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Commiati & Speranze. Ma da qualche parte ci ritroveremo

di Paolo Franchi | 1 Aprile 2012

Con il nostro domenicale abbiamo cercato di ragionare sulla stagione inedita che si è aperta con la fine del berlusconismo e la nascita del governo Monti.

Questo è l’ultimo numero di Ragioni. O, quanto meno, è l’ultimo numero di Ragioni che curo io.

Le vicende del Riformista sono troppo note ai lettori perché stia qui a spiegare loro il perché, e a dilungarmi sui motivi della mia amarezza. Oggi su Ragioni non compare, per motivi anch’essi noti ai lettori, il tradizionale corsivo di Emanuele Macaluso, Emma della domenica. Chiunque abbia una vaga idea non solo della stima e del rispetto, ma anche e soprattutto dell’amicizia antica e dell’affetto profondo che mi legano a un vecchio combattente della politica e del giornalismo come Emanuele, capirà bene che, fosse stato solo per me, non avrei firmato nemmeno questo ultimo numero, e me ne sarei andato in punta di piedi. Proprio come, qualche mese fa, ero arrivato.

Invece, ed è l’ultima volta, sono qui. Solo per senso di responsabilità e di solidarietà verso i colleghi che al Riformista lavorano e sperano di poter lavorare ancora. Compreso quello che, senza peraltro suscitare reazioni nella redazione, e trovando ampio consenso nel sindacato dei giornalisti, ha detto di Emanuele cose inaudite, ridicole e grottesche certo, ma soprattutto politicamente e, prima ancora, moralmente inammissibili.

Approfitto di questa presenza in un certo senso obbligata per provarmi a tirare rapidamente una somma. Per me, e spero non soltanto per me, Ragioni è stata una bellissima esperienza. Mi mancherà. Ero partito (eravamo partiti) dall’idea di fare praticamente senza mezzi, con pochissime paginette a disposizione, con il lavoro di un solo redattore (Laura Landolfi, che ringrazio di cuore per il suo apporto prezioso e per il suo sostegno affettuoso) e, naturalmente dell’impareggiabile Cinzia Leone, che ci ha regalato anche un’iconografia originale e di grande eleganza, nientemeno che un foglio di cultura politica o, se preferite, di politica e cultura. E cioè, in pochissime parole, qualcosa più del primo passo verso il giornale che non c’è e di cui invece, in tempi di incalzante desertificazione politica e culturale, ci sarebbe un bisogno quasi disperato. A sinistra, perché la sinistra è rimasta, quali che siano stati negli anni i nostri percorsi intellettuali e professionali, la nostra vecchia casa, bisognosa dio sa di quanti lavori di ristrutturazione, e la nostra famiglia allargata. Ma non solo a sinistra, perché il problema investe ormai tutta la democrazia italiana, o quel che ne resta al termine di questo sciagurato (quasi) ventennio.
Un’utopia sconsiderata, o magari, più semplicemente, una botta di megalomania (quasi) senile? Non esageriamo, i riformisti (a proposito: mi dispiace di non avere avuto a disposizione il tempo necessario almeno per cominciare a vivisezionare questo termine, che si è fatto così ambiguo ed equivoco da risultare, almeno per me, quasi impronunciabile) sono per definizione gente realista e concreta. Non abbiamo sfidato i mulini a vento, non ci siamo imbarcati in una crociata di vecchietti e di bambini. Abbiamo provato a mettere insieme un gruppo relativamente esteso. Di intellettuali. Di giornaliste e di giornalisti. Di politici che, come si dice, magari non sono più in campo, ma la cui passione non si è spenta: di nonni, insomma, che hanno qualcosa da dire e che non hanno perso il gusto di ascoltare. E di giovanotti che non sanno esattamente che ne sarà delle loro belle speranze, ma non hanno smarrito la voglia di coltivarle: di nipoti, insomma.

Direi, in linea di massima, che ci siamo riusciti. Nel senso che Ragioni, nel suo piccolo, anzi, nel suo piccolissimo, è stato anche un tentativo abbastanza felice di mettere a confronto, e di incrociare, storie, culture, appartenenze e generazioni diverse: per capire di che cosa sto parlando, basterebbe leggere, in questo numero, gli articoli di Giovanni Pieraccini, un esponente anziano, anzi, storico della sinistra di governo, e di Alfonso Musci, un giovane studioso che sa tutto, ma proprio tutto, su Benedetto Croce e non solo, impegnati in un confronto a distanza su un tema cruciale come quello del rapporto tra la Rete e la democrazia, anzi, la crisi della democrazia.

Siamo stati, o abbiamo cercato di essere, aperti, molto aperti, anche nei confronti di posizioni politiche e intellettuali lontane dalle mie. Mai, però, eclettici. Nel senso che abbiamo tenuto, o abbiamo provato a tenere, il più possibile ferma la barra.
Non solo, genericamente, a sinistra, ma nella direzione del socialismo europeo, dei suoi problemi, delle sue speranze, dei suoi tentativi di rinnovamento: cercando di raccogliere, in questo, una parte almeno dell’eredità di una rivista, Le Ragioni del socialismo, diretta da Macaluso e negli ultimi tempi codiretta da me, che ci è stata cara nei lunghi anni della sua testimonianza solitaria e ci è diventata carissima da quando giorni fa, sul Fatto, Marco Travaglio, che al solo sentir parlare di socialismo avverte il bisogno irrefrenabile di far tintinnare le manette, ha pensato bene di sbertucciarla. E abbiamo cercato, per quanto più direttamente ci riguarda, di ragionare in corso d’opera sulla stagione inedita, ricca di potenzialità e di pericoli, che si è aperta con la fine del governo Berlusconi e del berlusconismo e la nascita del governo Monti.

Dispiace dover lasciare proprio adesso, quando dopo i primi, inevitabili problemi questa macchinetta cominciava a funzionare. Dispiace dover salutare, ringraziandoli per l’interesse e l’affetto che ci hanno testimoniato, i nostri lettori e i nostri collaboratori, molti dei quali, come capitava nelle riviste di una volta, hanno giustamente considerato questo modesto domenicale un po’ come cosa loro, scrivendovi, certo, ma anche proponendo, suggerendo, criticando. C’è un filo di speranza, solo un filo, che questo sia un arrivederci. In ogni caso, da qualche parte ci ritroveremo.

Pubblicato in : Primo piano

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