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Caro vita: Meloni centra il bersaglio, la sinistra sbaglia mira

Chiariamo una cosa che in tv viene sempre impastata male: quando scende l’inflazione non significa che i prezzi tornano indietro. Significa che smettono di correre come prima, ma restano dove sono arrivati. E se nel frattempo gli stipendi non hanno fatto lo stesso viaggio, la gente continua a sentirsi più povera anche se i grafici si “calmano”. Su questa lettura Meloni ha ragione, perché parla di una realtà che non è affatto “percezione”: è la spesa quotidiana, sono le bollette, è l’affitto, è la stessa vita di prima che oggi costa di più. E quando qualcuno prova a venderti l’idea che “tutto rientra” solo perché il numero mensile è più basso, lì nasce la frattura. La gente non vive nelle percentuali, vive nello scontrino.

di Piero Terracina | 18 Gennaio 2026

Chiariamo una cosa che in tv viene sempre impastata male: quando scende l’inflazione non significa che i prezzi tornano indietro. Significa che smettono di correre come prima, ma restano dove sono arrivati. E se nel frattempo gli stipendi non hanno fatto lo stesso viaggio, la gente continua a sentirsi più povera anche se i grafici si “calmano”.

Su questa lettura Meloni ha ragione, perché parla di una realtà che non è affatto “percezione”: è la spesa quotidiana, sono le bollette, è l’affitto, è la stessa vita di prima che oggi costa di più. E quando qualcuno prova a venderti l’idea che “tutto rientra” solo perché il numero mensile è più basso, lì nasce la frattura. La gente non vive nelle percentuali, vive nello scontrino.

L’errore tipico della sinistra, in questa storia, è confondere due cose diverse: inflazione e caro vita. L’inflazione è la velocità con cui i prezzi aumentano. Il caro vita è il livello raggiunto dai prezzi dopo mesi o anni di aumenti. Puoi anche frenare, ma se sei finito contro il muro, il muro resta lì.

L’altra confusione enorme è questa: non basta dire “i prezzi ora crescono meno” se i salari reali non recuperano terreno. Perché il problema, per molte famiglie, non è solo quanto aumentano i prezzi oggi, è il buco che si è aperto ieri e che nessuno ha ancora riempito. E quel buco lo senti ogni volta che fai la lista della spesa e inizi a togliere cose, una alla volta, come se stessi limando la vita.

Meloni, quando insiste su taglio del cuneo e misure sulla busta paga, sta almeno ragionando sul lato redditi: non promette di comandare i prezzi come fossero un interruttore, prova a reggere il potere d’acquisto. Poi si può discutere se basti, se sia stato fatto bene, se sia equo, se vada reso strutturale o ripensato. Ma l’idea di base non è fantasiosa: se non riesci a far scendere i prezzi, devi aiutare le persone a reggere quei prezzi.

Ora smontiamo le corbellerie più gettonate, quelle che suonano bene nei talk show e malissimo nella vita vera.

La prima: se l’inflazione scende, il caro vita è finito. No. È come dire che, siccome oggi piove meno, allora ieri non ti sei bagnato.

La seconda: è tutto colpa di chi governa adesso. No. Una parte enorme del carovita nasce da shock esterni, energia, filiere, tassi, dinamiche che non cominciano con un tweet o con una legge di bilancio. Questo non assolve nessuno, significa soltanto che servono diagnosi serie, non fiabe.

La terza: basta alzare due tasse a qualcuno e si sistema tutto. Magari fosse così facile. Il potere d’acquisto lo rimetti in piedi con salari che crescono davvero, produttività, concorrenza reale su energia e servizi, costi della casa meno folli, e uno Stato che smette di essere un labirinto a pagamento.

La quarta: se lo dice un politico, allora è per forza propaganda. Propaganda ne fanno tutti, ogni giorno. Però c’è una differenza tra propaganda e negazione della realtà. Se dici a chi fatica che “va tutto meglio” mentre lui taglia sul carrello, non stai spiegando, stai perdendo contatto.

Il nodo, quindi, non è scegliere una curva e innamorarsene. Il nodo è avere il coraggio di dire che l’inflazione può rallentare e la vita può restare cara, nello stesso momento. Meloni su questo non sbaglia bersaglio. La sinistra sbaglia linguaggio, perché parla come se bastasse una formula per far sparire il peso.

E qui arriva la parte che interessa davvero: non basta avere ragione sulla diagnosi. Perché se la diagnosi corretta diventa solo una bandiera, la gente resta con le mani vuote. Serve una cura che si veda, che si tocchi, che non sia un “vedrai” lungo anni.

E soprattutto serve una cosa che in Italia viene sempre trattata come se fosse un dettaglio, quando invece è il motore di tutto: investire nell’ingranaggio che genera PIL. Perché è quello che, quando funziona, crea lavoro, aumenta i salari, allarga la base fiscale e permette anche una redistribuzione della ricchezza che abbia un senso, in una linea scalare sana, non solo a colpi di bonus e rattoppi. Se non rimetti in moto quel meccanismo, non ne esci. Anzi, peggiori: più spesa pubblica senza crescita, più debito, più tasse implicite, più rabbia sociale.

E c’è un punto che andrebbe detto senza ipocrisie: lo Stato italiano non può essere considerato, come fa una certa sinistra, una vacca da mungere per l’eternità. Perché se continui a pensare che basti “prelevare” senza creare, distribuire senza produrre, promettere senza far crescere, alla fine non redistribuisci più niente. Redistribuisci solo fatica e debito pubblico. E quelli, prima o poi, si presentano al conto.

Piero Terracina

Pubblicato in : Apertura

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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