Per questo, è stata immaginata per le Casse la supervisione di una holding, partecipata da soggetti investitori non BCC.
Come un fiume carsico, la riforma delle Casse rurali, dopo una improvvisa emersione legata a quella delle Popolari, è scomparsa dalla vista, ma non dai pensieri, spesso cupi e preoccupati, degli addetti ai lavori, e prima o poi uscirà di nuovo allo scoperto. Da mesi, è attesa “a giorni”, e ora che UBI, prima tra le Popolari, ha anticipato tutti nell’applicazione corretta anche di quello che non le piaceva, lo sguardo torna inevitabilmente a posarsi sulle BCC.
Dopo l’iniziale doccia gelata, è sparito il decreto, anche per denunce di incostituzionalità ancora oggi adombrate da Regione Lombardia in chiave autonomistica, sostituito da una autoriforma non facile da realizzare per 350 realtà cooperative molto diverse – efficienti e scassate, sofferenti e in buona salute, grandi, grandissime e piccole e piccolissime – tutte sotto stress per l’occhio lungo di Banca d’Italia, a sua volta sotto tiro BCE.
Draghi e Visco temono che i non pochi casi passati di crisi, di cattiva gestione, di controllo di pochi manovratori a danno delle moltitudini festanti che affollano le Assemblee, producano guai ad un universo bancario nazionale che ha retto alla crisi globale ma ha lasciato varchi a incidenti vari, ultimo eclatante proprio quello di una Popolare, a Vicenza. Per questo, è stata immaginata per le Casse la supervisione di una holding, partecipata da soggetti investitori non BCC (in maggioranza o in minoranza?) perché gli eventuali salvataggi siano di sistema e gestibili. In tal caso però la contropartita dovrebbe essere un controllo pregnante e addirittura il diritto di veto sulle nomine e le cooptazioni interne tanto gradite agli amici degli amici, la verifica di requisiti e curricula, e l’eliminazione di conflitti di interessi tra amministratori e debitori. E’ certo che, senza garantire la copertura di almeno il 50% delle sofferenze, la perdita di autonomia sarà inevitabile. Il punto difficile da preservare è il rapporto tra il regolare funzionamento di quella che in definitiva è un’industria, e la territorialità autentica, valorizzatrice della piccola impresa, del merito imprenditoriale, del dialogo allo sportello, con la retorica del vogliamoci bene però sempre in agguato, perché i prestiti fatti solo col cuore possono avere l’effetto del medico pietoso.
La storia gloriosa della cooperazione non può essere cancellata per decreto, ma non è facile conciliare pratiche sempre più rigorose, principi sempre più severi ormai riguardanti tutto il mondo bancario, con lo spirito localistico, e se si vuole paesano, che è l’espressione di valori veri. Quando ci sono. Altrimenti, sull’altare della globalizzazione, della dimensione maggiore, della garanzia massima ai risparmiatori, potrebbe essere sacrificato un patrimonio morale ed umano che è sancito dalla Costituzione, applicato ben prima del 1948 da un diffuso piccolo capitalismo inizialmente liberale e poi, soprattutto in territori come la Lombardia pedemontana, espressione del solidarismo cattolico.
Salvare valori e tradizioni ma anche adeguarsi ai tempi è la sfida dell’autoriforma. L’affanno di Alessandro Azzi, presidente di Federcasse, è stato in questi mesi quello di metter d’accordo estremi lontani. Restano ancora alcuni problemi incerti, tra cui quello del numero delle holding di controllo, mentre è già scontato che Bolzano vada per conto proprio. Ma molti devono ancora decidere cosa vogliono fare da grandi. C’è chi pensa di trasformarsi tout court in Banca Popolare (non spa) e chi all’opposto ancora si attarda a riflettere se smetterla con i campanilismi e la difesa delle poltrone, e puntare a fusioni che garantiscano i parametri dettati da luoghi lontani ma occhiuti: Basilea, Francoforte, Roma.

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