
Un torturatore ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità, omicidi, stupri e violenze su minori viene fermato in Italia. Ma nel giro di due giorni – e con un aereo di Stato – viene rimesso in libertà e riconsegnato festante alle milizie libiche.
Chi ha ordinato tutto questo?
Meloni era “sicuramente informata”, ma il tribunale dei ministri ha archiviato la sua posizione: non ci sarebbero prove sulla “portata e natura” dell’informazione ricevuta.
Restano invece indagati due ministeri Piantedosi, Nordio e il sottosegretario Mantovano, per peculato e favoreggiamento. Per loro sarà necessaria l’autorizzazione a procedere del Parlamento.
Meloni ha reagito con furbizia: prima ha annunciato lei stessa la sua archiviazione, poi ha attaccato i giudici, infine ha rivendicato l’operato di tutto il governo.
Ha definito “assurda” la tesi secondo cui i suoi ministri avrebbero agito senza la sua condivisione.
E ha annunciato che si siederà in aula “accanto a Piantedosi, Nordio e Mantovano” al momento del voto.
Il messaggio di Meloni è chiaro: il governo ha scelto consapevolmente di liberare Almasri, mosso dalla volontà di tutelare “la sicurezza degli italiani”.
Meloni però non va oltre: si guarda bene dallo spiegare in cosa consisterebbe questo alto “interesse nazionale”.
Se lo facesse dovrebbe ammettere che abbiamo consegnato un criminale alla Libia per difendere accordi indicibili: bloccare i migranti, proteggere interessi geopolitici, salvaguardare rapporti sporchi, infischiandosene del diritto internazionale e della violazione dei diritti umani che regolarmente si compie nei lager libici sostenuti dall’Italia.
È una questione drammatica per la democrazia.
Se il Parlamento – come è probabile – negherà l’autorizzazione a procedere, o se il governo metterà il segreto di Stato, vorrà dire una cosa semplice: che la legge vale per i cittadini comuni, ma non per chi è membro della maggioranza e svolge incarichi di governo di primo piano.
La responsabilità politica dell’infame liberazione di un torturatore criminale, Giorgia Meloni l’ha apertamente rivendicata.
Ora l’opposizione deve pretendere che ne spieghi le ragioni, senza più omissis e senza più ipocrisie. Perché l’Italia ha liberato un torturatore? Di quali “interessi nazionali” parliamo? Chi ha dato l’ordine?
Rispondere correttamente a queste domande è un dovere per chi ricopre ruoli pubblici.
Oppure temi come sicurezza, Stato, legalità, regole democratiche sono per la destra solo parole dietro cui si nasconde la realtà, sempre più evidente, di voler governare, anzi comandare, come piu loro aggrata, senza vincoli e condizioni, “legibus soluti”, cioè sciolti persino dal rispetto delle leggi.
Ma questo significa svuotare la democrazia e affermare nei fatti un regime illiberale.
Enrico Rossi

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