Fra le accuse che possono essere mosse alle politiche di governo degli ultimi anni non c’è certamente né la mancanza di chiarezza, né tantomeno l’ambiguità, almeno in materia di politica degli Enti locali.
Il disegno di centralizzazione e di concentrazione del potere politico ed amministrativo è un obiettivo dichiarato, messo nero su bianco nei provvedimenti di legge e spiegato nelle relazioni di bilancio: di più , è rivendicato costantemente anche politicamente, attribuendo le difficoltà di bilancio, di procedura e di spesa alla mancata adozione della riforma respinta il 4 dicembre.
E’ certamente così per quelle della Città Metropolitana. La legge Del Rio è stata fatta per chiudere le Province e lasciare una finta sopravvivenza a dieci (?!?) di queste chiamandole Città Metropolitana, non per realizzare una riforma che desse valore alle uniche tre aree metropolitane italiane, vale a dire Milano, Roma e Napoli. Oddio, sopravvivenza un po’ boccheggiante con il costante rischio di andare in default ogni anno, grazie ad uno squilibrio strutturale fra funzioni attribuite e risorse assegnate che il Governo stesso certifica essere, per Milano, di 47 milioni su circa 310 di spesa corrente all’anno, ma sufficiente a far dire a qualcuno che la “Città Metropolitana” è una grande risorsa etc etc e, soprattutto, a convogliare verso di essa il disagio e l’arrabbiatura di disabili, pendolari, automobilisti che si muovono sulle strade provinciali cercando di evitare, come cantava Battisti, almeno le “buche più dure”.
Costringere la CM di Milano a coprire un buco strutturale arrivato in quattro anni a 200 milioni non sembrava sufficiente, perché a dispetto di tutto i Consiglieri metropolitani ( cui non spetta un euro di indennità, perché così siamo sicuri che non vadano lì per le “poltrone”..) sono riusciti incredibilmente a pareggiare il bilancio fino allo scorso anno, seppure al prezzo di riduzione dei servizi offerti che neanche nella Mosca dopo la caduta dell’Urss.
Per sicurezza, quindi, seguendo la lezione del Tremonti annata 2012 (non mettiamo le mani in tasca ai cittadini, togliamo loro direttamente i pantaloni..) i governi Monti, Letta, Renzi ed ora Gentiloni hanno messo in piedi un satanico “combinato disposto” che porta Milano a dover “contribuire al bilancio dello Stato “, in una forma di federalismo rovesciato che non si vedeva dai tempi di Re Giovanni e dello sceriffo di Nottingham, con un versamento in partite correnti di 165 milioni all’anno, vale a dire di una quota del 40% sulle entrate previsionali pari a circa 400 milioni.
Il prelievo forzato, paragonabile ad una fattura falsa emessa da una società capogruppo ai danni di una controllata per drenare risorse per gli azionisti e lasciare i creditori a discutere con il curatore, viene imposto peraltro dopo che CM Milano ha ridotto le spese correnti del 45% in due anni e mezzo ed il personale del 38% portandone il costo a meno del 15% delle spese a bilancio .
Ma come ho detto, tutto questo non è né inaspettato, né è stato comunicato ambiguamente: nei colloqui pubblici e privati, dopo la classica trombonata sulla “grande occasione”, non ho mai trovato nessuno, né politico né tecnico né passante che pensasse seriamente di mettere mano alla situazione in maniera non occasionale, perché “significherebbe dire che la politica governativa degli ultimi tre anni è stata sbagliata“.
Ed è proprio così: se non si vuole mettere in discussione nulla e si continua con la favoletta dell’”occasione persa il 4 dicembre dal Paese” il massimo che si può concedere ai malcapitati metropolitani è una manfrina allungata e, come massimo, qualche provvedimento cerotto o mancia che magari riesce a non farti morire, ma certamente non a farti star bene.
Forse è meglio che tutti si prenda atto che la nuova creatura istituzionale non è voluta da nessuno, Comuni, Governo, Regione Lombardia e non se ne parli più.
Franco D’Alfonso (http://www.mu-me.it)

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