E’ arcinota la frase di John Kennedy: “Non chiederti cosa la nazione può fare per te, chiediti che cosa puoi fare tu per la nazione”. Gli ha risposto (idealmente) David Friedman: “Non chiederti quello che può fare lo Stato per te, chiediti che cosa lo Stato ti sta facendo”. Che è un’arguta sintesi di un filone di pensiero liberal-radicale, anzi anarco-liberale o anarco-capitalista, di cui è insigne esponente l’autore de “L’ingranaggio della libertà” (pubblicato per la prima volta nel 1973, disponibile in Italia nella sobria ed elegante edizione della casa editrice Liberilibri, che si è caricata sulle spalle la missione di diffondere in questo Paese, miseramente condannato allo statalismo e alla solidarietà imposta per legge, una cultura vasta e articolata, felicemente antitetica a quella dominante), da non confondere con il padre Milton, il famoso Premio Nobel che ha ispirato le politiche di Thatcher e Reagan e che pure al confronto del figlio pare quasi un socialista.
Per il libertario non esistono funzioni proprie dello Stato e l’unica distinzione ammessa tra le attività svolte da un governo ovvero da un’intera amministrazione pubblica è tra: 1) quelle che potrebbero essere privatizzarte oggi stesso e 2) quelle che si spera di poter privatizzare domani. Naturalmente, per David Friedman, la maggior parte rientra comunque nella prima categoria.
Mi diverto a pensare se qualcuno che sa farsi ascoltare, in Italia, oggi, prendesse sul serio questa teoria e ne facesse oggetto di una vasta opera di comunicazione: quanti politici, funzionari pubblici, sindacalisti e uomini di cultura (di quella cultura che fino a qualche anno fa era, di fatto, monopolista) griderebbero “inaudito”, “inaccettabile”, “vergogna”, “scandalo”!
L’altra sera discutevo con un amico-commensale di Welfare-State e, pur nella differenza dei punti di vista e delle sensibilità (io, naturalmente, nella parte dell’ottuso ed egoista uomo di destra, prevalentemente interessato a ridurre lo Stato all’osso e a favorire il laissez faire), abbiamo convenuto che il modello dello Stato sociale ha trovato in Italia una delle peggiori declinazioni.
Mi viene da riflettere che anche la teoria anarco-capitalista si presta, pur nella dimensione teorica cui pare condannata (però discutiamone, anzi discuteremo magari in prossime occasioni), ad essere qui accolta nella sua peggiore versione: quella del solo disimpegno dallo Stato, dagli obblighi verso di esso, senza accettare l’altra faccia della medaglia: quel tanto, anzi parecchio, di autonomia e di responsabilità in più che ciò comporta, anzi presuppone. Si, perché il valutare quanto e cosa lo Stato ci stà già facendo, implica a contrariis valorizzare la possibilità che noi tutti abbiamo di vivere una vita alternativa, nel senso di avere davvero nelle mani la nostra vita, non solo senza che un guardiano limiti od opprima le nostre potenzialità, senza dover fare i conti con un padre-padrone che si fa presente in ogni momento (peggiore, nell’immagine di Friedman, del bandito che ti rapina una tantum e poi ti lascia in pace), ma soprattutto senza chiedere ad altri sopra di noi o pretendere da un’autorità quello che è lecito, possibile e finanche doveroso acquisire o realizzare con le proprie forze. Questa possibilità, in Italia, è oggi ignota. Dall’epoca fascista ad oggi un filo rosso fatto di statalismo, dirigismo, corporativismo/consociativismo e conformismo unisce epoche storiche che solo per altri versi sono distinte.
In Italia non funziona lo Stato sociale (fondamentalmente non siamo abituati a pensare alla cosa pubblica come ad una res omnium ma come ad una res nullius e mi scusino coloro che non dovessero sapere di latinorum, tanto la traduzione è intuitiva) per ragione analoga o complementare a quella per cui non funzionerebbe, in ipotesi, uno Stato ridotto ai minimi termini (siamo avvezzi ad essere un po’ schiavi, è il prezzo della nostra ‘socialità’: ci mancherebbe il capezzolo da cui ciucciare tutto quello – ed è molto – che siamo abituati ad aspettarci da qualcos’altro). Un popolo de-responsabilizzato è in buona parte privo di cultura civica e mette l’individualismo dove c’è da arraffare, salvo ritirarlo dove c’è da pagare un prezzo.
Ecco perché penso che sia interessante la metabolizzazione del capolavoro di David Friedman: 1) perché rappresenta una antitesi assoluta alla nostra cultura politica, di sinistra e anche di destra (perché la destra in Italia non riesce ad essere né liberale, né per il mercato); 2) perché tra la suggestione anarco-capitalista e il modello vigente, c’è un juste milieu che potrebbe costituire la stella polare di una nuova destra italiana, che ancora non c’è ma che, in qualche modo, potrebbe essere già ‘approdata’ anche da noi (penso a studiosi, opinionisti, gruppi e associazioni liberal-liberisti, ai circoli Tea-Party); 3) perché forse bisogna rendersi conto che l’opzione favorevole ad un nuovo assetto costituzionale, prima che essere un progetto politico, origina da una dimensione etica e presuppone una piena coscienza e volontà di accettare ogni esito, favorevole e sfavorevole, della nuova ‘dottrina’.
Io sarei felice di potermi imbarcare in una destra di questo tipo. Anche senza le provocazioni e gli eccessi teorici del Friedman David – che comunque reputo salutari – il dimagrimento del Leviatano mi sembra l’unica cosa che, nel tempo attuale, si può affermare ‘patriottica’: quando ci dovessimo domandare tra un buon numero di anni che cosa lo Stato ci sta facendo, vorrei rispondere, semplicemente: siamo più uomini, perché siamo più liberi; esso ci appartiene di più, perché ci rapina molto meno di prima.
Paolo Marini

Lascia un commento