
C
Lampeggia e suona forte un segnale d’allarme che, più di altri, fotografa la fragilità del momento che stiamo vivendo. Non arriva da una dichiarazione politica né da un vertice internazionale, ma da una decisione tecnica: il contingentamento del carburante negli aeroporti italiani, da Bologna a Milano Linate, da Treviso a Venezia. Non è un blocco dei voli, non è un’emergenza conclamata, ma è qualcosa che somiglia molto a un avvertimento. Perché quando il carburante comincia a diventare una risorsa da razionare, significa che il sistema è sotto pressione. E quando il sistema dei trasporti è sotto pressione, lo è anche l’economia che su quel sistema si regge. Le limitazioni introdotte in questi giorni, con priorità ai voli di Stato, sanitari e intercontinentali, raccontano una realtà che va oltre il dato immediato: la dipendenza energetica europea non è un tema teorico, ma una condizione concreta che si manifesta nei momenti di crisi. E il Medio Oriente, ancora una volta, si conferma il punto di equilibrio instabile da cui dipendono rotte, prezzi e disponibilità delle forniture.
Il problema, tuttavia, non è solo logistico. È economico e, inevitabilmente, politico. Il trasporto aereo rappresenta una delle infrastrutture invisibili della modernità. Non ci si pensa finché funziona. Ma basta una tensione sulle forniture per comprenderne il peso. Per un Paese come l’Italia, dove il turismo rappresenta una quota rilevante del prodotto interno, ogni incertezza sul traffico aereo si traduce in un rischio diretto. Non serve immaginare scenari estremi. Basta considerare le conseguenze progressive: aumento dei costi per le compagnie, riduzione delle tratte meno redditizie, maggiore selettività nell’offerta, incertezza nelle prenotazioni. Il turismo non si ferma all’improvviso. Si riduce lentamente, quasi senza che ce ne si accorga, fino a quando il dato diventa evidente. Ed è proprio questa gradualità a renderlo più pericoloso. Perché non produce allarme immediato, ma incide nel tempo, erodendo una delle principali risorse del Paese.
In questo quadro si inserisce, con straordinaria lucidità, la riflessione del nostro collaboratore Angelo Santoro sul dilemma energetico europeo. La domanda che Santoro pone è semplice e, proprio per questo, difficile da eludere: può l’Europa permettersi di rinunciare a fonti energetiche disponibili senza aver costruito alternative realmente stabili? Il riferimento al gas russo non è una provocazione, ma un richiamo alla realtà. L’Europa si trova oggi stretta tra scelte politiche e necessità economiche, tra principi e sostenibilità. Il rischio è quello di costruire un sistema energetico esposto a shock esterni, incapace di reggere nel momento in cui le tensioni geopolitiche si intensificano. Il carburante per gli aerei è solo uno degli indicatori di questa fragilità. Ma è un indicatore significativo, perché tocca un settore – quello della mobilità e del turismo – che ha effetti immediati sulla vita delle persone e sull’economia reale.
Il punto, allora, non è se ci sarà o meno un’emergenza nei prossimi mesi. Il punto è se il sistema europeo, e quello italiano in particolare, sia in grado di prevenire queste situazioni o sia destinato a inseguirle. La politica, finora, ha spesso affrontato il tema energetico in termini emergenziali, intervenendo quando il problema era già evidente. Ma il segnale che arriva dagli aeroporti italiani suggerisce che il tempo della reazione potrebbe non essere più sufficiente. Serve una strategia. Serve una visione che tenga insieme sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità economica e stabilità geopolitica. Perché il rischio non è soltanto quello di qualche volo cancellato o di qualche vacanza rimandata. È quello di un sistema economico che si scopre più vulnerabile di quanto pensasse. E quando un sistema scopre la propria vulnerabilità, la prima conseguenza non è il blocco. È l’incertezza. Ed è proprio l’incertezza, in economia come in politica, il fattore più difficile da governare.
Cesare Mannucci

Lascia un commento