
C’è un morto. Un giovane uomo, ucciso a colpi di pistola in un Paese lontano. E c’è una Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che non vede una tragedia, un fatto di cronaca nera da comprendere. Vede solo un’opportunità. Un brandello di carne fresca da gettare nella tritacarne della propaganda per nutrire la base e distorcere la realtà fino a renderla irriconoscibile. È la politica nella sua forma più becera e pericolosa: quella che costruisce menzogne sull’altare di un cadavere.
La tesi della Premier è semplice, e per questo geniale nel suo cinismo: Tyler Robinson, il killer di Charlie Kirk, è un “comunista”. L’omicidio sarebbe dunque il frutto avvelenato dell’odio fomentato dalla sinistra. Un racconto perfetto, un incubo su misura per i talk show e i social network del suo elettorato. C’è solo un piccolo, insignificante dettaglio che lo smonta: È FALSO.
Non una mezza verità, non un’interpretazione. È una falsità pura, cruda e incontrovertibile. Ad oggi, non esiste un solo elemento, una prova, una dichiarazione, un post sui social, un testimone che colleghi l’assassino, Tyler Robinson, all’ambiente comunista, a quello antifascista o a qualsiasi frangia della sinistra organizzata. Zero. Nulla. Il vuoto cosmico.
Registrato nelle liste elettorali senza alcuna affiliazione partitica, Robinson non aveva votato nelle ultime due più recenti elezioni.
Meloni non ha portato prove. Ha portato solo accuse. Ha preso un fatto tragico e complesso, lo ha spogliato del suo contesto, lo ha immerso nella colla della sua retorica tossica e ne ha ricavato un mostro utile: il “comunista assassino”. È una caccia alle streghe senza le streghe, dove il rogo lo si accende lo stesso, perché è il fumo che conta, non la verità. Il fumo che annebbia la ragione e permette di urlare, ancora una volta, all’assalto dei “rossi”.
Ma la disonestà intellettuale non si ferma qui. La seconda gamba della menzogna è quella per cui “la sinistra giustifica o minimizza”. Ancora una volta: dove? Dove sono questi cori di giubilo? Questi post che esaltano il gesto? Questi esponenti politici che hanno difeso l’indifendibile? Non ci sono. In America, la condanna è stata bipartisan. In Italia, il silenzio imbarazzato della sinistra di fronte a un fatto così efferato è stato distorto in complicità. È la strategia del capro espiatorio perfetto: se ti accuso, la tua stessa difesa è la prova della tua colpevolezza. Se stai zitto, è perché sei colpevole. Se parli, è perché stai mentendo. È una trappola retorica da cui non si esce, se non con la forza dei fatti.
E i fatti urlano una verità scomoda per la narrativa di Palazzo Chigi: il problema della violenza politica non è un’esclusiva di una parte. Ma è innegabile che sia la destra italiana ed europea , quella che Meloni rappresenta e guida , ad aver fatto dell’ostilità verso i diritti civili, dell’omofobia strisciante, della xenofobia urlata, del rancore sociale, il proprio carburante principale. Hanno creato un ecosistema dell’odio dove il diverso (che sia per orientamento sessuale, colore della pelle o idea politica) è sempre il nemico da combattere. E poi si stupiscono se qualcuno, in quel brodo culturale, impazzisce e estrae un’arma?
La verità è che Giorgia Meloni non sta combattendo l’odio. Lo sta strumentalizzando. Sta usando la morte di un ragazzo per inoculare un altro, più potente, veleno: quello del vittimismo. La destra deve sempre poter urlare di essere sotto attacco, perseguitata, in pericolo. È la sua ragion d’essere. Senza un nemico alle porte, il suo castello di carte crolla.
Questo non è giornalismo, mi diranno. È faziosità. E invece no. È il dovere di chiamare le cose con il loro nome. Di fronte a una menzogna costruita con calcolo politico sulla pelle di un morto, il silenzio è complice. L’equidistanza è viltà.
Quella di Meloni non è un’analisi politica. È una truffa emotiva, una frode intellettuale che merita di essere smascherata e sbattuta in prima pagina, senza sconti e senza pietà.
L’unica cosa giusta da fare sarebbe parlare con rispetto, aspettare che la giustizia americana faccia il suo corso e riflettere su come il linguaggio dell’odio possa avere conseguenze reali e drammatiche.
Invece no. Qui si preferisce sparare a zero sulla base di nulla. È una vergogna. È l’ ennesima macchia sulla politica italiana.
Ma analizziamo il dettaglio su cui la propaganda sta facendo leva, ed è giusto affrontarlo da giornalisti, non da tifosi.
Mi avete chiesto, giustamente, come si concilia la mia analisi con la scritta “Bella Ciao” sui proiettili. È la prova definitiva dell’origine “comunista” del killer, no? No. È esattamente il contrario: è la prova della sua instabilità e del fatto che la sua mente fosse un calderone confuso di riferimenti slegati, non un militante politico.
Valutiamo i fatti con la calma che la complessità merita.
“Bella Ciao” Non È un Marchio di Fabrica Comunista. “Bella Ciao” è un canto della Resistenza antifascita. È un simbolo che, nel tempo, è stato adottato da una miriade di soggetti: dall’ANPI (che rappresenta i partigiani) a movimenti di sinistra, ma anche da serie TV di successo globale (La casa di carta), festival musicali e proteste generiche per la libertà. Il suo significato si è diluito e banalizzato. Pretendere che chiunque scriva “Bella Ciao” sia un comunista organizzato è come dire che chi si mette una maglietta dei Che Guevara è un guerrigliero marxista-leninista. È una banalizzazione ridicola della storia e della simbologia.
Tyler Robinson, stando alle prime ricostruzioni, era un individuo con gravi problemi psicologici e ossessioni personali. La sua non era una cellula politica, era una stanza buia piena di teorie confuse. In quella stanza, “Bella Ciao” , resa popolarissima dalla serie tv ,può essere diventata per lui un simbolo generico di “ribellione” e “caos”, svuotato del suo reale significato storico e politico. Un individuo equilibrato e politicamente schierato non scrive slogan su dei proiettili. Lo fa un estremista isolato che attinge a un immaginario pop distorto.
Questo è il punto cruciale. Anche se Tyler Robinson avesse avuto simpatie di sinistra, sarebbe stato un individuo gravemente malato che ha compiuto un gesto folle. La sua azione non rappresenta un movimento politico, così come un fondamentalista cristiano che commette un attentato non rappresenta tutti i cristiani, o un nazionalista estremista non rappresenta tutta la destra. Meloni sta commettendo volutamente questo errore logico: prende l’azione di un singolo (instabile) e la generalizza per criminalizzare un intero schieramento politico. È la tecnica del colpevole per associazione, la stessa usata da tutti i populismi della storia.
In conclusione: la scritta “Bella Ciao” non giustifica nulla. Al massimo, condanna ancor di più la strumentalizzazione di Meloni. Perché invece di aspettare che le indagini chiariscano il complicato profilo di un assassino, lei ha preso quel dettaglio, lo ha isolato, lo ha decontestualizzato e lo ha lanciato nella sua arena politica come un toro infuriato. Ha preso una tragedia fatta di follia e solitudine e l’ha ridotta a un comodo, lurido, slogan da campagna elettorale.
È proprio questo il punto: la verità è complessa, la propaganda è semplice. E lei ha scelto la via semplice, quella che sporca tutto, pur di vincere una battaglia di narrative. È questa la cosa più disgustosa di tutte.
Daniela Piesco

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