In questi tempi oscuri e perigliosi, in cui l’Italia è percorsa da bande come non se ne vedevano dai tempi dei Lanzichenecchi, ci tocca persino la singolare esperienza di ritrovarci in sintonia con l’Avvenire, organo della Cei, che bacchetta seccamente Pierferdinando Casini e la sua politica dei due forni, che all’occasione diventano anche tre o quattro, dipende dalla golosità della posta in gioco, definendola una operazione “più puntata sull’utilitarismo” che sul valore “identitario dell’ispirazione cristiana pur se ufficialmente esibita”. L’Avvenire accusa Casini di mirare “più ad un risultato numerico atteso che all’affermazione di un’autonomia politica basata su valori esplicitamente proclamati”, e l’analisi ci trova perfettamente d’accordo, se non fosse che il richiamo giunge, a nostro avviso, con molto ritardo rispetto ad un comportamento ondivago e inciucista che persiste ormai da lungo tempo e si palesa ad ogni elezione e/o semplice votazione parlamentare, varando di volta in volta improbabili alleanze che, con la loro stessa messa in atto, sconfessano questa presunta autonomia tanto sbandierata dalle menti sopraffine dell’Udc. Se autonomia deve essere, e vuole essere, tentativo peraltro lecito seppure destinato al massacro nel gioco vorace del bipolarismo bastardo e di leggi elettorali votate solo all’ammasso indiscriminato dei voti, bisognerebbe che Casini tenesse fede quantomeno al significato di questa parola invece di aver inaugurato la nuova stagione del mercato delle vacche in grande stile, tanto da far rimpiangere epoche che oggi ci appaiono molto più dignitose, quando si parlava di compromesso storico e si tentava quantomeno di offrire una spiegazione, per quanto molto zoppicante, allo smarrito elettore bianco o rosso che fosse. In realtà, il severo richiamo della Cei, per quanto condivisibile, si limita a censurare un comportamento scorretto ma non affonda il coltello nella piaga, già riaperta nei giorni scorsi da un intervento di Bagnasco che auspicava la scesa in campo di “una nuova generazione di politici cattolici”, con ciò indicando non si sa bene se una promessa, una minaccia, oppure una risorsa per il nostro paese. Di fatto, con la fine della Dc, che ha segnato comunque paradossalmente, ma non più di tanto, l’epoca più laica del nostro paese, che ha visto la vittoria del fronte referendario su divorzio ed aborto ed una riforma del diritto di famiglia che ha posto fine, fra l’altro, alla abominevole piaga dei figli dichiarati all’anagrafe illegittimi, perché nati fuori dal matrimonio, la diaspora dei cattolici in politica non è stata quella svolta che forse anche Oltretevere ci si aspettava, valutandola erroneamente come una più ampia possibilità di influire su tutti gli schieramenti politici in campo con un opportuno gioco di sponda e delle parti in commedia. Oggi, la mappatura dei cattolici impegnati in politica è tanto vasta da apparire una frammentazione, più che una strategica divisione su fronti diversi, e questo di fatto impedisce ai cattolici ed all’elettorato che a loro fa riferimento di avere almeno un punto fermo cui guardare. Perché se la teodem per eccellenza, ovvero l’integralista Binetti, siede saldamente sugli scranni della sinistra e non se ne va neanche di fronte alla Bonino che avanza, abbiamo l’altro integralista Giovanardi nel centrodestra, con le truppe della Lega di conforto che, ammettiamolo, sortiscono un effetto oltremodo esilarante, perché vedere gli adoratori del dio Po celebrare matrimoni celtici e poi muoversi come un sol uomo a difesa del crocifisso nella scuola pubblica sembra davvero una gara a chi la spara più grossa in termini di incoerenza. In realtà, ci pare evidente dalla somma di questi comportamenti scriteriati, che poco hanno di etico ed ancora meno di senso dello stato, che in Italia permane irrisolto l’annoso dibattito sulla partecipazione dei cattolici alla politica attiva e sulla loro presenza a vario titolo nelle istituzioni pubbliche rappresentative della democrazia che, almeno sulla carta, vige ancora in questo paese. L’idea di un partito forte di marcata matrice cattolica già nel nome, nata in tempi bui di regime declinante e di guerra, e proiettata nel futuro ipotetico di una auspicata Repubblica, è naufragata nelle secche della storia, oltreché in quelle del giustizialismo, dimostrandosi in realtà un’utopia destinata al fallimento, perché chi si assume l’onere di governare deve anche farsi carico delle istanze di una intera società, e non solo di una sua parte, deve dunque dare prova di saper separare all’occorrenza le proprie personali convinzioni da quelle che invece sono le necessità di una popolazione multiforme e variegata. Rimane vivo, e soprattutto irrisolto, l’eterno quesito della laicità: dello stato, delle istituzioni, delle leggi, dei politici chiamati a governare la complessa vita di uno stato e dei suoi cittadini. Se non si da una risposta certa, univoca e definitiva a questo tema, se non ci si decide una volta per tutte a tirare una netta linea di demarcazione fra scelte individuali – legittime – e necessità di una comunità – altrettanto legittime – in nome del bene comune, ogni altro tentativo di collocare storicamente, socialmente e politicamente gli esponenti cattolici nel tessuto vivo della vita del nostro paese è destinato a fallire ed a tramutarsi nel desolante mercimonio di uomini e presunte idee che ne sta facendo l’Udc. Ed una nuova generazione di politici cattolici, con buona pace di Bagnasco e di chi la pensa come lui, non servirà a nulla se non sarà allevata ed educata alla laicità vera, che non è anticlericalismo becero né fondamentalismo altrettanto becero, ma è invece un valore imprescindibile, l’unico che tutela alla base e completamente i diritti di tutti i cittadini. Provveda dunque la Cei ad impegnarsi in quest’opera culturale meritoria, e forse un giorno potremo dire che una nuova risorsa di energie positive è stata offerta al nostro paese; fino ad allora, i cattolici si tengano Casini, l’hanno allevato loro e non si può dire sia cresciuto tanto bene.
ChiBo

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