Finalmente un “pienone” ha premiato la quarta opera in cartellone di questo 59° Festival Puccini, TOSCA che torna sul palcoscenico del Gran Teatro di Torre del Lago nell’allestimento realizzato in coproduzione Fondazione Festival Pucciniano, Teatro Regio di Torino, Opera di Montecarlo, Palau de les arts Reina Sofia di Valencia.
Una produzione che porta la firma di Jean Louis Grinda, direttore Artistico dell’Opera di Montecarlo dopo esserlo stato dal 1996 al 2007 all’Opera royal del Wallonie (Liege), per la regia e di Isabelle Partiot Pieri, laureata alla Scuola di Belle Arti di Parigi come architetto nel 1982 ma da subito proiettata nel mondo del melodramma affiancandosi a registi e scenografi di fama mondiale, per le scene. I costumi portano la firma di Christian Gasc.
Di primo acchito quella “disordinata” scena che si presenta al primo atto non mi ha favorevolmente colpito; pur non restando pregiudizialmente vincolato ad una visione “realista” di sant’Andrea della Valle, ho avuto difficoltà a comprendere quella contestualizzazione così avulsa e confusa; sensazione avvalorata da quella “assurdità” della cappella Attavanti divenuta una catacomba o da quella piattaforma/quadro nella quale viene fatto “danzare” il povero sacrestano poco prima dell’ingresso di Scarpia.
Così pure quel grande tavolo del secondo atto, di per sé non negativo, farsi improvvisamente e inspiegabilmente “fauce” di un ingresso verso le sale della tortura, non ci è sembrato sinceramente una grande idea…
Meglio il terzo atto nel quale tutto o quasi tornava a farsi comprensibile e logico se si esclude quel pressoché totale buio ai lati dell’emiciclo che rendeva inutile la presenza delle truppe che non erano assolutamente visibili; bastava un poco di illuminazione (un fuoco, una lanterna…) e il loro oziare, dormire, giocare in attesa dell’alba avrebbe avuto un senso e avrebbe certamente contribuito all’effetto scenico, peraltro penalizzato, una volta illuminata la scena, dal “cielo di Roma” che si interrompe con un taglio netto all’interno della scena.
Anche in questo caso, ma ahimè è ormai un vezzo/vizio, abbiamo assistito alla “passeggiata” in Castel sant’Angelo del pastorello che, a logica, non ha nessun motivo per lasciare le sue pecore a pascolo e salire in una fortezza/prigione a cantare il suo malinconico stornello.
Scendendo nel dettaglio, poco comprensibile, con tanto spazio a disposizione, inventarsi la Madonna posizionata idealmente a guardare il palcoscenico con quei fiori lasciati per terra e quelle genuflessioni al pubblico della cantante. Al di là delle pose eccessivamente teatrali, alla Sarah Bernhardt, alle quali è stata costretta nel primo atto la povera Tosca, farla sdraiare lascivamente “davanti alla Madonna” ci è sembrato davvero poco elegante vista anche l’autentica fede che la cantante ha e la particolare dedizione proprio alla Vergine.
Alla “comparsata” di una giovane sul divano di Scarpia durante il suo eccezionale monologo nel secondo atto, preferiamo decisamente il più tradizionale fiore stretto tra le mani e poi gettato a terra
“Bramo. – La cosa bramata perseguo, me ne sazio e via la getto… volto a nuova esca. Dio creò diverse
beltà e vini diversi… Io vo’ gustar quanto più posso dell’opra divina!” non ha certo bisogno di immagini esplicite per essere compreso.
Ci è mancato, per il suo significato spirituale, il gesto di pietà di Tosca di fronte all’ucciso: quelle candele e quella croce poste su di lui, (si avvia per uscire, ma si pente, va a prendere le due candele che sono sulla mensola a sinistra e le accende al candelabro sulla tavola spegnendo poi questo. Colloca una candela accesa a destra della testa di Scarpia. Mette l’altra candela a sinistra . Cerca di nuovo intorno e vedendo un crocefisso va a staccarlo dalla parete e portandolo religiosamente si inginocchia per posarlo sul petto di Scarpia. Si alza e con grande precauzione esce, richiudendo dietro a sé la porta – didascalia del libretto) non costituiscono l’enfatizzazione dell’egocentrismo di Tosca, ma la sua fede che, anche di fronte a quell’ “empio mostro” che “rideva… già la sua preda pronto a ghermir! Sei mia!” trova la forza di tributargli omaggio con un gesto così significativo.
Ancora una cosa, questa volta un dettaglio per sorridere, su quel secondo atto: quando entra Cavaradossi, Scarpia dice (con studiata cortesia – didascalia del libretto) “Cavalier, vi piaccia accomodarvi…” e poco dopo ribadisce, (accennando una sedia al lato opposto della tavola – didascalia del libretto) ”Sedete…”. In scena, purtroppo, mancavano le sedie se si esclude quella di Scarpia, all’occasione da lui già occupata…
Non ci ha messo i brividi addosso il Te Deum nella soluzione registico-scenica propostaci: forse un po’ troppo fredda, anche se in linea con l’ambientazione.
Ma veniamo agli intepreti: un cast decisamente importante per onorare quest’opera di grandissime suggestioni che ha certamente in Norma Fantini, una delle prime Tosca nel mondo, la sua punta di diamante. Al di là delle leziosaggini cui è stata costretta nel primo atto, si è dimostrata scenicamente convincente nel suo appassionato “crescere” di donna fino all’epilogo cruento che la pone direttamente “Davanti a Dio” ma non da sola: assieme a quello Scarpia che aveva creduto davvero prima del colpo ferale, forte del suo potere e della sua arroganza, che “davanti a lui tremava tutta Roma”.
Vocalmente ha saputo interpretare tutte le sfumature di questo poliedrico personaggio restituendone con eleganza e maestria le diverse anime ed il pubblico le è stato grato tributandole meritati applausi durante e al termine della rappresentazione.
“Il mio Scarpia sarà sadico e crudele”: così il baritono lucchese Gabriele Viviani, per la prima volta a Torre del Lago e in un ruolo che aveva debuttato nella sua città natale poco meno di un anno fa, ha sentito questo personaggio che si propone, unico nelle opere di Puccini e forse della drammaturgia del XIX secolo, come il “cattivo per eccellenza” “il male assoluto”. E così lo ha reso, convincendo ampiamente pubblico e critica, con una vocalità potente e determinata e con una interpretazione volutamente priva di eleganza; strafottente, violento, quasi volgare nella sua ostentazione di potere, il suo Scarpia non ha rispetto per nessuno: “L’attrazione fisica che ha per Tosca – ci dice Viviani – non meriterebbe di essere soddisfatta se, per conquistare la donna, non dovesse usare violenza, provocando dolore”.
Non meno potente e appassionato, anche se non sempre aiutato dalla voce, il tenore comasco Marco Berti, fra gli italiani uno dei più richiesti dai maggiori teatri del mondo; bella presenza scenica, bella e potente la voce specie nei registri più alti. Qualche defaillance, specie nel terzo atto, non hanno tuttavia offuscato il suo gradimento che il pubblico ha sottolineato con molti applausi anche a scena aperta.
Senza infamia né gloria la lettura che Angelo Nardinocchi ha dato del sacrestano, figura decisamente importante nella prima parte dell’opera, come pure quella del coreano Choi Seung Pil di Angelotti. Ugualmente senza particolari sottolineature le prove di Mario Bolognesi, Spoletta, Francesco Musino, Sciarrone, Eleonora Ronconi, il pastorello, Massimilano Damato, il carceriere.
Reduce dal personale, straordinario successo per l’inaugurazione del Grand Theatre di Tianjin in Cina, dove ha diretto Tosca, Alberto Veronesi ha guidato senza sbandamenti l’Orchestra del Festival Puccini regalando al pubblico momenti di grande pathos e facendo sì che l’equilibrio in scena non trovasse ostacoli cosicché il grande affresco di quest’opera fosse restituito al meglio, omaggio al pubblico ma anche al Maestro Puccini che, proprio davanti a questo lago, ha composto le sue pagine più belle.
Prossime repliche di Tosca il 7 -16 e 22 Agosto; prossimi appuntamento con il Festival: 8 agosto Turandot; 9 agosto Rigoletto; 10 Agosto Il Tabarro e Cavalleria.





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