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Chi minaccia la democrazia

Jean Jacques Rousseau nel suo Contratto sociale, scrive che in tutta la storia dell’umanità, la democrazia si era vista per un breve periodo a Roma, alla cacciata dei Tarquini. La forma repubblicana che si sarebbe poi data quella città, non sarebbe mai stata quindi pienamente democratica. Purtroppo questo giudizio di Rousseau viene espresso in una nota a margine del testo. Magari molti non l’hanno nemmeno letta, altri, l’hanno ignorata.

di Riccardo Bruno | 20 Ottobre 2025

Jean Jacques Rousseau nel suo Contratto sociale, scrive che in tutta la storia dell’umanità, la democrazia si era vista per un breve periodo a Roma, alla cacciata dei Tarquini. La forma repubblicana che si sarebbe poi data quella città, non sarebbe mai stata quindi pienamente democratica. Purtroppo questo giudizio di Rousseau viene espresso in una nota a margine del testo. Magari molti non l’hanno nemmeno letta, altri, l’hanno ignorata. Chi ha avuto modo di rifletterci sopra, a contrario, si è posto il problema del perché Rousseau si esprimesse così drasticamente nei confronti del principale modello democratico per l’occidente. Forse perché Roma si fondava come l’antica Grecia sulla schiavitù di altre popolazioni, o perché non concedeva il voto alle donne, questioni che sono tornate poi all’interno del dibattito politico nei secoli successivi. Il giacobinismo stesso si sarebbe diviso proprio sul censo, per non parlare della servitù. In Francia ottocentomila persone, Rousseau stesso in quanto istitutore presso una famiglia privata, sarebbe stato escluso dalle liste elettorali.

Per quanto Rousseau scrivesse contro il potere monocratico, un contratto sociale, all’epoca ancora non si era mai visto. L’unica forma di governo conosciuta era quella assolutista che in modo diverso i contemporanei di Rousseau, fossero Hobbes, o Grotius, Locke, nei suoi trattati sul governo, celebravano a pagamento. Da qui si capisce lo scetticismo di Rousseau. Lo si riscontra nel suo Contratto quando si lascia andare ad affermazioni come, “la democrazia è cosa per gli dei, non per gli uomini”. Il democratico Rousseau, inventava così anche il super uomo, un dio sulla terra capace di rovesciare usi e costumi, cosa che ampliò di non poco i problemi per i secoli che si preparavano.

Il successo che ottenne Rousseau nella sua epoca, è qualcosa che oggi, con i moderni ed immediati mezzi di comunicazione resta difficile da immaginare. Gli storici accusano i radicali del giacobinismo di essere rousseauiani, Robespierre su tutti. Dimenticano che lo erano anche i suoi avversari. Madame Roland aveva un culto mistico per Rousseau, e altrettanto il fogliante Barnave. Semmai Marat era troppo pieno di sè per essere un ammiratore di Rousseau, mentre Danton non aveva tempo da perdere sui suoi libri. Ma già Talleyrand da vescovo si era recato in visita perché Rousseau era letto anche a corte, più la Nouvelle Heloise, che le Origini della diseguaglianza, comunque uno tirava l’altro. Bonaparte, con il suo spadone troppo grande, si trascinava ad Ermenonville per chiedersi meditabondo se il mondo non sarebbe stato migliore nel caso che nessuno dei due, Jean Jacques e lui, fosse mai nato. Incredibile a dirsi, il conte Tolstoj non si levava il ritratto di Rousseau appeso al collo nemmeno se prendeva il bagno. E questo sino ai trent’anni.

Ora che la democrazia sembra acquisita e scontata, bisogna pure ricordare questi suoi primi passi accidentati, fin dal pensiero da cui si è mossa. In Italia poi la si conosce molto malamente. Appena conseguita l’unità la sua avventura fu rocambolesca. L’Italia ha inventato il fascismo, un fenomeno che è stato decretato come l’avversario stesso del mondo democratico e che le democrazie hanno pensato bene di incenerire. Il punto di vista dei fascisti però era diverso. Carl Schmitt sosteneva che un duce, un capo, fossero più rappresentativi di un parlamento e ancora nel 1936, Adolf Hitler si riteneva più democratico del re d’Inghilterra. Quando Mussolini la democrazia, la detestava puramente e semplicemente. Onore alla franchezza.

Tali antefatti hanno lasciato l’ombra di una minaccia sospesa sulla vita democratica italiana, che si è sempre avvertita fragile. Ragione per cui non si è voluto nella Costituzione espandere i poteri del capo del governo, che oggi si richiedono a gran voce e si legiferò un sistema elettorale proporzionale per aumentare la partecipazione al voto. Si voleva evitare che la vita politica divenisse appannaggio di pochi e con tratti troppo personali. L’esatto opposto della strada imboccata negli ultimi vent’anni. Quando si vota di qua o di là, si riduce la complessità democratica di un paese in uno schema troppo rigido. La democrazia si restringe inevitabilmente. Una controindicazione a questo fenomeno fu data, piacesse o meno, da Beppe Grillo che si inventò, un soggetto terzo, buono a smontare questo bipolarismo troppo ingessato e inconcludente. Per quanto rozzo, “bisogna aprire il parlamento con un apriscatole”, il tentativo di Grillo fu significativo. Vedere quel progetto magari confuso, certamente ambizioso, ridotto ad un ennesimo partitino personale, bene si, questa è una ulteriore e vera minaccia alla democrazia italiana.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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