
Continua la fuga dei cervelli dagli Stati Uniti verso la Cina dove già sono approdati altri cervelli USA e non solo. I cinesi stanno disegnando il futuro del mondo.
Stavolta è toccato al premio Nobel giordano-statunitense Omar Yaghi, che se ne andrà all’Università Tsinghua di Pechino, in Cina, dove si occuperà della scoperta di materiali utilizzando l’IA. Non è l’unico caso, spiega al ‘Sussidiario’ Giuliano Noci, prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano; anzi, è solo la conferma di un programma che ha dato la priorità allo sviluppo tecnologico e scientifico e che ha portato al rientro di docenti cinesi che erano andati a lavorare nelle università statunitensi.
Una vera e propria inversione di tendenza. La fuga dei cervelli dall’America è anche un effetto delle politiche di Trump contro le università, la ricerca e la presenza degli stranieri, visto che finora buona parte dell’innovazione americana ha avuto origine dallo sforzo di docenti provenienti da altre nazioni, dalla Cina come dall’India e dall’Italia. In Cina, d’altra parte, ci sono laboratori e strutture che l’Europa, ma anche, in parte, gli Stati Uniti, non si possono permettere, segno che il nostro futuro si sta disegnando lì e non altrove.
La scorsa settimana il presidente Xi Jinping ha convocato tutte le Academy of Science del Paese e ha ribadito un concetto che è chiaro dal 2015, quando è nato il piano Made in China 2025, e che oggi è diventato esistenziale: la Cina deve puntare sull’innovazione scientifica e tecnologica, che sono pilastri indispensabili per il futuro. Il presidente cinese, in ogni dichiarazione, prospetta il fatto che l’autonomia tecnologica sia l’obiettivo della Cina.
Il prof. Noce osserva che da qualche anno tutti i più importanti professori cinesi che lavoravano in prestigiose sedi universitarie americane sono tornati in madrepatria. Negli ultimi cinque anni ne sono rientrati diversi, mentre nei vent’anni precedenti questo fenomeno non aveva riscontri. Più che un sospetto, una certezza: il Partito li ha richiamati, chiedendo loro di servire il Paese. D’altronde, larga parte dell’innovazione scientifica sviluppata negli Stati Uniti è cinese o indiana e fa capo a docenti che poi sono stati naturalizzati.
La Cina vara numerosissimi programmi per attrarre talenti esteri e mette a disposizione finanziamenti per premi Nobel stranieri che vogliono lavorare nel Paese. Anche il nostro premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi lavora in due università cinesi. Pechino ha un piano chiaro e lo persegue con millimetrica precisione.
Il fenomeno è ormai assolutamente consolidato: la Cina è piena di cervelli. Gli scienziati trovano qualità di laboratori e tecnologie invidiabili, quantomeno per l’Europa e, in alcune discipline, anche per gli Stati Uniti. A Shanghai c’è un acceleratore di particelle che è due volte e mezzo più grande di quello del CERN di Ginevra.
Donald Trump c’entra assolutamente in quasi tutto quello che capita oggi nel mondo, anche in questo: ha tolto fondi alla ricerca, ha combattuto contro l’università, ha fatto capire che gli stranieri non sono graditi. Ci sono molti professori americani che vogliono venire da noi: se ne vogliono andare dagli USA, anche se sono abituati ad altri stipendi, che le università pubbliche italiane non si possono permettere.
In prospettiva, questa tendenza ci dice che la Cina sia molto attrattiva da un punto di vista scientifico e che paghi molto bene chi è in gamba non c’è dubbio. La Cina è la proiezione del futuro del mondo attuale; ha comunque gravi problemi, ma, dal punto di vista dello sviluppo tecnologico, in questo momento non teme confronti.
Anche gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno gravi problemi ma non trovano soluzioni adeguate come fa la Cina.
La ricerca scientifica, fiore all’occhiello del mondo occidentale, oggi si trasferisce in Cina dove raggiunge primati d’avanguardia.
Di fronte al cambiamento epocale che sta avvenendo, non è proprio il caso di continuare a ragionare con le contrapposizioni e con le logiche di superiorità tra le parti e con i campanilismi. Bisogna prendere atto che c’è una sola umanità sulla Terra con le sue diverse espressioni e che nell’umanità esistono principi e valori morali che hanno bisogno di affermarsi in tutto il mondo.
Salvatore Rondello

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