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Chi controlla i pagamenti digitali?

Il sistema dei pagamenti globale è al centro di una profonda ridefinizione degli equilibri, che sta assumendo anche una dimensione esplicitamente geopolitica. Una trasformazione profonda avviata dal 2019, ma che ancora non ha definito i confini di sviluppo. Per comprendere i connotati di questa trasformazione è utile partire da qualche dato di contesto. In gran parte delle economie avanzate i pagamenti digitali, trainati soprattutto dalle carte basate sui circuiti, rappresentano ormai la modalità prevalente di pagamento: nell’area Euro, nel 2024, valevano il 45% del transito dei consumatori contro il 39% del contante. L’Italia ne è un esempio, infatti, nel 2025 i pagamenti digitali effettuati tramite carte, wallet e strumenti collegati al conto corrente hanno raggiunto 518 miliardi di euro, pari al 45% dei consumi contro il 38% del contante – di fatto consolidando il sorpasso del digitale sul contante avvenuto nel 2024.

di Istituto Ispi | 30 Giugno 2026

di Ivano Asaro e Valeria Portale*

Il sistema dei pagamenti globale è al centro di una profonda ridefinizione degli equilibri, che sta assumendo anche una dimensione esplicitamente geopolitica. Una trasformazione profonda avviata dal 2019, ma che ancora non ha definito i confini di sviluppo. 

Per comprendere i connotati di questa trasformazione è utile partire da qualche dato di contesto. In gran parte delle economie avanzate i pagamenti digitali, trainati soprattutto dalle carte basate sui circuiti, rappresentano ormai la modalità prevalente di pagamento: nell’area Euro, nel 2024, valevano il 45% del transito dei consumatori contro il 39% del contante. L’Italia ne è un esempio, infatti, nel 2025 i pagamenti digitali effettuati tramite carte, wallet e strumenti collegati al conto corrente hanno raggiunto 518 miliardi di euro, pari al 45% dei consumi contro il 38% del contante – di fatto consolidando il sorpasso del digitale sul contante avvenuto nel 2024. 

Va ricordato, tuttavia, che mentre la moneta è sovrana, ossia è un bene pubblico emesso esclusivamente dalle banche centrali, i pagamenti digitali sono un’infrastruttura gestita interamente da attori privati, ovvero banche e circuiti. È questa distinzione che rende il sistema dei pagamenti un terreno politico, non solo economico.

Geopolitica dei pagamenti in tre atti

La partita si gioca su scala internazionale, dove tecnologia e controllo della moneta si intrecciano in modo sempre più esplicito. Tre eventi degli ultimi anni ne hanno ridefinito le coordinate.

Il 2019 segna il momento in cui un attore privato – Facebook con l’annuncio di Libra – rivendica esplicitamente il terreno della sovranità monetaria, costringendo governi e banche centrali a prendere coscienza che le infrastrutture di pagamento sono anche infrastrutture di potere. La risposta fu immediata: le banche centrali bloccarono il progetto e accelerarono i lavori sulle proprie valute digitali pubbliche, le cosiddette Central Bank Digital Currencies (CBDC). Anche l’Europa avviò lo studio sul Digital Euro, che potrebbe vedere la luce nei prossimi anni.

Nel 2022, questa consapevolezza si trasforma in azione. Con l’esclusione selettiva e progressiva di alcune delle principali banche russe da SWIFT, l’Occidente utilizza per la prima volta in modo deliberato e sistemico il sistema dei pagamenti come arma di sanzione geopolitica. La Russia si trovò tagliata fuori dai pagamenti internazionali, spingendola verso infrastrutture alternative come il Sistema di Trasmissione dei Messaggi Finanziari (SPFS), Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), e crypto. Dall’altra parte, in Europa, emerge con urgenza la necessità di costruire infrastrutture di pagamento indipendenti da attori globali, siano esse private o pubbliche. 

Infine, il terzo atto è il 2026, anno che ha reso noto il “mondo dall’altra parte”: l’Iran – escluso dall’infrastruttura finanziaria occidentale – non cerca di rientrare nel sistema, ma trova negli asset digitali e nelle loro caratteristiche uno strumento per operare, sfruttandoli a proprio vantaggio e imponendo pedaggi in Bitcoin, stablecoin o Yuan cinese allo Stretto di Hormuz. Tre strumenti diversi, una logica comune: nessuno dipende dal sistema finanziario occidentale. Si tratta del primo caso nella storia di uno Stato che utilizza gli asset digitali come infrastruttura di riscossione sovrana. Il fatto evidenzia non solo i limiti pratici delle sanzioni occidentali, ma anche che il monopolio del dollaro sulle infrastrutture di pagamento non è più assoluto. Crypto e stablecoin stanno emergendo quindi come canali complementari per il commercio internazionale, soprattutto per chi, in contesti di sanzioni e conflitto geopolitico, è rimasto fuori dal sistema.

Chi controlla i pagamenti controlla molto più

Criptovalute, stablecoin e CBDC sono oggi il centro di questa contesa geopolitica. La partita non si limita ai soli sistemi pubblici, perché anche il mondo privato delle stablecoin riflette gli stessi rapporti di forza. Il mercato è infatti dominato dal dollaro – Tether e Circle controllano oltre l’80% della capitalizzazione globale – e l’amministrazione Trump ha esplicitamente scelto di puntare su questa tecnologia per consolidare l’egemonia del biglietto verde, vietando contestualmente l’introduzione di un dollaro digitale pubblico con un executive order del gennaio 2025.

L’Europa, quindi, deve assicurarsi un’autonomia strategica da attori globali anche nel sistema di pagamento dove,secondo un recente report della BCE, nel 2022 circa il 61% dei pagamenti elettronici con carta nell’eurozona è transitato su circuiti internazionali e solo 9 Stati dispongono di un proprio circuito nazionale. La risposta di Bruxelles a queste due problematiche – l’indipendenza infrastrutturale e la creazione di una moneta digitale – si muove su due fronti paralleli. Per quanto riguarda le valute digitali, la risposta alle stablecoin passa dalla regolamentazione e dal settore privato: il MiCAr, entrato in vigore a fine 2024, ha definito gli standard normativi per tutti gli operatori di mercato europei. Tra le iniziative di maggiore rilievo figura Qivalis, consorzio di 37 istituti bancari europei che punta a emettere una stablecoin ancorata all’Euro. Sul versante pubblico, al fine di dotarsi di una moneta digitale propria da affiancare al contante, la Banca Centrale Europea spinge con determinazione verso l’Euro Digitale come strumento di sovranità monetaria e argine alla dipendenza dalle infrastrutture americane. L’attuale timeline prevede l’adozione del regolamento nel 2026, l’avvio di un pilota dalla metà del 2027 e prima emissione nel 2029. 

Nel frattempo, il settore privato non attende il 2029, consapevole dell’urgenza di dotare l’Europa di un’infrastruttura dei pagamenti autonoma. Per rispondere più velocemente a questa esigenza, si muovono due iniziative: Wero, il wallet paneuropeo promosso dall’European Payments Initiative (EPI), è attivo in cinque Paesi da novembre 2025 con oltre 46 milioni di utenti e punta a costruire un’infrastruttura nativa europea basata sui bonifici istantanei; parallelamente, l’European Payment Alliance (EuroPA) lavora invece all’interconnessione dei sistemi domestici esistenti, in una logica di hub continentale. Le due iniziative hanno però formalizzato la convergenza: a febbraio 2026 EuroPA e EPI hanno firmato un protocollo d’intesa per abilitare pagamenti transfrontalieri in tutta Europa entro il 2027, un’iniziativa che coprirebbe ben 13 Paesi e circa 130 milioni di utenti. 

Il confronto con la Cina è però eloquente: lo Yuan digitale (e-CNY) è operativo dal 2020 e mira esplicitamente a internazionalizzare la moneta e ridurre il peso del dollaro nei flussi transfrontalieri. Di recente la Cina ha fatto un passo ulteriore, consentendo alle banche commerciali di remunerare i detentori di Yuan digitale per incentivarne l’adozione, una scelta diametralmente opposta alla linea europea, che vieta qualsiasi remunerazione e discute un tetto di detenzione intorno ai 3.000 euro per non destabilizzare il sistema bancario.

La sovranità digitale europea: un’architettura in costruzione

Come dimostrato dalle evoluzioni nel contesto dei pagamenti digitali, la competizione geopolitica si misura sempre più sulla capacità di controllarne le infrastrutture. L’Europa cerca di rispondere a tali sfide con una strategia di autonomia articolata su più livelli. Il “Tech Sovereignty Package” del 3 giugno, che ha come focus il cloud, semiconduttori e intelligenza artificiale, ne è l’espressione più recente. Tuttavia, l’ambizione di Bruxelles si estende anche ad altri ambiti estremamente sinergici tra loro: i pagamenti digitali, l’identità digitale e la cybersicurezza. Il Cyber Resilience Act e la NIS2 introducono obblighi stringenti sulla supply chain di software e hardware, imponendo standard di sicurezza per qualsiasi prodotto digitale commercializzato nell’UE. Parallelamente, clausole di sovranità del dato negli appalti pubblici richiedono che le chiavi di cifratura siano gestite esclusivamente da entità europee: infrastrutture un tempo percepite come dominio tecnico-commerciale e oggi riconosciute come asset strategici.

Il raffreddamento dei rapporti con i partner storici — a partire dagli Stati Uniti — ha evidentemente impresso un’accelerazione decisiva a questa direzione. In questo quadro prendono pieno senso i lavori sul layer monetario (Digital Euro) e identitario (EUDI Wallet), da leggere non come risposte settoriali isolate, ma come componenti di un’architettura sovrana europea in costruzione.

L’ambizione europea va però oltre la difesa: con l’EU Tech Business Offer, l’Unione europea si propone come terza via rispetto alle due superpotenze digitali, introducendo un modello che integra investimenti privati, finanziamenti pubblici e framework normativi per proiettare i propri standard tecnologici verso i Paesi partner, pagamenti digitali inclusi.

Quale orizzonte?

La direzione tracciata è quella giusta, ma le sfide restano concrete. Sul fronte della moneta digitale, il progetto dell’Euro Digitale sconta un ritardo strutturale difficile da ignorare. Mentre la Cina ha già dispiegato su larga scala la propria valuta digitale e gli Stati Uniti hanno scelto consapevolmente di affidare la trasformazione monetaria agli attori privati, l’Europa si trova a costruire una risposta con una finestra temporale che si restringe. Le tempistiche, con una possibile prima emissione non prima del 2029, rappresentano una variabile critica, ma non l’unica. Il successo dell’Euro Digitale dipenderà anche dalla capacità di coinvolgere l’intero ecosistema finanziario privato – banche e payment service provider in primis – in un progetto che, allo stato attuale, non convince ancora pienamente.

Il cantiere è aperto e il tempo stringe. La domanda che l’Europa deve porsi non è se costruire la propria sovranità digitale nei pagamenti, ma se riuscirà a farlo prima che le scelte degli altri – Stati Uniti, Cina, e persino attori come l’Iran – rendano lo spazio di manovra troppo stretto per contare davvero.

Ivano Asaro e Valeria Portale

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Economia, Editoriale

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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