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Campane a morto per il personale della Pubblica Amministrazione: è tempo di tagli

di Cesare Mannucci | 17 Giugno 2013

Basta fare due conti: se nel bilancio di un’azienda le spese del personale raggiungono il 40% del fatturato l’amministratore delegato ha solo due scelte davanti, il taglio del personale o portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento.
paPer chi suona la campana? o meglio per chi suoneranno le prossime campane a morto nel Belpaese del sole, del mare, della pizza, degli spaghetti e del mandolino? A chi toccherà un vero e proprio periodo di lacrime e sangue dopo che il Governo avrà messo in ginocchio l’imprenditoria privata, il mondo del commercio con l’ormai pressochè inevitabile incremento di un punto dell’Iva e la non abolizione dell’Imu? Piaccia o non piaccia toccherà anche al settore del pubblico impiego. Non in modo drammatico come è avvenuto in tempi recenti per la vicina Grecia alle prese in queste ore con la chiusura per decreto in dodici ore della televisione di Stato, ma con un serio e attento calcolo sui numeri che compongono le varie amministrazioni pubbliche parametrate ad un giusto rapporto tra carichi di lavori-costi e benefici che quest’ultimi garantiscono ai cittadini-utenti italiani. Raschiato il fondo del barile sui tagli agli acquisti dei beni e i servizi che fanno esplodere la spesa corrente dello Stato e, a cascata, delle Regioni, delle Province, dei Comuni, delle aziende speciali e dei consorzi, prima o poi inevitabilmente i tagli dovranno interessare anche i capitoli di spesa che vanno sotto la voce del personale in servizio. Un lavoro difficile e doloroso che sicuramente non passerà sotto silenzio, ma al contrario riverserà nelle piazze migliaia e migliaia di persone che protesteranno contro questa decisione. Una scelta improcrastinabile tracciata non solo dalla crisi economica e dalle poche forze messe in campo dal governo delle larghe intese di Enrico Letta, ma anche e soprattutto dalla velocità che impone il mondo 2.0 e la tecnologia informatica. Per molti aspetti la burocrazia dello stato italiano si rifà a metodi e pratiche risorgimentali, assurdi bizantinismi che riportano al cartaceo, al vecchio timbro con bollo tondo. Una pubblica amministrazione che fa girare una mole impressionante di carta con passaggi funzionali solo a se stessi e che a nulla servono per l’efficacia e per rilanciare il paese avviato verso l’impoverimento e la desertificazione industriale delle poche imprese produttive che in questi anni hanno tenuto in piedi il prodotto interno lordo. Su questo fronte il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi da più di vent’anni ha ingaggiato una battaglia corpo a corpo contro i lacci e lacciuoli della burocrazia e non smette mai di portare ad esempio gli otto anni impiegati dalla sua Mapei per poter ottenere l’autorizzazione a raddoppiare lo stabilimento milanese di Mediglia durante i quali nel mondo ha aperto altri 10 stabilimenti alcuni dei quali autorizzati dalle amministrazioni locali in soli 40 giorni. Un paese che vuol stare al passo con i tempi e con le economie giovani ed emergenti che vengono dai paesi asiatici e latino-americani non può cadere proprio sulla strada della modernizzazione e dello snellimento delle procedure della pubblica amministrazione. Non possiamo più permetterci che gli impiegati dei comuni vessino in modo stupido cittadini ed imprese, tralasciando che il discorso cada sulla corruzione, sull’assenteismo e sulla reale professionalità del personale in servizio. Un grosso sforzo lo dovranno anche fare i sindacati da sempre impegnati a tutelare posizioni di assurdo privilegio nel grande serbatoio di consensi che sino ad oggi è stato il mondo del pubblico impiego. Perchè è bene dircelo negli ultimi 50 anni nei comuni, nelle province, nelle regioni e nei ministeri si arrivava si per concorso, ma guarda caso sulle assunzioni hanno sempre strizzato l’occhio i politici della Democrazia cristiana, del Partito socialista, del Partito repubblicano, del Partito socialdemocratico e il Partito comunista italiano. Oggi queste logiche non sono più ammissibili e tollerabili. Basta fare due conti: se nel bilancio di un’azienda le spese del personale raggiungono il 40% del fatturato l’amministratore delegato ha solo due scelte davanti, il taglio del personale o portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento. Sindaci e Presidenti di Province e Regioni sono oggi nelle stesse condizioni. Se si tengono tutto il personale, le tasse locali vanno alle stelle. Se non si toccano i tributi locali, si chiudono i servizi. E allora? E’ triste dirlo ma come nelle aziende private si incominci a pensare che qualche piccola riduzione d’organico è giunto il momento di farla.

Pubblicato in : Editoriale

Info Cesare Mannucci

Direttore Responsabile ad interim, già Vice Direttore vicario di PensaLibero.it, svolge una intensa attività giornalistica da oltre 40 anni. Ha cominciato nel settimanale L’Eco di Milano e provincia, come collaboratore, per ricoprire poi incarichi di responsabilità come caposervizio, caporedattore sino alla condirezione dello stesso. E’ stato collaboratore esterno del quotidiano del pomeriggio La Notte (gruppo Rusconi Editore), e per oltre 24 anni giornalista al quotidiano nazionale Il Giorno (Eni e poi Poligrafici Editoriale) per il quale si è occupato di cronaca nera, amministrativa, sindacale e giudiziaria. Componente del Cdr de Il Giorno in qualità di fiduciario. E’ stato anche collaboratore del quotidiano della Cei, L’Avvenire e dell’Unione Sarda. Ha svolto, inoltre, intensa attività politica come Sindaco del comune milanese di Mediglia, Vicepresidente vicario del consiglio direttivo del Parco Agricolo del Sud Milano, per il quale è stato componente del consiglio d’amministrazione di Fedenatur la rete dei parchi periurbani della Comunità Europea (con sede a Barcellona) in rappresentanza della Provincia di Milano. Componente del comitato tecnico intercomunale per la trasformazione del Consorzio dell’Acqua Potabile di Milano (Cap) in società di capitali (Cap Holding SpA). E’ stato anche delegato per la Lombardia al congresso nazionale dell’ Associazione nazionale comuni italiani (Anci) del 1999 a Catania. Capo Segreteria a Milano di un noto europarlamentare (2016). Consigliere comunale all’opposizione a San Donato Milanese, cittadella che ospita Metanopoli e il quartiere generale dell’Eni (2017-2022). Da giugno 2022 Consigliere comunale di minoranza a Dresano (Mi). Dal 2023 al 2024 Responsabile della comunicazione di un conosciuto europarlamentare pavese. Direttore Responsabile de “Il Giornale dei Laghi” mensile della Gestione Navigazione Laghi-Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (dal luglio 2025)

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Enrico

    19 Giugno 2013 alle 10:28

    Da iscritto al sindacato mi sento chiamato a una riflessione.

    E la mia riflessione è questa: se i signori della CISL e della UIL, che hanno il loro serbatoio di iscritti nell’impiego pubblico e che nelle fabbriche non contano nulla, si permettono di firmare i contratti nel settore metalmeccanico escludendo la FIOM, è ora di trarre le debite conclusioni sulla fine dell’unità sindacale (un mito che ha prodotto disastri e non un valore non negoziabile, come molti credono). La CGIL dovrebbe quindi porsi in prima linea perché i privilegi nel mondo del pubblico impiego vengano messi in discussione. Dobbiamo essere i primi a volere questo, nel nome dell’interesse dei lavoratori. Perché il privilegiato assenteista (che fino a pochi anni fa andava in pensione a 50 anni) è un danno per i tutti lavoratori. Per gli statali stessi (perché obbliga all’uso della scure laddove nei 60 anni passati non si è usato il buon senso) e per quelli del settore privato che si vedono decurtare le pensioni grazie al buco che l’apparato statale, gonfiato a dismisura a fini elettoralistici nel passato, ha scavato inesorabilmente.

    Rispondi
    • Cesare Mannucci

      19 Giugno 2013 alle 14:10

      Caro Enrico, ti rispondo solo con la mia esperienza personale di sindaco del mio comune tra il 1996 e il 2001 e per quello che ho vissuto nutro qualche seria perplessità su un opera “moralizzatrice” della Cgil nel pubblico impiego. Quando proponemmo la nuova pianta organica e l’intruduzione delle posizioni organizzative dirigenziali, Uil e Cisl si mostrarono disponibili al dialogo e alla trattativa mentre da parte di Cgil ci fu una alzata di scudi per difendere la distribuzione a pioggia degli incentivi e del salario accessorio. Non ti dico la guerra che ci fecero contro i criteri di valutazione per stabilire i raggiugimenti degli obiettivi della Giunta e dei dirigenti sui programmi amministrativi assegnati dall’esecutivo di governo locale. Senza troppi giri di parole i rappresentanti dell’organizzazione sindacale ci fecero sapere che se avessero accettato il nostro piano loro avrebbero perso almeno il 60% degli iscritti del mio comune. Dubito pertanto che in 12 anni all’interno della Cgil sia cambiato davvero qualcosa!

      Rispondi
  2. natale

    18 Giugno 2013 alle 16:52

    Cesare, se si facesse un controllo con gli stati di famiglia dei dirigenti e si incrociassero con l’organigrama dei vari enti, si scoprirebbero tante cose. Tu mandi tuo figlio a lavorare da me, e io mando mia figlia a lavorare da te. Chi glielo fà fare di mettere su un’azienda con del capitale di rischio, con orari non certo paragonabili a quelli della pubblica amministrazione, e ricavi….. forse nemmeno paragonabili al reddito di uno statale, ferie poche, T.F.R. che nessuno ti versa,tredicesime che paghi solamente, grattacapi, IMU….. etc.Anni di malgoverno ricadono sempre su chi produce veramente reddito, ed ha fatto enormi sacrifici per stare in piedi, lavorando più ore di un orologio, ma tutto questo, allo stato attuale delle cose ormai non basta più.

    Rispondi
    • Cesare Mannucci

      18 Giugno 2013 alle 17:24

      Natale non hai ragione…..hai ragionissima!!! Le cose che scrivi le sperimento da dieci anni a questa parte con l’attività imprenditoriale che mia moglie ha rilevato da suo padre….Lo stato ti vessa e ti opprime giorno per giorno (l’azienda di mia moglie fornisce enti pubblici ed aziende alimentari private che fatturano ogni centesimo…senza possibilità di evadere nulla!!) e non ti da nulla in cambio. Se mia moglie chiude l’azienda non ha Tfr, se sta male nessuno le paga nulla. Pochi giorni fa per farsi pagare una vecchia fattura scaduta da 6 mesi da un comune laziale si è sentita dire che doveva produrre il Durc senza che queste menti eccelse che lavorano per lo Stato sappiano che è da mesi compito dell’ente pubblico procurarsi il Durc. Morale la fattura è stata liquidata con quasi 200 giorni di ritardo. Mia moglie i suoi fornitori li paga a scadenza dei termini, gli enti pubblici se guardano bene. Eppure il 27 ricevono regolarmente lo stipendio che alla fine gli viene pagato da gente come te e mia moglie che tolgono il pane di bocca ai figli per essere in regola con il fisco. Personalmente a questo punto sono convinto che un cittadino-imprenditore debba pagare le tasse solo perchè è costretto!!! Ma penso che sia arrivato il momento che tutto debba per forza cambiare??? Non credi??? Speriamo che il mio articolo e la tua voce non cadano nel vuoto!!!
      a presto, Cesare

      Rispondi

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