una tenuta del risk on.
JOBLESS CLAIMS
Le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti sono aumentate di 8.000 unità, raggiungendo quota 247.000 nella settimana conclusasi il 31 maggio, in aumento rispetto al dato rivisto della settimana precedente di 239.000 e in contrasto con le aspettative del mercato che si aspettavano un calo a 235.000. Questo numero segna il livello più alto dalla prima settimana di ottobre 2024, evidenziando i primi segnali di rallentamento del mercato del lavoro in un contesto di persistente incertezza economica. Nel frattempo, le richieste di sussidi di disoccupazione continuative sono leggermente diminuite, attestandosi a 1.900.000 nella settimana conclusasi il 24 maggio, in calo rispetto al dato rivisto di 1.907.000 e al di sotto delle aspettative di 1.910.000.
USA MIGLIORA IL DEFICIT COMMERCIALE.
Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti si è ridotto drasticamente a 61,6 miliardi di dollari ad aprile 2025, il livello più basso da settembre 2023, rispetto al disavanzo di 138,3 miliardi di dollari di marzo. Le importazioni si sono ridotte del 16,3%, raggiungendo il minimo degli ultimi sei mesi a 351 miliardi di dollari, dopo aver raggiunto un massimo storico di 419,4 miliardi di dollari il mese precedente in previsione di ulteriori annunci di dazi ad aprile. I cali maggiori si sono registrati negli acquisti di prodotti farmaceutici, autovetture, telefoni cellulari e altri articoli per la casa. Nel frattempo, le esportazioni sono aumentate del 3%, raggiungendo il livello record di 289,4 miliardi di dollari, trainate dalle vendite di prodotti finiti in metallo, oro non monetario e computer. Il disavanzo commerciale maggiore è stato registrato con la Cina (-19,7 miliardi di dollari), sebbene in forte calo rispetto al disavanzo di 24,2 miliardi di dollari di marzo. Anche il deficit con l’UE è crollato da 48 a 17,9 miliardi di dollari, mentre quello con il Vietnam si è leggermente ampliato (14,5 miliardi di dollari contro 14 miliardi di dollari).
LA BCE TAGLIA ANCORA.
La BCE ha tagliato i tassi di interesse chiave di 25 punti base nella riunione di giugno, sulla base delle previsioni economiche e di inflazione aggiornate. L’inflazione è vicina all’obiettivo del 2%, con proiezioni che indicano il 2,0% nel 2025 (contro il 2,3% precedente), l’1,6% nel 2026 (contro l’1,9% precedente) e il 2,0% nel 2027. L’inflazione core (esclusi energia e alimentari) è prevista al 2,4% nel 2025, per poi scendere all’1,9% nel 2026-2027. La crescita del PIL è prevista allo 0,9% nel 2025, all’1,1% nel 2026 (contro l’1,2% precedente) e all’1,3% nel 2027, sostenuta da redditi reali più elevati, mercati del lavoro solidi e investimenti pubblici in crescita, nonostante le incertezze sulle politiche commerciali che gravano sulle esportazioni e sugli investimenti delle imprese. L’analisi degli scenari mostra che le tensioni commerciali potrebbero ridurre la crescita e l’inflazione. La crescita salariale è ancora elevata, ma in rallentamento, e gli utili aziendali contribuiscono ad assorbire la pressione sui costi. La Presidente Lagarde ha affermato che la banca centrale si sta avvicinando alla fine di un ciclo, suggerendo che una pausa potrebbe essere all’orizzonte dopo la riduzione odierna. Buona giornata.
Saverio Berlinzani

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