
Il ritornello ci riporta a tempi più spensierati, quando da giovani studenti ogni occasione era buona per prenderci in giro e ridere di niente: bastava una frase, una parola, perfino un ritornello. “Con questi canti e con questi suoni” aveva allora qualcosa di allegro, quasi innocente. Oggi, invece, basterebbe cambiare una parola per ritrovarci dentro un bollettino di guerra: “Con questi canti e con questi droni”. Il riferimento non è necessariamente a un singolo brano pop contemporaneo, ma a quelle formule popolari, religiose e medievali che accompagnavano i canti e che, nel tempo, hanno dato forma al ritornello. Una cosa semplice, insomma: si canta, si ripete, si ricomincia. Solo che oggi, al posto dei suoni, abbiamo i droni. E qui l’allegria finisce. I droni sono diventati gli oggetti volanti della guerra moderna: piccoli, relativamente economici, difficili da vedere e capaci di arrivare dove non dovrebbero. L’Ucraina, suo malgrado, è diventata una specie di laboratorio mondiale della guerra dei droni, tanto che ormai sembra esistere un nuovo criterio per misurare il progresso tecnologico: non più quanti smartphone produce un Paese, ma quanti droni riesce a far volare contemporaneamente senza farli finire dal vicino. Il bello – si fa per dire – è che qualche volta il drone sbaglia. Può succedere. Ha un’intelligenza artificiale, ma evidentemente non sempre un’intelligenza geografica. Parte con una destinazione precisa e poi, come certi nostri navigatori satellitari, decide autonomamente che forse sarebbe meglio provare un’altra strada. Il problema è che la strada alternativa, in questo caso, potrebbe essere il territorio di un altro Paese. E allora comincia il gioco dello schiaffo del soldato. Si sente un rumore, qualcuno prende la sberla e si gira: “Chi è stato?”. Il vicino risponde: “Non io”. Quello dall’altra parte: “Nemmeno io”. Il primo guarda il cielo. Il secondo guarda il radar. Il terzo guarda la NATO. E alla fine tutti guardano Mosca. I russi, naturalmente, secondo gli strateghi occidentali, sono quasi sempre i primi sospettati. Ma non perché siano necessariamente colpevoli: semplicemente hanno il vantaggio di essere già nella lista. D’altra parte, nella guerra moderna è diventato complicato anche capire chi attacca chi. Una volta c’erano i soldati, le uniformi, i carri armati, le bandiere. Insomma, una certa chiarezza visiva. Adesso c’è un oggetto grande quanto una valigia che attraversa il cielo durante la notte e nessuno sa bene se sia un’arma, un’esca, un errore di navigazione o un messaggio lasciato dall’intelligenza artificiale per ricordarci che l’intelligenza naturale non se la passa tanto bene. E ogni volta arriva il comunicato. Il comunicato è diventato il vero protagonista della guerra contemporanea. Non fa rumore, non vola e non esplode, ma arriva puntuale. “Abbattuti numerosi droni nemici”. “Colpiti obiettivi strategici”. “L’attacco è stato respinto”. “La situazione è sotto controllo”. Quest’ultima frase è particolarmente rassicurante. Soprattutto quando viene pronunciata mentre qualcosa sta esplodendo sullo sfondo. Noi europei, intanto, assistiamo a tutto questo con una certa apprensione e con il portafoglio sempre più leggero. La guerra è lontana, ma i suoi effetti hanno una curiosa abitudine: trovano sempre il modo di arrivare a casa nostra. E così, mentre gli esperti spiegano in televisione le traiettorie dei droni, noi facciamo traiettorie molto più semplici: quelle per arrivare a fine mese. Forse è proprio questo il paradosso della nostra epoca. Abbiamo inventato macchine capaci di attraversare frontiere senza pilota, ma non abbiamo ancora trovato il modo di attraversare una crisi senza pagare il biglietto. Abbiamo satelliti che vedono tutto, algoritmi che prevedono quasi tutto e droni che sembrano sapere dove andare. Solo noi continuiamo a non sapere bene dove stiamo andando. E nel frattempo abbiamo trasformato anche la guerra in una specie di classifica tecnologica: chi ha più droni, chi li intercetta meglio, chi ne produce di più e chi riesce a raccontare la storia per primo. Una gara a distanza nella quale, naturalmente, nessuno ammette di aver perso. Anche perché il premio, quando arriva, non è una medaglia: è la prossima escalation. E allora torna in mente quel vecchio ritornello, che forse non era poi così innocente. “Con questi canti e con questi suoni”. Oggi potremmo aggiornarlo senza troppa fantasia. Con questi canti, con questi droni, con questi esperti e questi comunicati. E se proprio non possiamo cambiare il mondo, almeno cambiamo disco. Perché di ritornelli ne abbiamo sentiti abbastanza. E possibilmente, il prossimo, vorremmo ascoltarlo senza guardare il cielo.
Angelo Santoro

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