“Pazienza, nel PD dovrebbero avere tutti un po’ di pazienza e godersi anche la bellezza di un’esperienza nuova”. Difficile dare torto alla presa di posizione di Giorgio Tonini a fronte delle polemiche che stanno sconquassando il Partito Democratico a livello nazionale e locale. In realtà il PD sta vivendo un momento molto difficile. Il partito è ormai spaccato in gruppi contrapposti: i veltroniani, i dalemiani, i rutelliani, i bindiani, i prodiani, i lettiani, i seguaci di Marini, quelli di Franceschini e quelli di Fioroni. Gli ex Margherita sono i più in crisi. Sono usciti massacrati sia dalle elezioni che dalla nascita del nuovo soggetto. Da un lato hanno raccolto solo una minima parte del voto cattolico, dall’altro hanno poco spazio nel partito e quel poco lo hanno solo facendo valere la logica delle quote. Sotto il primo profilo la loro situazione peggiorerà dopo le elezioni europee, sotto il secondo dopo i congressi. Letteralmente non sanno più che pesci pigliare. L’unico ad avere le idee abbastanza chiare, nel senso che presuppone tempi lunghi, è forse Rutelli che si prepara al rimescolamento di carte che si avrà nel panorama politico italiano fra qualche anno quando, per una ragione o per l’altra, Berlusconi sarà costretto a mollare la presa. Per il resto, nei cattolici che hanno scelto il centro sinistra, è buio pesto. I seguaci di Prodi sono addirittura patetici. Puntano alla ricostruzione del centro sinistra così come lo abbiamo conosciuto dal 1996 al 2008 e non si accorgono che nel frattempo tutto lo scenario politico italiano è profondamente cambiato. Quella coalizione, almeno sul piano nazionale, è ormai morta e sepolta sotto un cumulo di macerie. Le cose vanno meglio, ma solo leggermente e in apparenza, all’interno degli ex DS. Qui si confrontano due linee:
1. quella di Veltroni che punta sul bipartitismo e su un partito a vocazione maggioritaria. Questa posizione che, presuppone una legge tendenzialmente maggioritaria e l’andare da soli alle elezioni, è facilmente applicabile al centro mentre è di difficile concretizzazione in periferia;
2. quella di D’Alema che postula un sistema di alleanze di cui il PD possa svolgere la funzione di centro aggregante. Una scelta che presuppone una legge proporzionale, per far vivere anche gli alleati, e che guarda al centro, vale a dire all’Udc, per quanto attiene il governo nazionale, e alla sinistra per le giunte in periferia.
Non importa essere dei politologi per capire che sono posizioni antitetiche. In questo marasma, come se non bastasse, si inserisce la lotta per le primarie. Non tanto sull’istituto ma sul modo di organizzarle. Anche qui due tendenze che tagliano il partito trasversalmente ma non secondo le citate linee politiche. C’è chi vuole le primarie aperte all’interno del PD per la scelta dei candidati e chi invece vuole riservare questa possibilità solo alla scelta dei candidati fatta dalla coalizione, quale che essa sia. Ovvio che in questa seconda ipotesi a scegliere i candidati PD sarebbero solo ed esclusivamente i vertici del partito.
E mentre la doppia querelle va avanti il partito resta prigioniero dell’estremismo verbale dei Di Pietro e dei Moretti. Ancorato come in passato ad un retroterra sociale ed economico, come ha scritto il Sole 24 Ore, “costituito dal pubblico impiego, dal meridionalismo assistenzialista, dalla componente più retriva del sindacato e dall’occupazione politica dello Stato”. Insomma l’esatto contrario di quello che il Paese vuole e di cui ha bisogno.
Giancarlo Magni

E’ veramente una “bad” Bad Godesberg all’italiana.