L’inutile, urticante, mistificato 8 marzo si è accompagnato quest’anno ad una storia agghiacciante – una di tante, a dire il vero, ma forse la più eclatante – di diritti negati, di infanzia violata, di disumana spietatezza, che riguarda una bimba, una piccola donna in fieri, che malgrado la sua volontà, e forse a sua insaputa, con la sua storia ha fatto parlare tutto il mondo. Una bimba brasiliana di nove anni, violentata dal patrigno da quando di anni ne aveva solo tre, rimasta incinta e perdipiù di due gemelli, che i medici della sua città, in accordo con la madre, hanno fatto abortire ritenendola in pericolo di vita. Una bimba che è alta un metro e trentasei centimetri, pesa poco più di trenta chili, denutrita, ferita nel suo esile corpicino ma ancora più nella sua anima tradita da chi invece doveva proteggerla ed avere cura di lei, spaventata, brutalizzata, in nessun caso avrebbe potuto reggere l’immane carico, fisico e psicologico, di una gravidanza gemellare, ma questo non è bastato a risparmiarle la violenza più grande: finire su tutti i giornali come una sorta di Maria di Nazareth rinnegata dai medici che l’hanno fatta abortire, perché la Chiesa cattolica li ha immediatamente scomunicati sostenendo che la vita è un valore assoluto e dunque in nessun caso, e per alcun motivo, una gravidanza può essere interrotta. Di fronte ad un caso del genere, non è facile neanche accettare ciò che si legge: occorre fermarsi, prendere tempo, tornare su ogni parola e lasciarsene penetrare, sentire il respiro che si spezza, immaginare il volto ed il corpo di questa bimba, tentare almeno di figurarsi l’orrore che ha travolto la sua brevissima vita, prima di farsi invadere da una sana, potente, debordante incazzatura verso i farisei che ad ogni passo straparlano di “dignità della persona” e però la negano con inumana ferocia ad una bambina di nove anni. Qualcuno potrebbe infatti spiegarci perché la dignità della persona era così intoccabile nel corpo piagato, immemore ed immoto, di Eluana Englaro, in coma da 17 anni, ed invece non se ne riscontrino tracce nel corpicino piagato da ben altre ferite di questa bambina brasiliana?! Qualcuno potrebbe forse illuminarci sulla linea di confine, a quanto pare assai sottile, così sottile da essere invisibile, che separa il dogma dalla crudeltà?! E davvero possiamo stare qui a scambiarci mimose ed a vagheggiare improbabili feste della donna, quando si consumano simili tragedie sulla pelle di una bambina?! Perché quello che le è accaduto, in realtà, ci riguarda tutte, a qualunque età, ci costringe, se abbiamo ancora un minimo di coscienza ed una parvenza di raziocinio, ad interrogarci su cosa siamo ma, soprattutto, su cosa vorrebbero costringerci ad essere certi sepolcri imbiancati che con la forza del ricatto morale e della violenza dogmatica tentano di ricacciarci in un ambito subumano, quello dove una persona non è tale ma è solo un mero contenitore biologico. Perché questo significa la scomunica inflitta ai medici che hanno procurato l’aborto, che una bimba di nove anni, privata della sua infanzia, della sua serenità, del suo diritto a crescere per gradi, scaraventata nell’orrore di una violenza senza pari, usata come un oggetto senz’anima, debba anche vedersi negare la speranza di potersi riprendere, debba rischiare di morire per partorire – a NOVE ANNI!! – debba rinunciare una volta di più alla possibilità di essere una persona per accettare di essere solo un’incubatrice ideologica, il contenitore di un dogma. Non ha diritto ad altro, questa bimba, agli occhi di chi ha il coraggio di parlare di amore divino, di carità cristiana, e ritiene in nome di ciò di poter condannarla alla passività di mero strumento di natalità. Se davvero il ridicolo 8 marzo avesse un senso, dovremmo riconoscerlo in una riflessione profonda, razionale, non ideologica e non dogmatica sul significato che oggi vorremmo dare al nostro essere donne, a partire dal diritto inalienabile di decidere della nostra vita con responsabilità e coscienza, senza dover subire pressioni, ricatti, ostracismi sociali, ideologici e religiosi di ogni genere che fanno delle nostre vite una sorta di corsa ad ostacoli che non conosce pause. La maternità va tutelata nella sua natura essenziale di scelta, di esperienza voluta, di cammino condiviso; ma non può e non deve diventare un dogma che imprigiona le donne e le inchioda al loro dolore. Chi scrive ha sempre pensato che l’aborto sia una estrema ratio molto dolorosa che, tranne in casi rari, sia vissuta con molta sofferenza dalle donne che vi ricorrono; ma non è accettabile ritenere che una donna violentata debba subire una gravidanza figlia dell’orrore e della violenza di uno stupro, e se questo accade ad una bimba di nove anni il nostro compito dovrebbe essere solo quello di curare le sue ferite, di riconoscere finalmente la sua infanzia, invece di negarla con accanimento ed imporle di diventare madre ad una età assurda. La dignità della persona non è un monopolio della Chiesa cattolica, è qualcosa che appartiene profondamente e naturalmente ad ognuno di noi: se davvero desideriamo tutelarla, allora riconosciamo che, perché abbia davvero un senso, deve essere innervata di amore, di pietà, di comprensione, di autentica umanità, altrimenti diventa solo ciò che oggi si mostra nell’atto arrogante di una scomunica, ovvero un esercizio di potere e di sopruso che siamo chiamati a rinnegare in nome del nostro essere persone.
ChiBo.
CHIACCHIERE, MIMOSE E CRUDELTÀ
Quando la dignità della persona è solo uno sterile dogma
L’inutile, urticante, mistificato 8 marzo si è accompagnato quest’anno ad una storia agghiacciante – una di tante, a dire il vero, ma forse la più eclatante – di diritti negati, di infanzia violata, di disumana spietatezza, che riguarda una bimba, una piccola donna in fieri, che malgrado la sua volontà, e forse a sua insaputa, con la sua storia ha fatto parlare tutto il mondo. [br]

Sono sostanzialmente d’accordo con te. Non essendo in grado di costruire simile alta definizione, mi limito modestamente a segnalare ciò che NON è rispetto della persona e della dignità umana.
Cara Chiara,
il problema è che il termine “persona” viene usato indiscriminatamente come garanzia di diritto alla dignità, all’umanità, al rispetto, al riconoscimento del proprio valore ecc. Così non sta ateo o credente che non ricorra alla “persona” per invocare l’inviolabilità del singolo. Ma il pensiero ateo nell’appropriarsi del concetto teologico di “persona”, ha fatto un grave errore perché il concetto teologico di persona sia nella letteratura cattolica, sia protestante, fa acqua da tutte le parti, ricorrendo malamente alla filosofia, alla fenomenologia e alla psicologia, in un ” qui pro quo ” che non acquisisce niente più di un generico fervore umanistico, baciato o no dalla provvidenza. In questo senso sono illuminanti gli interventi a vuoto sia della teologia di Giovanni Paolo II, sia del volontarismo etico laico, come il caso Englaro dimostra, dove tutti sbraitavano sui diritti della pesona senza sapere che quel concetto è rimasto nelle buone intenzioni. La questione non è oziosa, perché rigettato l’individuo intestinale del mercato, il concetto di persona sarebbe l’unico deputato a denotare diritti e doveri in un tempo di confusione che sfiora la barbarie. La mancata definizione del concetto indica un quadro di insolvenza etica della nostra storia, insolvenza destinata ad accrescersi nonostante ci si strappi i capelli e si grida all’orrore. La povera bambina brasiliana è solo una delle ultime vittime causate da un vuoto intellettivo che non può essere colmato dallo sdegno. Se l’essere umano oggetto dei diritti e dei doveri non viene definito in una accezione fisica e storica superiore al fumoso richiamo all’uomo, ci si deve aspettare il peggio, che è già qui. M.S.