Sembra siamo arrivati al capolinea dell’umanità. A un imbarbarimento dei costumi, dei sentimenti e a un vuoto d’idee vertiginoso. Basta poco, e affonderemo tutti, colpevoli e innocenti, nelle sabbie mobili del nulla! Eppure, molti, forse la maggior parte, non danno il giusto peso a questa caduta dell’uomo!
Solo quando ci giungono gli echi delle violenze brute e spietate, dei macabri omicidi commessi, non solo da adulti ma anche da adolescenti, (è cronaca degli ultimi anni) spesso all’interno di famiglie borghesi o se non tali, almeno apparentemente “normali”, allora ci si interroga con sgomento, attribuendo spesso la causa di tutto, all’assenza di valori che nei casi estremi degenera in veri e propri comportamenti mostruosi. Ma a cosa serve fare i soliti discorsi sul ruolo assente delle principali agenzie educative come la famiglia e la scuola, se non si ha il coraggio di guardare le vere cause di questa deriva verso il nulla! Siamo tutti d’accordo che manca un’educazione ai valori della vita. Però è inutile cercare scappatoie, sostenendo che la colpa è della frammentazione della famiglia, dell’onnipotenza della televisione che propone modelli consumistici di vita! Perché è così difficile ammettere che resta comunque la scuola la principale agenzia educativa? Probabilmente perché bisognerebbe mettere in discussione tutte le disfunzioni del sistema educativo scolastico, del quale le vittime principali sono proprio gli insegnanti.
Come spiega Anna Linguiti, insegnante di scuola primaria da 16 anni, presso l’Istituto Comprensivo Statale “campo del moricino”, del plesso di Sant’Eligio, nel quartiere Mercato-Pendino: “Il docente non ha nessun arma per far rispettare anche le regole più elementari, come quelle del rispetto dell’orario scolastico. I ragazzi entrano a scuola quando vogliono. Il ruolo e la professionalità del docente è umiliato quotidianamente, per quel che riguarda l’aspetto disciplinare e didattico. Gli alunni durante le lezioni usano liberamente e sfacciatamente il cellulare. Quando, l’insegnante a forza di insistenze, riesce a farli sedere per fare un esercizio, fanno finta di applicarsi, mostrando un disinteresse totale per la conoscenza, nonostante l’impegno di alcuni docenti attenti e coscienziosi” “Osservandoli, continua la docente, sembra che la loro occupazione principale, anche nei momenti di ricreazione, sia perdere tempo, anzi consumarlo come se fosse un fast food. Anche quando parlano liberamente tra loro, lo fanno con frasi spezzate, sconnesse, senza senso. Naturalmente nessuno ascolta l’altro, e niente più sembra meravigliarli, stupirli”.
I pedagogisti, una volta dicevano che l’educazione è sofferenza. Ed è forse qui la radice di questi comportamenti. Bambini abituati ad avere tutto e subito, assecondati dalla famiglia, non possono sopportare la disciplina che vorrebbe imporre loro l’insegnante. Che non ha alcun potere, perché la legge non glielo dà e non trova appoggio nemmeno nel capo d’Istituto. Oggi il capo d’Istituto, che corrisponde al vecchio direttore di una volta, non è più una persona con alle spalle un’esperienza d’insegnamento, è solo un dirigente, un burocrate. Si occupa dei progetti, dell’organico e non sostiene da nessun punto di vista l’insegnante. Anche quando si tratta di decidere di una bocciatura, il capo d’Istituto, preferisce non intervenire, propenso a fare andare tutti avanti, cioè a promuovere tutti, in fondo la scuola non dà niente perché non è messa in condizione di dare niente. Il concetto di bocciatura e promozione nella scuola primaria chissà se esiste ancora!
Non si può imputare il problema alle strutture sul territorio assenti, tutt’altro! Con la scuola collaborano le Asl, consultori, le associazioni. E inoltre non si può più nemmeno circoscrivere questa situazione a zone “difficili” della città, dove i bambini vengono da famiglie materialmente e culturalmente povere, anche i bambini delle classi sociali più alte mostrano gli stessi atteggiamenti.
Purtroppo non si riconosce che le principali vittime di questo stato di cose, sono gli insegnanti, almeno quelli che rivendicano il loro ruolo e la loro professionalità.
Oggi questa professione, che un tempo era la più invidiata, è diventata la più ingrata, la più frustrante psicologicamente. Sono innumerevoli i casi di insegnanti che si ammalano di depressione e di disturbi della personalità; e poi, “dulcis in fundo” non sono nemmeno gratificati a livello economico. Basti pensare che un insegnante, dopo 16 anni di carriera, per non dire di lotte, di umiliazioni, esaurimenti, guadagna solo 1200 euro al mese.
Se queste sono le condizioni della scuola, allora cancelliamo questa parola dalla “lavagna della sofferenza!”
Paulette Ievoli

Lascia un commento