A nessuno puo’ essere impedito di pensare in grande o meglio sognare un mondo nuovo. Appartiene a questa schiera di volenterosi il direttore Cariglia che crede ciecamente in una forza di sinistra, socialdemocratica, liberale, progressista, europea. Capace di conciliare forme di convivenza fra capitalismo e nuova gestione dell’economia, un’economia di mercato aperta a forme miste, ma guardando con l’occhio attento ai servizi di interesse pubblico. Con questa prospettiva politica ed economica , tutti i partiti socialdemocratici del nord Europa hanno abbandonato ogni ipotesi di economia marxista. A questo proposito va ricordato che fin dal congresso di Bad Godesberg del 1959 la SPD, il piu’ importante partito socialdemocratico europeo, cancellò dallo statuto del partito ogni riferimento al marxismo. E sullo stesso esempio tedesco, tutti i partiti socialisti del nord europa si sono adeguati al partito tedesco, ottenendo in cambio pesanti iniezioni di welfare, accompagnate da importanti riforme sociali.
Ma, prima di entrare nel merito delle considerazioni sostenute dal direttore Cariglia, mi domando dove sono finiti gli intellettuali che Gramsci nei “Quaderni dal carcere” definisce “organici”, e attraverso i quali va delineando il ruolo dell’intellettuale non piu’ tradizionale, non piu’ indipendente, ma un intellettuale attivo, di sostegno alle lotte della classe lavoratrice col compito di costruire la sua emancipazione. Sembra che questa figura sia sparita nel nulla a partire dalla nascita del Pd, che univa Ds e Margherita. Una fusione non riuscita, definita da tutti politici e commentatori, fusione fredda, insieme ad una Babele di correnti e sottocorrenti da far arrossire il piu’ casto dei democristiani. Il primo punto: le correnti con lo spirito di divisione hanno soffocato il nuovo partito nascente , mentre la figura dell’ intellettuale organico, rappresentata bene dall’intervista del professor Luciano Canfora, si eclissava facendo ritornare sulla scena l’intellettuale indipendente.
Dice Nicola Cariglia che non sono le parole dei leader socialdemocratici a fare paura , “sono piuttosto le idee, i fatti ed i misfatti evocati da altri nomi, quali Stalin, Lenin, Mao, Togliatti e tantissimi altri dell’album di famiglia del comunismo internazionale. Turati, Saragat e gli altri riformisti, al più rappresentano incubi perché provocano, giustamente, crisi di coscienza”. Anche qui c’e’ da sottolineare che i Comunisti italiani a partire dalla svolta di Salerno scelsero la strada istituzionale, la via italiana al socialismo che significava l’accettazione dei principi democratici entrati a far parte poi della Costituzione Italiana. E Togliatti perseguendo questa strada, quella dell’unità delle forze antifasciste, fece appello non solo ai monarchici ma anche ai fascisti onesti. Una linea politica quest’ultima avversata sia all’interno del partito (vedi Pietro Secchia) sia all’esterno, il Cremlino. Tanto che in ben due occasioni si temette per la vita di Togliatti e per la sua famiglia, una prima volta quando un camion si pose di traverso, procurando feriti , la seconda ricorrendo addirittura al veleno, come ebbe a constatare il prof. Mario Spallone. Lo stesso film che si ripete’ con Berlinguer in Bulgaria circa 30 anni dopo. Per quanto attiene ai crimini stalinisti, non bisogna dimenticare che le rivelazioni partirono dall’interno del partito sovietico e che il rapporto Krusciov cambiò la storia del mondo. Il rapporto criticando la figura di Stalin, proseguiva il programma di destalinizzazione iniziato, fin dalla morte di Stalin nel 1953, dallo stesso Krusciov e dalla maggioranza della nuova dirigenza Sovietica. Un particolare riguardante il nostro territorio va ricordato. Quella mattina del 5 marzo del 1953, come avveniva da sempre Mario Fabiani, partigiano e primo sindaco fiorentino della Liberazione , entra nella federazione fiorentina e trova tutti i militanti in lacrime per la morte di Stalin. Ed ecco la reazione di Fabiani, ” Oggi e’ un giorno di festa, e’ morto un dittatore”.
Ultimo tema che vorrei affrontare velocemente riguarda un termine, coniato nel 1979 da un giornalista, Alberto Ronkey, poi diventato ministro: il cosiddetto fattore K (Comunismo dal russso). Perche’ Ronkey adoperò quel termine divenuto poi famoso? Semplice, per spiegare il mancato ricambio delle forze politiche al Governo. In sostanza ad un partito, il PCI, la piu’ grande forza comunista dell’Occidente, era preclusa la partecipazione al governo del Paese a causa dello stretto legame con l’Unione Sovietica.
Salvatore Lagaccia

La storia in buona sostanza ha dato ragione a chi, come Saragat ed in tempi non sospetti ha promosso l’applicazione del socialismo depurato delle deviazioni.massimaliste formate dall”idalismo ottocentesco. In Italia la coniugazione delle liberta’ individuali con la giustizia sociale principio che la socialdemocrazia italiana ha sempre perseguito anche a costo di essere bollata dai comunisti piu” retrivi come socialfascismo,Oggi tutte le sinistre si dichiarano socialdemocratiche ma sarebbe bene che riconoscessero chi ha deciso bene ben prima dei loro pentimenti.