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Carlomagno idolo europeo irraggiungibile

di Giuseppe Mele | 27 Aprile 2014

C’è una contraddizione totale tra il pacifismo e l’orrore per le guerre passate che sottostanno al processo costitutivo dell’Europa moderna ed il suo simbolo che in quarant’anni di regno non fece altro se non combattere senza soluzione di continuità.

carlomagnoSono passati 1214 anni dall’epopea carolingia, che è al tempo stesso un fantasma mitico del passato ed un’ideologia attualissima. Molti infatti vedono nell’Unione europea la ricomparsa dell’Impero di Carlomagno. Per molti aspetti è proprio così. Sotto gli slogan di apertura e uguaglianza tra i popoli, l’Unione resta il patto obbligato di compenetrazione economica e sociale tra i due colossi continentali europei, Francia e Germania. Lo Charlemagne che riportò al massimo splendore la Francia merovingia, era in realtà un tedesco, la cui nascita è contesa tra Svevia, Baviera, Reno e Franconia, attribuita poi a Magonza. Poiché imparò a fare la sua firma, un monogramma egizianamente più disegnato che scritto, in tarda età, forse non lo si può dire né francese né tedesco; ma proprio questo illumina i sostenitori del’Unione che, tra Francia, Germania e Benelux, appunto vedono in Carlomagno il creatore dell’unione dei loro territori, opportunamente consigliato dall’inglese Arduino di York. Una simbologia perfetta per l’Europa continentale postbellica, prostrata, desolata, distrutta, avvilita, che ha potuto trovare una speranza positiva e vittoriosa nel simbolo del suo uomo forte del passato, appunto Carl-mann. C’è una contraddizione totale ovviamente tra il pacifismo e l’orrore per le guerre passate che sottostanno al processo costitutivo dell’Europa moderna ed il suo simbolo che in quarant’anni di regno non fece altro se non combattere senza soluzione di continuità. Il bello dei miti è però proprio questo, che si adattano ai desiderata dei loro chierici, senza badare alla realtà. L’epoca dell’impero carolingio non fu affatto un ritrovato monolite politico europeo. Il coesistente impero marittimo vichingo portò una sfida permanente ai carolingi; tra 790 fino alla sconfitta finale del 1066, tra l’altro subito recuperata dalla vittoria normanna guglielmina, i vichinghi via via tennero Scandinavia, isole britanniche, Bretagna francese, Russia, Ucraina; difesero l’impero bizantino dal Nordafrica a Baghdad, ottenero feudi in Francia e Germania, saccheggiarono Londra e Parigi, Spagna e Portogallo. La loro eredità avvelenata fu un’alternativa geopolitica totale all’unità franco-tedesca, cioè l’unificazione anglofrancese, la cui irrealizabilità dovette dimostrarsi in due secoli di guerre civili. Per un certo senso l’Unione europea di oggi è la riproposizione di quella impossibile unità anglofrancese, oggi coniugata nel patto transatlantico, cui la Germania fu coattivamente chiamata a partecipare. Non ci poteva, ne ci può però essere condivisione tra dominazione carolingia e quella vichinga; tanto che la prima imponeva con il terrore, la forza ed il sangue la cristianizzazione e la seconda rispondeva punto su punto, uccidendo uomini di Chiesa e devastando i luoghi santi cristiani. I vichinghi ed i loro eredi con la loro conquista di Uk e Russia arrivano alla modernità con la vottoria finale sugli eredi di Carlomagno, Carl-mann e Carolus. Questa è un’ulteriore contraddizione esiziale per i fautori odierni dell’Unione. Carlomagno e i diversi Riurik e Rollone erano però comunque dei barbari, dediti alla guerra, alla caccia, al saccheggio. Alla loro epoca, il faro di civilizzazione e di cultura che anche tra le righe l’Unione di oggi nel quadro transatlantico intende sottintendere non era europeo e occidentale. I commerci mediterranei erano ridotti ai minimi livelli. Nella frenesia stragista i carolingi avevano fatto mattanza oltre che dei sassoni anche dei frisoni gli unici che fossero in grado di controllare i mari. Dopodichè i vichingi ebbero il monopolio dei traffici commerciali, acquistando argentoespezie dagli arabi, rivendendoli ai franchi in cambio di armi con cui si prendevano i pellami e gli schiavi da dare ai musulmanni. Tra l’800e il1071, l’Impero bizantino, ricco, colto, avanzato ebbe grande stabilità, aiutato dal controllo vichingo delle coste e dei mari. L’eredità del grande impero romano finito nelV secolo stava dove era sempre stato, nel mediterraneo orientale tra medioriente e Italia meridionale, non nella corte di Aquisgrana. Nemmeno la Chiesa romana di Silvestro, per cultura, civiltà, ricchezze poteva essere paragonata ai culti cristiani bizantini del basileus, papa e imperatore. Il nostro, dunque, chiuso nella gabbia di un’Europa continentale barbara e selvaggia, alto, dal grosso ventre, dalla voce sottile , riunificò i divisi franchi offrendo loro un grasso bottino di beni e schiavi. Il nemico sassone, o meglio delle loro diverse tribù pagane riunite, diede il verso a Carlo di cementare l’unità e l’avidita dei suoi sudditi. Tra il 772 e la corona imperiale in decine di spedizioni, i franchi sottomisero i sassoni tra atrocità, decapitazioni di massa, terrorismo psicologico gestito dai monaci e sacerdoti che punivano a morte la minima disattenzione dal catechismo. Bisognerà attendere la cristianizzazione dei popoli baltici da parte dei teutonici nelle crociate del nord dell’inizio del 1200 per assistere a persecuzioni tanto atroci. Dopo i sassoni, toccò agli avari ed ai longobardi ma non agli spagnoli. Fecero della guerra carolingia in Spagna una guerra vittoriosa e non la disfatta che fu. La spedizione di Roncisvalle non fu la rivalsa alla battaglia di Poitiers del 732 dove i franchi avevano soltanto fermato l’avanzata araba dalla Spagna in Francia. Come per Napoleone e per Hitler, anche per Carlo l’Italia fu preda facile e la Spagna invece indigesta. I secoli successivi a Lepanto quando l’Occidente europeo superò le terre orientali per ricchezza e cultura riscrissero la storia. Rappresentarono l’imperatore carolingio come uomo colto, fine, dottore in retorica, molto religioso, attento ai consigli dei dotti e dei sapienti. Non l’uomo poligamo che ad ogni moglie accompagnava un gruppo di concubine, non il carnivoro che cacciava i medici con gesti superstiziosi, non l’uomo superstizioso che per far contenti i preti impose come ufficiale una lingua morta come quella latina sulle decine di lingue vive parlate nei territori carolingi, non il guerriero per il quale la gioia si identificava in una spada. Si magnificò il grande palazzo di Aquisgrana, dove Carlo è sepolto ma la sua corte in realtà viveva in tende in continuo spostamento lungo i conflitti senza fine. Il rinascimento carolingio, cioè la ripresa normativa, organizzativa e politica dell’Europa occidentale, è un termine forse esagerato. Prima di Carlomagno l’Europa sottoposta alla violenza barbara era una landa desolata. Alla sua dipartita lo era ancora. La servitù della gleba del regime feudale era peggiore per i popolani dello schiavismo pagano; proprio come l’uguaglianza stalinista lo sarebbe stato rispetto alla mezzadria della seconda metà del secolo XIX. Solo l’omaggio della Chiesa che a Carlomagno deve un millenario stato temporale ha permesso all’imperatore francotedesco di conservare più gloria di un Attila il cui impero fu territorialmente anche più grande di quello carolingio. Quanta erba rimanesse al passaggio dei due è difficile dirsi. La Roma dei papi odiava Attila e amava Carlomagno. Per secoli solo la Chiesa sapendo leggere e scrivere dettò la storia. Oggi la questione ispirativa di Carlomagno rispetto all’Europa è problematica. L’Unione vorrebbe potersi presentare come erede dei passati grandi imperi europei. Non vuole espressamente rifarsi all’impero romano, che era più euroasiatico che europeo, più mediterraneo che continentale, politicamente tollerante, pagano e cristiano insieme. La brutta copia di quell’impero, vantata da Carlomagno, le è più consona: solo nordicoeuropeo, solo continentale, politicamente intollerante ed ideologica. Purtroppo a salvare il ricordo di Carlomagno è stata la Chiesa unica erede viva dell’impero romano. Appena potè anche la Chiesa pur grata a Carlomagno dimenticò i suoi abati benedettini e si fondò sulla grande filosofia tomistica di raccordo fra cristianitàe lafilosofia classica di Socrate, Platonee Aristotele.; perché l’impero di Aquisgrana  non espresse un rinascimento, quanto conservò un poco della civiltà romana andata persa. Nell’idea di Bruxelles, Carlomagno può essere assimilato ai grandi guerrieri riformatori come Napoleone. In suo nome negarono il primato nella nascita dell’Europa alle radici cristiane troppo romane. Il nostro non era però né un rivoluzionario né un figlio del popolo. La sua intolleranza ideologica cristiana, in quanto instrumentum regni, fu molto più profonda di quella degi imperatori romani e dei papi. E’ assimilabile solo al marxismo interpretato come terrore continuo di Stalin. Carlomagno è sinonimo di indipendenza, guerra, imperialismo, dirigismo, terrore, fanatismo religioso. Non a caso fu un idolo della Francia filonazista di Vichy e Charlemagne era il nome delle divisioni dei volontari francesi arruolatisi nella Wehrmacht e nelle SS durante la seconda guerra mondiale. Comunque la si metta, Carlomagno resta per l’Unione, pacifista, atlantica, antisovietica, figlia della sconfitta della guerra civile francotedesca, qualcosa di irraggiungibile. La dimostrazione che l’Unione non riesce a realizzare un suo mito costitutivo. Né l’avra finchè non potrà vantare una vittoria, anche piccola, ma sua propria. Gli unici per cui Carlomagno coincide con l’Europa sono gli italiani cui l’imperatore per mille anni negò indipendenza e unità. Infatti oggi i sentimenti al di qua delle Alpi, per Aachen come per Bruxelles, sono analoghi.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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