La situazione politica personale di chi scrive è certamente emblematica e rappresentativa di una larga parte di coloro che guardano alla assise di fine maggio con un misto di curiosità e speranza. Il “bagno di sangue” di Mani Pulite – comunque lo si voglia considerare nel merito – ha costituito (assieme ai c.d. anni di piombo) uno dei momenti peggiori della storia repubblicana, essenzialmente per due ragioni. In primo luogo, perché si è verificata l’azione concomitante e combinata di forze destabilizzanti (l’asse tra la magistratura ed i mass media, il populismo demagogico e a tratti barbaro, l’azione terroristica della criminalità organizzata). In secondo luogo, perché quella fase storica – in cui si è avuto tutto tranne che giustizia – ha spazzato via quelle forze democratiche che, pur con tutti i loro sbagli, avevano fatto la Costituzione e la Repubblica. L’eliminazione dei grandi partiti ha provocato un vuoto culturale spaventoso, che tutt’oggi resta drammaticamente incolmato. In quel vuoto s’inserì Berlusconi, con una capacità di coesione derivante principalmente – ancora oggi – dalla mancanza di alternative. Di fronte a questo sfascio – che abbiamo cercato di sintetizzare con alcuni cenni – , i socialisti, è cosa nota, avevano due scelte: allearsi con coloro che fino al giorno prima avevano contribuito in tutti i modi alla morte del loro partito, oppure confluire in una grande “casa” che si proponeva di ospitare tutti, Forza Italia. È cosa nota che la maggior parte di essi scelsero la seconda opzione, e sono altresì note le ragioni che giustificarono tale scelta.
E i giovani? C’è chi, come il sottoscritto, ha cominciato ad interessarsi alla politica, per ragioni d’età, in piena “epoca Berlusconi”. La scelta, per quelli della mia generazione, è sempre stata essenzialmente la seguente: stare con o contro Berlusconi. Da circa quindici anni, l’unica variabile della politica italiana è diventata questa, essendo scomparsa qualsivoglia forma di dibattito politico. Le persone che hanno avuto – come io ho avuto – una formazione politica tradizionale, di matrice liberal socialista, non hanno mai potuto avvicinarsi al “barcone” degli eterni camaleonti (ex PCI, ex PDS, ex DS, e chi più ne ha più ne metta). In quella fazione rivive un substrato culturale fortemente illiberale e revanscista, che – a partire dalla gestione di Berlinguer ad inizio anni ’80 – non è più riuscito a staccarsi da quella pericolosissima forma di facile consenso che è la costante ed incosciente delegittimazione della classe politica di cui esso stesso è rappresentante.
Dall’altra parte, ci si è sempre dovuti confrontare con un voto “forzato”, o – come si suol dire – con un “voto contro”, piuttosto che con un “voto a favore”. In particolare nel corso degli ultimi anni, è diventato palese il problema di una gestione fallimentare del neonato partito “del predellino”, il quale manca di un autentico radicamento sul territorio, di una apertura sincera ed incondizionata ai giovani (a quelli validi e senza “vincoli” di parentela), di un’azione culturale degna di questo nome, e soprattutto di una linea politica precisa ed univoca.
Il paradosso della storia può forse essere questo: i giovani che oggi si trovano divisi da un voto (chi nel centro-destra, chi nel centro-sinistra) hanno in comune più di quanto si possa immaginare. Ciò che li accomuna è un’insoddisfazione crescente nei confronti della stagnazione politica in cui l’Italia è costretta dalla fine della c.d. Prima Repubblica. Se i giovani che hanno sempre votato Berlusconi sono stanchi di una gestione verticistica del partito e sono seriamente preoccupati dalla possibile “cattolicizzazione” dello stesso, quelli che gli hanno sempre votato contro si rendono conto che i loro partiti sono fondati sul nulla e che, venuto meno l’avversario, non avranno nulla di buono da proporre, perché non sono (e mai sono stati) socialdemocratici. Senza dover contare l’imbarazzo di un’alleanza con i “pifferai” Vendola e Di Pietro.
Alla luce di quanto fin qui scritto, è evidente che dal vertice di fine maggio ci si attente, prima di tutto, che non sia solo un’incontro tra vecchi amici, tra nostalgici un po’ romantici cui piace rivedersi di tanto in tanto. Si chiede che venga gettato il seme di un’alternativa, di una nuova chance. Dove vanno i veri riformisti? Questa è la domanda cui bisogna rispondere. Ed è nostra convinzione che questa sia un’autentica responsabilità per le personalità che s’incontreranno a fine maggio; un vero e proprio dovere cui non è lecito sottrarsi. Anche perché, a fronte della crisi politica ormai trasversale, si apre sempre più il baratro dell’antipolitica militante.
Filippo Ferri, 26 anni
labORA

o un ex giovane vecchio, se preferisci
Sottoscritto dalla prima all’ultima parola da un vecchio ex giovane