
Totò Cuffaro non è soltanto un ex Presidente della Regione Siciliana con due condanne sulle spalle.
È il prodotto più evidente di un sistema che trasforma il bisogno in dipendenza, la dipendenza in voto e il voto in potere.
La sua storia giudiziaria è nota: sette anni di condanna definitiva per favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto d’ufficio, quattro anni e undici mesi effettivamente scontati a Rebibbia.
Poi il ritorno sulla scena politica, la ricostruzione della Democrazia Cristiana, l’influenza sulle nomine, la presenza costante nei luoghi dove si decide.
L’ultima inchiesta sulla Sanità siciliana ha aggiunto un nuovo capitolo.
Cuffaro ha patteggiato tre anni per corruzione e traffico di influenze, da scontare ai Servizi Sociali dopo un periodo ai domiciliari.
La gip Ermelinda Marfia gli ha imposto il divieto di avvicinarsi a politici, dirigenti di Partito e figure istituzionali.
Una misura pensata per impedire la reiterazione del reato, non per punirlo oltre la pena.
Eppure, attorno a lui, si è riattivato un meccanismo che in Sicilia conosciamo bene: la trasformazione del condannato in vittima, della giustizia in persecuzione, del giudice in nemico.
I cuffariani non difendono un’idea di politica. Difendono un sistema di favori. Non gli interessa che Cuffaro abbia scontato quasi cinque anni di carcere, né che abbia patteggiato una nuova condanna. Ciò che conta è che continui a garantire accesso, posti, scorciatoie.
La loro reazione alla decisione della giudice Marfia è rivelatrice. Non contestano la sentenza in sé, ma il fatto che impedisca al loro leader di tornare operativo.
Perché per loro la politica non è un progetto, ma un ufficio di collocamento.
Non è un diritto, ma una concessione.
Non è un’istituzione, ma una rete di protezione personale.
Da un punto di vista sociologico, il fenomeno Cuffaro è la forma più compiuta di welfare clientelare.
In un contesto dove lo Stato è percepito come distante, la politica diventa l’unico sportello reale.
Ciò che dovrebbe essere garantito diventa un favore.
Il favore crea debito. Il debito crea fedeltà. La fedeltà crea consenso.
È un sistema che non emancipa, ma lega. Non libera, ma incatena. Non costruisce cittadini, ma clienti.
Antropologicamente, il “Vasa Vasa” non è un vezzo folkloristico. È un rituale di appartenenza.
Il contatto fisico, la battuta, l’abbraccio, la familiarità ostentata sono strumenti di costruzione del legame.
In questo schema, la condanna non rompe il rapporto tra capo e seguaci. Lo rafforza.
La pena diventa espiazione collettiva. La colpa si trasforma in destino condiviso.
Il leader non è giudicato per ciò che ha fatto, ma per ciò che rappresenta. E rappresenta un potere che si prende cura dei suoi, a patto che i suoi restino fedeli.
Psicologicamente, i cuffariani vivono la giustizia come un’interferenza nella loro aspettativa di protezione.
Non accettano che un giudice, per di più donna, possa interrompere il flusso dei favori.
Non sopportano che la legge possa prevalere sulla relazione personale. Non tollerano che la politica possa essere sottratta al circuito della dipendenza.
Per loro, la legalità è un ostacolo. Il diritto è un intralcio. La trasparenza è una minaccia.
Il vero problema, allora, non è Cuffaro. Il vero problema è una Sicilia che continua a considerarlo indispensabile.
Una Sicilia che confonde la responsabilità con la persecuzione.
Una Sicilia che accetta di essere ridotta a pedina, spostata a seconda delle convenienze elettorali.
Una Sicilia che preferisce il favore al diritto, la protezione al merito, la fedeltà al cambiamento.
Finché un uomo condannato potrà ancora orientare consensi, influenzare nomine, raccogliere fedelissimi pronti a difenderlo a prescindere, la Sicilia resterà prigioniera del suo nodo più tossico.
Il legame tra potere e impunità culturale. Il clientelismo come infrastruttura sociale. La dipendenza come forma di governo.
Se si vuole davvero uscire da questa stagnazione, bisogna spezzare la catena del favore.
Restituire ai diritti il loro nome. Togliere ai padroni la gestione del bisogno.
Studiare il fenomeno Cuffaro non per replicarlo, ma per archiviarlo. Perché la Sicilia non è condannata a questo modello. È questo modello che deve essere finalmente condannato, politicamente e culturalmente, se si vuole che la Sicilia smetta di esserne prigioniera.
Angioletta Massimino

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