
La calma di questi giorni non dovrebbe tranquillizzarci. Al contrario, dovrebbe indurci a fare una domanda scomoda: siamo davanti a una vera de-escalation o soltanto a una pausa dettata dalla convenienza politica? Le date, in questo caso, contano. Israele va alle urne il 27 ottobre.
Negli Stati Uniti, il 3 novembre, si vota per le elezioni di midterm. E mentre le due campagne elettorali entrano nella fase decisiva, la guerra sembra improvvisamente poter essere contenuta, rallentata, gestita. Sarebbe ingenuo non vedere la coincidenza. Una guerra può essere presentata come una necessità storica quando serve a dimostrare forza. Può diventare improvvisamente più prudente quando rischia di trasformarsi in un problema elettorale. Perché la guerra, oltre alle vite umane, ha un costo politico. E quel costo, prima o poi, arriva alle urne.
Per Donald Trump arriva sotto forma di prezzi dell’energia, inflazione e consenso. Per Benjamin Netanyahu arriva insieme al bilancio delle guerre condotte da Israele e alle conseguenze che esse hanno prodotto sul Paese. La domanda, allora, non è soltanto se la relativa calma di questi giorni sia destinata a durare. La domanda è cosa accadrà il giorno dopo le elezioni. Perché se la guerra può essere rallentata per qualche settimana quando gli elettori stanno per votare, diventa difficile sostenere che ogni scelta militare sia dettata esclusivamente da ragioni di sicurezza nazionale.
E questo dovrebbe preoccuparci. Trump e Netanyahu stanno presentando al mondo un conto che altri sono chiamati a pagare. Le loro decisioni non riguardano più soltanto Stati Uniti e Israele. Arrivano nelle nostre case, ai distributori, nelle bollette, nei prezzi dei prodotti e, soprattutto, nella capacità delle famiglie di arrivare alla fine del mese.
La retorica della sicurezza è potente. Ma non paga le bollette. Ci viene detto che si combatte anche per noi. Che l’Iran rappresenta una minaccia che riguarda l’Occidente. Che il sacrificio dell’Ucraina serve a difendere l’Europa. Che l’intervento militare è necessario per impedire minacce ancora peggiori. È un argomento che merita di essere discusso, non semplicemente ripetuto. Perché noi italiani con l’Iran abbiamo avuto per decenni rapporti commerciali ed energetici. E se altri Stati decidono di intraprendere una guerra, è legittimo chiedere perché il prezzo delle loro decisioni debba ricadere anche sui cittadini italiani. Il punto non è sostenere l’Iran. Non è difendere Netanyahu. Non è assolvere Trump.
Il punto è molto più semplice: chi paga? Perché dietro le dichiarazioni sui grandi interessi strategici ci sono petrolio e gas, trasporti e assicurazioni, industria militare e debito pubblico, inflazione e tassi d’interesse. Ci sono settori economici che possono beneficiare di una crisi e milioni di cittadini che ne sostengono invece il costo. Il primo conto arriva dall’energia. Lo Stretto di Hormuz è una delle principali arterie energetiche del pianeta. Qualunque minaccia alla libertà di navigazione in quell’area ha conseguenze immediate sui mercati internazionali e, attraverso di essi, sulle economie europee. Il meccanismo è noto: aumenta il rischio, aumenta il prezzo dell’energia; aumenta il prezzo dell’energia, aumentano i costi di produzione e trasporto; aumentano quei costi, aumentano i prezzi che pagano i consumatori.
La guerra, insomma, non è soltanto quella che vediamo nelle immagini provenienti dal Medio Oriente. È anche quella che entra silenziosamente nel conto corrente. È il pieno che costa di più. È una bolletta più pesante. È un’impresa che paga più energia e trasferisce una parte di quel costo sui propri prodotti. È una famiglia che rinuncia a una spesa, a una vacanza, a un acquisto. E qui emerge una contraddizione che la politica tende a rimuovere. Mentre i governi parlano di deterrenza, vittoria, sicurezza e interessi nazionali, i cittadini fanno i conti con il costo della vita. È facile parlare di sacrifici quando a sostenerli sono gli altri.
La storia recente dovrebbe inoltre imporre prudenza ogni volta che la minaccia di armi di distruzione di massa torna a essere utilizzata come argomento per giustificare un intervento militare. Saddam Hussein, Gheddafi, le armi che non furono trovate, le conseguenze di guerre iniziate con promesse di sicurezza e finite lasciando dietro di sé instabilità e nuove minacce: sono precedenti che non autorizzano paragoni semplicistici, ma impongono almeno una memoria. La domanda non è se l’Iran sia una minaccia. La domanda è se la guerra sia davvero l’unico modo per affrontarla e, soprattutto, chi sia chiamato a sostenerne il costo. Perché c’è un aspetto della guerra che raramente compare nei discorsi dei suoi protagonisti. La guerra ha sempre qualcuno che ordina, qualcuno che combatte e qualcuno che paga.
Troppo spesso queste tre persone non coincidono. Ed è per questo che la calma di questi giorni non dovrebbe essere interpretata frettolosamente come una buona notizia. Certo, ogni giorno senza missili, senza morti, senza escalation è una buona notizia. Ma una pausa che coincide con due appuntamenti elettorali cruciali non può essere considerata automaticamente una svolta diplomatica.
Potrebbe essere soltanto una pausa. Una pausa prima delle urne. E se così fosse, la domanda diventerebbe ancora più inquietante: quanto durerà la prudenza quando i cittadini avranno già votato? Perché mentre Trump e Netanyahu faranno i conti con il risultato elettorale, noi continueremo a fare i conti con il resto. Con la benzina. Con le bollette. Con la spesa. Con il conto in banca. E alla fine, ancora una volta, potrebbe accadere che chi decide la guerra non sia chi ne paga il conto.
Angelo Santoro

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