
La nuova legge elettorale voluta dal centrodestra è una questione politica di primo piano, riguarda il modo in cui si intende la democrazia.
Infatti, si vuole costruire un sistema nel quale il risultato politico sia il più possibile predeterminato, il Parlamento il più possibile addomesticato, gli eletti il più possibile dipendenti dalle segreterie dei partiti e il Governo il più possibile liberato dal confronto parlamentare.
Il cosiddetto Melonellum va esattamente in questa direzione. Prevede l’indicazione del candidato alla guida del Governo, introduce un forte premio in seggi alla coalizione vincente e affida una parte decisiva della rappresentanza a liste bloccate. In sostanza, restringe lo spazio di scelta dei cittadini e allarga quello dei capi partito.
Il cittadino vota, ma non sceglie davvero. Ratifica liste preparate altrove. I parlamentari, invece di dover rispondere prima di tutto agli elettori, sanno di dovere la propria elezione a chi li ha collocati nel posto giusto. È un meccanismo che produce fedeltà e obbedienza, e non certo responsabilità e qualità politica.
Tutto viene giustificato con la parola magica: stabilità. Una parola usata come una clava ogni volta che si vuole comprimere la rappresentanza.
Il fatto è che per la destra al governo è in particolare quella di impronta neofascista la democrazia e il Parlamento sono un fastidio da correggere.
Eppure, l’Italia, stando alla sua Ccostituzione, è una Repubblica parlamentare e nella sua storia le grandi riforme nacquero da Camere elette con un sistema proporzionale, in cui nessun partito disponeva da solo del comando assoluto e tutti erano costretti a misurarsi con gli altri.
Fu in quel contesto che l’Italia conobbe alcune delle sue trasformazioni più profonde: la scuola media unica e obbligatoria, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, l’abolizione delle gabbie salariali, la riforma previdenziale, lo Statuto dei lavoratori, il divorzio, l’avvio delle Regioni ordinarie, la riforma fiscale progressiva, il nuovo diritto di famiglia fondato sulla parità tra i coniugi, la legge sull’aborto, la chiusura dei manicomi, la nascita del Servizio sanitario nazionale.
I Parlamenti che produssero questi grandi cambiamenti nella vita degli italiani erano proporzionali, formati da partiti la cui forza era determinata da elezioni in cui ogni voto valeva per un voto e con gli eletti veramente scelti dai cittadini con le preferenze.
Quei Parlamenti erano costretti a discutere e a mediare. Dovevano costruire maggioranze politiche reali, non fabbricate dalla legge elettorale. Il conflitto non veniva cancellato; veniva portato dentro le istituzioni e trasformato in una decisione che arrivava dopo il confronto.
Oggi, con l’ideologia della governabilità che inizia a dominare nel secolo scorso e produce leggi elettorali maggioritarie e senza preferenze, accade il contrario.
Il Parlamento viene trattato come un luogo da attraversare in fretta. Le discussioni, le audizioni, gli emendamenti diventano passaggi formali. Alla fine non conta la qualità degli argomenti ma la forza numerica della maggioranza.
La democrazia viene ridotta ad aritmetica mentre il governo con i decreti legge e con la fiducia su di essi assume sempre più la funzione di detentore del potere legislativo, che invece secondo la Costituzione spetterebbe al Parlamento.
La riforma elettorale del centrodestra aggrava questo processo.
È una forma di premierato mascherato, anche se si evita di chiamarla così. Il risultato politico più potere a Palazzo Chigi, meno potere alle Camere, meno libertà agli eletti, meno possibilità per i cittadini di incidere sulla composizione reale del Parlamento.
Lo stesso Presidente della Repubblica verrebbe indebolito nella sua funzione di garante e di nomina del Presidente del Consiglio.
C’è poi un altro aspetto molto concreto: listone del premio di maggioranza che diventerà il luogo della spartizione interna alle coalizioni perché lì si distribuiscono posti sicuri.
Meloni e la destra estrema e neofascista puntano ad uno stravolgimento profondo della Costituzione e ad una riduzione della democrazia che non porterà a nessun miglioramento della capacità di governo del Paese e di orientamento dei processi economici e sociali.
Una democrazia matura non deve avere paura del pluralismo. L’Italia di oggi è divisa per interessi, condizioni sociali, territori, culture politiche, visioni del futuro. Fingere che queste divisioni possano essere cancellate, con un premio di maggioranza e con la scelta degli eletti dall’alto, significa solo spingerle fuori dalle istituzioni, dove rischiano di diventare più dure, più rancorose, meno ricomponibili.
Il compito del Parlamento dovrebbe essere l’opposto: dare forma politica ai conflitti, trasformare la divisione sociale in confronto pubblico, obbligare le forze politiche a parlarsi. Una buona legge elettorale dovrebbe rappresentare il Paese, non deformarlo. Dovrebbe avvicinare eletti ed elettori, non consegnare i primi ai capi e lasciare i secondi davanti a una scheda già decisa.
Per questo il proporzionale e le preferenze sono una possibile risposta democratica a una crisi della rappresentanza sempre più evidente.
Una riforma di questo tipo segnerebbe finalmente il ritorno della grande politica, quella che spinge a fare leggi con il confronto, a cercare accordi, a scegliere classi dirigenti capaci, che sanno convincere con argomenti piuttosto che imporsi con arroganza.
Il maggioritario costruito con premi e liste bloccate, invece, produce un’altra cosa: capi più forti, parlamentari più deboli, cittadini più lontani.
È una democrazia nella quale i cittadini sono chiamati solo a confermare decisioni prese altrove.
Per questo contro questa legge l’opposizione deve battersi fino in fondo, in Parlamento e nel Paese. Si tratta di difendere il principio stesso della rappresentanza democratica.
A una riforma elettorale che altera lo spirito della Costituzione, bisogna rispondere con una proposta opposta e limpida: tornare alla Costituzione voluta dai padri e dalle madri costituenti.
Per questo la vera riforma elettorale di cui l’Italia ha bisogno è una legge proporzionale, con le preferenze, capace di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e al Parlamento la funzione che la Costituzione di essere il luogo centrale della democrazia repubblicana.
Enrico Rossi

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