
Ieri, i principali indici azionari statunitensi hanno terminato la seduta con ribassi superiori al punto percentuale. Il Dow Jones ha ceduto l’1,56% a 46.678 punti, mentre l’S&P500 ha lasciato sul terreno l’1,52% a 6.673 punti. Ancora peggio ha fatto il Nasdaq con un -1.78%. La principale ragione è da attribuirsi all’ulteriore impennata dei prezzi dell’energia, che ha amplificato i rischi di stagflazione nell’economia globale. La decisione dell’AIE di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche non è riuscita a limitare un ulteriore rialzo dei prezzi del greggio, con il WTI che si è fermato intorno ai 95 dollari al barile, dopo che la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha deciso di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz. Khamenei ha inoltre avvertito che l’Iran potrebbe aprire ulteriori fronti nel conflitto se Stati Uniti e Israele dovessero proseguire con gli attacchi, mentre il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e di rappresentare una minaccia per il Medio Oriente è per lui più importante del costo del petrolio. L’AIE ha affermato che l’interruzione è stata la più grave nella storia del mercato petrolifero, spingendo i suoi membri ad accordarsi per il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche.
VALUTE.
Continua a dominare la scena, la forza del dollaro, valuta rifugio in un momento decisamente difficile per l’economia mondiale, ma non solo. EurUsd sotto quota 1.1500 con possibili target a 1.1450. Il cambio ha perso momentum rialzista e le posizioni sul mercato sono decisamente long con il rischio di innesco di ondate di vendite, nel caso di rotture dei supporti chiave posti a 1.1460 e 1.1390. Anche il Cable ha perso slancio e scende verso i supporti rilevanti di 1.3280 e 1.3250. UsdJpy che punta decisamente 159.50, prima della soglia psicologica e forse di intervento della Boj posizionato a 160.00. Il fatto che anche UsdChf salga in risk off è emblematico e la dice lunga sulla contraddizione di certe price action con il franco svizzero che scende in avversione al rischio contro biglietto verde. Ma è un mercato dei cambi che vive di riflesso agli avvenimenti geopolitici e alle price action delle materie prime, dominanti in questa fase. Pertanto occorre attendere che nel forex vi siano dei breakout di punti rilevanti, che ancora non abbiamo però visto.
BOJ, SEI PRONTA ?
Venerdì, lo yen giapponese si è attestato intorno a 159,4 per dollaro, attestandosi vicino ai livelli più bassi da luglio 2024, sollevando preoccupazioni per un possibile intervento delle autorità monetarie. Il Ministro delle Finanze Katayama ha dichiarato che sono pronti ad adottare tutte le misure necessarie sui mercati valutari in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio. Anche il Governatore della Banca del Giappone, Kazuo Ueda, ha avvertito che uno yen debole potrebbe intensificare l’inflazione importata in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio, spingendo potenzialmente la banca centrale ad accelerare la normalizzazione delle politiche. Ueda ha aggiunto che i tassi di cambio hanno ora un impatto maggiore sull’inflazione rispetto al passato, il che conferisce loro un peso maggiore nelle decisioni politiche.
USA, DEFICIT COMMERCIALE.
Il deficit commerciale degli Stati Uniti si è ridotto drasticamente a 54,5 miliardi di dollari a gennaio 2026, il livello più basso da ottobre, dopo un dato rivisto di 72,9 miliardi di dollari a dicembre e rispetto alle previsioni di un divario di 66,6 miliardi di dollari. Le esportazioni sono balzate del 5,5%, raggiungendo il massimo storico di 302,1 miliardi di dollari, trainate dalle vendite di oro non monetario, altri metalli preziosi, computer, aerei civili e accessori per computer, mentre le vendite di prodotti farmaceutici sono diminuite. Al contrario, le importazioni sono diminuite dello 0,7%, attestandosi a 356,6 miliardi di dollari, trainate da prodotti farmaceutici, camion, autobus e veicoli per uso speciale, autovetture e oro non monetario. I maggiori divari commerciali sono stati registrati con Vietnam (-19 miliardi di dollari contro -17,6 miliardi di dollari a dicembre), Taiwan (-17,3 miliardi di dollari contro -19,8 miliardi di dollari), Messico (-12,8 miliardi di dollari contro -14,5 miliardi di dollari) e Cina (-12,5 miliardi di dollari contro -12,4 miliardi di dollari). Il deficit con l’UE si è ridotto drasticamente a 6,1 miliardi di dollari dagli 11,1 miliardi di dollari.
GOLD IN RIALZO.
Venerdì, dopo due giorni di calo, il prezzo dell’oro è salito a circa 5.110 dollari l’oncia, nel solito contesto di valutazione del rischio geopolitico rispetto all’impatto inflazionistico dell’impennata dei prezzi del petrolio. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e la nuova guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei hanno assunto toni di sfida nel tredicesimo giorno di guerra. Trump ha affermato che impedire all’Iran di acquisire armi nucleari e di minacciare il Medio Oriente è più importante delle preoccupazioni sui prezzi del petrolio, mentre Khamenei ha promesso di mantenere lo Stretto di Hormuz effettivamente chiuso e ha minacciato di aprire ulteriori fronti se gli attacchi statunitensi e israeliani dovessero persistere. Ciò ha spinto al rialzo i prezzi dell’energia, alimentando ulteriori timori di inflazione e smorzando le aspettative di un taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. I mercati non vedono alcuna possibilità di una riduzione nella riunione della prossima settimana e solo una probabilità di circa il 70% di un taglio entro la fine dell’anno. L’oro si avvia a chiudere la seconda settimana consecutiva in perdita.
Saverio Berlinzani

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