Un libro che si fa apprezzare per il contenuto, oltre che meravigliosamente scritto. “Case, amori, universi” di Fosco Maraini (Oscar Mondadori, pp. 712, € 12,00) – è una narrazione autobiografica condotta in terza persona.
Avete voglia di leggere un buon libro? Intendo dire: un libro che si fa apprezzare per il contenuto, oltre che meravigliosamente scritto? Domanda retorica, no? Il libro – “Case, amori, universi” di Fosco Maraini (Oscar Mondadori, pp. 712, € 12,00) – è una narrazione autobiografica condotta in terza persona attraverso l’”intermediario” Clé (Anacleto) Raimondi, espediente che consente all’autore di descrivere un sé stesso che un po’ gli somiglia e un po’ “va per conto suo” e gli concede – avverte in prefazione – “l’agio di prenderlo in giro”. Se vorrete, potrete leggerlo un po’ come se, potendo tornare bambini, vi accingeste ad ascoltare da un genitore o da un nonno il racconto di una lunga fiaba divisa in numerose puntate, scandita dalle fasi di un’esistenza comunque vissuta all’insegna dell’irrequietezza e della curiosità intellettuale.
C’è l’infanzia nella villa di Ricorboli, dove il protagonista sperimenta la gioia e il senso di libertà che procura la vita in campagna. Il fanciullo è forte di un retroterra insolitamente felice (la famiglia, gli affetti, il benessere materiale e la cultura dell’ambiente di casa, la “gentilezza da miniatura delle campagne intorno a Firenze”) ma vuole andare oltre, è pervaso da quella “fatua leggerezza,” da quella certa “propensione alle manìe, agli innamoramenti” tipiche dell’età e soprattutto sprigiona uno spirito ribelle, un “brivido di libertà totale” che pare costitutivo della sua anima.
Poi ci sono la giovinezza e l’ingresso nell’età adulta, con il formarsi di solide amicizie, gli studi superiori, le prime escursioni in montagna, l’incontro con la donna della vita, il matrimonio, le figlie. Se un limite si può evidenziare in alcuni passaggi della narrazione è il tono un po’ ‘leggero’ e compiaciuto – quasi civettuolo -, che sa di romanzo rosa più che di vita vera. Sono pur sempre brevi tratti che non scalfiscono il già dichiarato (e irretrattabile) pregio dell’opera.
Pregio che si spalanca – oltre che nelle pagine di sapore georgico dell’infanzia – in quelle dedicate ad una delle spedizioni carovaniere del grande orientalista Giuseppe Tucci, cui Clé/Maraini ha la fortuna di aggregarsi. Tucci – studioso di sterminata cultura, il professore dalla fronte “alta e amplissima” del quale sono riportate alcune “cavalcate di pensieri ad alta voce” – è la sua chiave di accesso al Tibet: un Paese la cui bellezza può lasciare sgomenti (“Il sole urlava luce in un cielo di cobalto, tremendo e stupendo, risvegliando in ogni direzione colori folli…”), con i suoi splendidi paesaggi alpestri, i torrenti fragorosi che precipitano a valle con le loro acque cristalline, gli spazi immensi dinanzi ai quali parlare sembra un sacrilegio, la musica dei silenzi e del vento, i segni, l’iconografia di un popolo indomito e religiosissimo.
E belle, ancora intense sono le pagine dedicate agli anni vissuti in Giappone (tra il 1938 e il 1945, in particolare a Sapporo, poi a Kyoto, quindi a Nagoya), anni non sempre facili, anzi in parte vissuti tra stenti e fame a causa della guerra. Qui è degna di menzione, tra l’altro, la doviziosa ricostruzione storica dei fatti che lungo i secoli avrebbero generato il super-militarismo e la frenesia patriottica, quel “dominio di forze orribili e incontrollate” che si sarebbe impadronito del Sol Levante e a cui va ricondotta, per esempio, la strage di Nanchino. Clé/Maraini assiste alla conversione di un intero popolo – sapientemente manipolato dai media – all’afflato nazionalista, anche in forza delle fulgide conquiste in Asia e nel Pacifico tra il 1941 e il 1942. Poi, virate le sorti del conflitto e dopo che la tragedia è culminata con il bombardamento atomico, giunge il colpo tremendo e inatteso della resa, annunciata per radio dal Tennõ Hirohito il 15 agosto 1945.
Non è da aggiungere altro. Per esigenze di spazio, certo, ma anche per lasciare a chi lo voglia il gusto ‘primiziale’ – quasi inavvertito – di questa bella avventura letteraria.


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