Pochi scrittori sono riusciti a rappresentare il mondo della malavita con la stessa efficacia di Ferdinando Russo. Assiduo frequentatore dei più famosi guappi del tempo, il Russo ricevette il titolo di “guappetiello” e di “sciammeria” da Teofilo Sperino, come è riportato nell’aneddoto “Come divenni guappo”.
Questo frizzante racconto, tratto dalle “Novelle napoletane” (Edizioni Bideri, 1966), testimonia il fascino del poeta per l’ambiente malavitoso, da lui dipinto anche nei ventisette sonetti che compongono “Gente ‘e malavita”.
In “Come divenni guappo” compaiono due figure di guappi decisamente antitetiche sin dalla descrizione fisica: Don Ciccio, il guappone smargiasso punito con uno schiaffo dal Russo per avergli insidiato la sua bella, e lo Sperino, l’uomo di rispetto, bello, alto, dalla folta barba nera e dal comportamento ardito e leale.
Dall’aneddoto emerge un ritratto, poi, dello stesso artista, con la sua personalità spavalda, orgogliosa e un po’ narcisista.
Il Russo non fu l’unico a far rivivere la malavita di un tempo, ma riuscì nel riprodurla quasi a trasfigurarla, senza scivolare nella piattezza della cronaca o nella banalità dello stereotipo. Il suo realismo era anche il frutto della fedele riproduzione di quel particolare gergo in cui la malavita era solita esprimersi. E proprio relativamente alla questione dialettale scaturì la polemica con Benedetto Croce sostenitore, invece, della tesi dell’indipendenza assoluta dell’artista, “chiuso” in un’aristocratica separazione dalla società e dalla storia.
Sullo sfondo della Napoli di fine secolo Ferdinando Russo ci regalerà altri personaggi guappeschi come “Pascale ‘o bello”, scugnizzo promosso a contajuolo, Gennarino Sbisà (detto “Coppola rossa”), re della zumpate, “Michele ‘o calavrese”, sfruttatore di prostitute della Duchesca.
Monica Florio

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