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Centomila metri quadri di verde, o di propaganda?

Il Comune di Milano annuncia l’avvio di un piano di “depavimentazione” da oltre 100mila metri quadrati. Titolo forte, suggestivo, rassicurante. Strade e piazze che tornano a respirare, asfalto che scompare, città finalmente alleata contro il cambiamento climatico. Un racconto perfetto. Talmente perfetto da suonare, ancora una volta, poco credibile. Perché a Milano il verde è una costante narrativa, non una costante territoriale. Nei rendering abbonda, nei comunicati stampa prospera, ma quando si passa dalla slide al cantiere succede quasi sempre l’opposto: prima si asfalta, poi — se va bene — si concede qualche aiuola. Il caso Cordusio è lì a dimostrarlo: milioni di euro, ettari di superficie ridisegnata, e il verde arriva solo dopo le proteste, in quantità simbolica e con radici che non possono scendere. Un verde più dichiarato che reale.

di Luca Rampazzo | 27 Dicembre 2025

Il Comune di Milano annuncia l’avvio di un piano di “depavimentazione” da oltre 100mila metri quadrati. Titolo forte, suggestivo, rassicurante. Strade e piazze che tornano a respirare, asfalto che scompare, città finalmente alleata contro il cambiamento climatico. Un racconto perfetto. Talmente perfetto da suonare, ancora una volta, poco credibile.

Perché a Milano il verde è una costante narrativa, non una costante territoriale. Nei rendering abbonda, nei comunicati stampa prospera, ma quando si passa dalla slide al cantiere succede quasi sempre l’opposto: prima si asfalta, poi — se va bene — si concede qualche aiuola. Il caso Cordusio è lì a dimostrarlo: milioni di euro, ettari di superficie ridisegnata, e il verde arriva solo dopo le proteste, in quantità simbolica e con radici che non possono scendere. Un verde più dichiarato che reale.

Alla luce di questa storia amministrativa, l’annuncio dei 100mila metri quadri non può essere preso per buono sulla fiducia. La domanda non è “quanto verde promettiamo”, ma quanto asfalto verrà davvero rimosso, e soprattutto dove. Perché se la depavimentazione riguarda marciapiedi marginali, spartitraffico secondari o superfici già residuali, l’impatto climatico è vicino allo zero, mentre l’effetto comunicativo resta massimo.

C’è poi un secondo elemento che a Milano dovrebbe sempre far scattare un riflesso di cautela: quando Beppe Sala e la sua amministrazione parlano di risparmio di risorse pubbliche. Storicamente, questo linguaggio è stato il preludio a una precisa dinamica: meno investimento diretto del Comune, più spazio alla valorizzazione immobiliare privata. E quando si “libera” suolo pubblico senza destinarlo esplicitamente a edilizia residenziale accessibile, il conto non sparisce: viene semplicemente trasferito.

Chi lo paga? Sempre gli stessi. Il ceto medio urbano e, in modo particolare, i millennial. Perché una città che vincola porzioni crescenti di territorio a funzioni non abitative, senza una politica aggressiva sull’housing, è una città che rende la casa un bene sempre più raro e costoso. Il verde, in questo schema, rischia di diventare un moltiplicatore di valore immobiliare, non un correttivo sociale. Più qualità urbana per chi già può permettersela, meno possibilità di accesso per chi vorrebbe viverci stabilmente.

Infine, il tempismo politico. L’assessora Elena Grandi parla di un Piano del verde che dovrebbe arrivare in Consiglio comunale entro la fine del 2026. Tradotto: a ridosso della fine della consiliatura. Il classico scenario in cui si incassano oggi gli annunci e si rinviano a domani le decisioni difficili, lasciando a una futura amministrazione l’onere di gestire cantieri, conflitti e costi. I meriti subito, le rogne dopo.

Questo non è buon governo, né pianificazione democratica. È gestione comunicativa del consenso. Perché il vero verde non si misura in metri quadri annunciati, ma in scelte urbanistiche coerenti, verificabili e durature. E su questo, finché Milano continuerà a produrre più rendering che alberi, l’incredulità resta non solo legittima, ma doverosa.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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