Pur se di una generazione di differenza, vengono entrambi dai DS (Zingaretti ha fatto in tempo anche a militare nella FGCI). Bergamasco di estrazione operaia classe 1978 Martina, romano classe 1965 figlio della piccola borghesia impiegatizia, con tanto di fratello maggiore più famoso (per adesso) Zingaretti. Da Calcinate, piccolo comune della laboriosa bergamasca al governo dell’Italia e poi alla reggenza del PD, Maurizio; Dalla Magliana e poi alla Montagnola, sposando la passione politica negli anni del liceo e facendone un impegno di vita, tra Roma e il Parlamento Europeo, per poi ritornare nuovamente a casa alla guida della sua Regione, Nicola. La cultura di base è abbastanza simile, ad un certo punto (non sappiamo bene ancora il perché) i DS decisero di dar vita ad un progetto più ampio, prendendo a modello l’esperienza ulivista, assieme alla Margherita e altre formazioni minori, fondando nel 2007 il Partito Democratico. Oggi nel momento di più profonda crisi di quel progetto (dal ma-anchismo alla vocazione maggioritaria veltroniana, passando per la reggenza della “ditta” Bersani-D’Alema-Fassino, fino all’epilogo del renzismo che ha rischiato seriamente di stravolgerne tanto la missione che la stessa esistenza) proprio ai due ex leader delle organizzazioni giovanili, ci si rivolge per tentare di “raddrizzare la baracca” e dare un nuovo slancio propulsivo al principale partito del centro-sinistra. Non sarà certo facile raggiungere i risultati di partecipazione ai gazebo degli anni precedenti, e questo è un problema che tutti e tre i candidati avvertono con una certa apprensione. Anche perché nel frattempo Martina e Richetti hanno già rotto il sodalizio per ragioni pare di poca rappresentanza dei “richettiani” nella futura assemblea nazionale, ma certamente le vicende legate alla famiglia Renzi debbono aver pesato e non poco visto che lo stesso nome “Renzi” non è apparso una sola volta nella relazione di Martina all’Ergife e evidentemente la cosa ha sancito una rottura, visto che Richetti ha fatto intendere ai suoi di votare per Giachetti. Insomma parrebbe che la strada per la vittoria di Zingaretti sia segnata, sia per meriti suoi (forte e incisivo il richiamo all’unità del partito e l’invito a ritornare a chi se n’era andato nel recente passato, il rispolvero dei temi classici della sinistra, lavoro, scuola, sanità, integrazione, infrastrutture, unito da un chiaro richiamo all’unità europea) che per qualche demerito degli avversari che non hanno saputo (o voluto?) fare massa critica attorno all’ex Presidente del Consiglio, vero e proprio convitato di pietra degli ultimi mesi di campagna per le primarie. Anche se ancora dallo stesso Zingaretti sono volate pesanti critiche al sistema di gogna mediatica alla quale la famiglia di Renzi è stata barbaramente e inutilmente sottoposta, proprio nel momento in cui l’altro Matteo, il ministro Salvini, veniva salvato dalla “democrazia in un server solo” alias piattaforma Rousseau. Critiche alle quali ci sentiamo di unire le nostre. La ben nota giustizia ad orologeria che finisce per evere effetti politici indesiderati (o forse il contrario…). Intanto un’altra boccata di ossigeno al centro-sinistra potrebbe venire dalle regionali sarde, dove Massimo Zedda se la sta giocando col candidato del centro-destra per la vittoria, con i 5 stelle che ribadiscono il calo dell’Abruzzo e che confermano sostanzialmente il tri-polarismo attuale, ma passando da prima a terza forza. Non male per gli apritori di scatolette di tonno. Il PD è chiamato a mobilitarsi il 3 di marzo, perché le due fondamentali leggi che reggono la politica italiana (1- il governo non dura fino alla fine della legislatura; 2- non può piovere sempre) potrebbero concatenarsi e verificarsi abbastanza presto.
Alessandro Silvestri

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