
La notte é ancora lunga. Sono le due e cinquanta minuti del mattino, sono sveglio, il sonno sembra essersi volatilizzato e dunque cerco di riprendere le fila di qualche ragionamento oltre che del cammino.
Dormono tutti.
Sotto di me c’è Jamie che sembra attraversare la notte con leggerezza. Dall’altra parte vi è il castello dove dorme Tommaso. Sotto vi è … l’amica di Jamie.
Sono entrambe americane e vanno anch’esse a Santiago. Le abbiamo incontrate per la prima volta qualche giorno addietro presso una fonte dove convergevano tutti i Pellegrini in cerca di refrigerio. Il sole picchiava e non dava tregua.
Sono state loro a riconoscerci.
Alloggiamo nella stessa camerata.
Jamie era seduta accanto alla porta e scriveva qualcosa su un diario.
Robin era dentro e finiva di sistemare il suo giaciglio. Ci hanno sorriso. Io ho mostrato di apprezzare il gesto della scrittura manuale di Jamie…la naturale empatia dei camminatori ha fatto il resto.
Di fronte a me vi è Maurilio anch’egli issato in cima al castello. Nel letto inferiore dorme un ragazzo che è rimasto estraneo alla piccola comunità formatasi nella camerata dove ci troviamo.
Siamo giunti a Collina de Arribas alle quattro più o meno di ieri pomeriggio dopo un percorso
che si è rivelato assai faticoso.
Da Tineo ci siamo mossi con le prime luci dell’alba che a queste latitudini arrivano non prima delle sette e trenta-otto dopo aver fatto colazione nel bar della piazza. Lo stesso bar in cui avevo avuto il primo impatto con il paese allorché incuriosito avevo scoperto un microcosmo assai intrigante ed estraneo alla civiltà urbana, fatto di bambini che giocavano sotto i portici del prospiciente palazzo di città e di gente che lì dentro giocava a carte e beveva vino.
Il cammino si era rivelato subito duro.
Una rampa assai ripida, uscendo dall’abitato, ci aveva annunciato una giornata di fatica che si sarebbe conclusa dopo otto ore di marcia forzata.
Appena fuori da Tineo, il tratturo aveva preso ad inerpicarsi.
Saliva in maniera decisa e costante.
La temperatura era piuttosto fresca e tendente al rigido.
Stavamo salendo dai cinque cento metri di Tineo ai novecento metri del picco della seconda ondata della cordigliera cantabrica che sempre più mi rimandava all’idea di un mare di montagne in cui le creste delle onde si alternavano agli avvallamenti.
Il paesaggio era davvero affascinante. Attraversavamo boschi e foreste di eucaliptus, castagni ma soprattutto di monumentali roverelle che si alternavano a distese coltivate a mais o tenute a pascolo ed attraversate da mandrie numerose e libere.
Intorno continuava a dominare la zootecnia mentre il forte ed acre sapore della fermentazione delle mele ci accompagnava costantemente.
Il cielo era nuvoloso e la temperatura si irrigidiva man nano che l’altezza aumentava.
Per sei chilometri abbiamo camminato su tratturi e sentieri con una pendenza che ovviamente diventava nemica con il passare del tempo.
Mi sono fatto l’intero tratto con un’andatura nervosa, mi piaceva quella fatica. Dilatava i pori dell’anima e mi poneva in sintonia con il creato che mi circondava.
Avevo bisogno di restare solo e imprimere un passo veloce mi aiutava.
Per il resto il gruppo procedeva sgranato. Claudio e Diego che avevano riso della loro pinguedine allorché ne avevo accennato all’inizio del mio racconto erano eroici nel loro sforzo.
Avanzavano con abbondanza di sudore nonostante la temperatura si fosse decisamente irrigidita tanto da consigliare di indossare una felpa, la giacca a vento o altro indumento con maggiore tenuta protettiva. Gaspare presidiava il percorso, Maurilio e Tommaso anche.
Intorno non c’era alcuna presenza umana.
Per lunghi chilometri ci eravamo inoltrati in luoghi aspri e disabitati se si faceva eccezione per le masserie e aziende zootecniche lontane. Anche le chiese di campagna erano scomparse e con esse i villaggi ed i cimiteri.
Ci muovevano ormai stabilmente su sentieri che salivano e scendevano tra i seicento e gli otto-novecento metri.
Detto così non rende l’entità dello sforzo reso arduo dal terreno che presentava creste ed avvallamenti in continua successione.
Obona era un villaggio che avremmo solo sfiorato sulla via di Collina de Arribas.
Con una deviazione di circa un chilometro abbiamo raggiunto un antico monastero ed abbazia benedettini del nono secolo.
Era ridotto ad un rudere e tuttavia la sua maestosità era ancora evidente.
Ci siamo avviati in quattro, Tommaso, Gaspare, Maurilio oltre a me che non me lo sarei perso per nessun motivo al mondo, quel monastero, avevo annunciato davanti alle perplessità suscitate dal supplemento di fatica.
Ero stato da poco a Cassino dove era nata la regola dell’Ora et Labora che San Benedetto aveva stabilito per santificare la vita dei monaci e per restituire un futuro di riscatto al mondo in abbandono all’indomani della fine di Roma e del suo impero.
E il Monastero in cima ancora una volta ad una cresta isolata non mi aveva deluso.
La fabbrica era imponente.
La struttura romanica perfettamente riconoscibile.
La grandiosità anch’essa percepibile tutta intera.
Accanto all’abbazia si stendeva il corpo del monastero.
All’interno il chiostro seppur in evidente rovina dava un meraviglioso afflato spirituale al complesso.
Da qualche decennio é stato dichiarato monumento nazionale dal governo spagnolo e mi auguro che presto possa essere recuperato alla sua iniziate grandezza.
Intorno la cordigliera si stende dolcemente e su di essa l’opera dei Benedettini di sicuro produsse progresso e sviluppo umano oltre che ascesi e santità cristiana.
Sarei rimasto a lungo a scoprire il mistero benedettino che allora cambiò il volto dell’umanità ahimè tornato nei tempi attuali ad essere maledettamente compromesso e addirittura senza futuro.
Stamane le agenzie han battuto la notizia che l’esercito israeliano, con carri armati, aerei e navi ha lanciato l’attacco finale, quello della soluzione finale che fuori dai termini politici significa la definitiva distruzione di un popolo. Il popolo palestinese offerto in genocidio all’inarrestabile deriva speculativa internazionale che punta tutto sulle guerre e la distruzione dei popoli per continuare ad arricchirsi visto che il mondo ridotto in miseria non appare più in grado di sostenere il consumismo sino ad ora ovunque disseminato.
Non riesco a restare indifferente davanti a tanta tragedia ma l’aspetto più frustrante rimane l’insensibilità di gran parte dell’umanità preoccupata di salvare il proprio stato di residuo benessere con il silenzio e addirittura con la giustificazione dei terribili misfatti che si stanno consumando e che qualcuno prova a derubricare come mistificazioni propagandistiche…
Mistificazioni propagandistiche messe in atto da chi? Ed a favore di chi?
Seguite il flusso dei soldi, osservate la corsa sl riarmo, analizzate la trasformazione dell’economia mondiale in economia di guerra, riflettete sulla deriva dittatoriale che sta aggredendo il mondo intero senza più distinzione da est ed ovest, nord e sud, ragionate sugli spazi di libertà che si vanno chiudendo pericolosamente quanto irrimediabilmente, pensate al tramonto della cultura ovunque e allora vi renderete conto che la tragedia dell’umanità è senza ritorno se l’umanità stessa non si ribellerà al cerbero che l’ha azzannata con le sue fauci per farne strame.
Camminare sui sentieri di Santiago non ha senso se non ci si rende conto di tutto questo. Il cammino non può essere un diversivo, un modo divertente seppur faticoso di passare il tempo magari assaporando il sudore da stemperare a pranzo, a cena, a colazione, nei bar e nei caffè, negli hostel e negli alberghi. Davanti ad una birra o ad un boccadillo o ad una bottiglia di sidro.
Magari per avere poi un bell’argomento su cui intrattenersi con amici e conoscenti una volta tornati a casa, arricchendo il tutto con frizzi, lazzi e facezie…
Arriverà anche la commedia di qualche cinematografaro nostrano a riderci sopra ed a fornire ulteriori elementi di passatempo.
…
Più che al Matamoros il Cammino di Santiago dovrà fare riferimento al figlio del tuono. Al fragore del tuono che tutto scuote e che, come sul Golgota, scateni il terremoto delle coscienze.
L’apostolo Giacomo venne definito da Gesù Figlio del Tuono per l’irruenza del suo carattere, il rifiuto dell’ingiustizia, la ricerca della salvezza.
Oggi il mondo ha bisogno di quell’apostolo. L’apostolo Figlio del Tuono per scuotere il mondo e costringere le coscienze a rimetterlo a posto.
Che sia un segnale la flotta di inermi imbarcazioni che da tutto il Mediterraneo converge a Gaza per sfidare il terribile esercito israeliano impegnato nel ripulire quel che resta della Palestina… io me lo auguro e me lo auguro per il mondo intero.
Passeggiando tra i ruderi del monastero benedettino é difficile non lasciarsi andare a tali considerazioni.
Ho immaginato, senza esito, una possibile reazione intorno a me…
E allora io che sono lontano dalla chiesa e dai suoi riti, io che son viandante e non pellegrino, invoco per me il Figlio del Tuono non avendo interesse, se non dal punto di vista storico e culturale, al Matamoros.
E cammino accanto a quanti, cristiani ed ortodossi, musulmani ed ebrei, agnistici, atei e credenti a Gaza ed ovunque nel mondo si rifiutano di accettare la logica del genocidio, della guerra e della violenza.
Ho terminato il cammino odierno immerso in questi pensieri. E ora che di notte sento il lento respiro di quanti dormono intorno a me spero che il tuono risuoni nei loro sogni.
Jaime è quieta ed anche… dorme tranquilla.
Sono gli uomini che hanno il sonno un po’ più agitato. Il respiro talora si ingrossa, ma va bene così. Tutte e tutti mi tengono compagnia.
Nella camerata accanto dorme il resto del gruppo avvolto nella sua confortevole notte.
Tra qualche ora riprenderemo il cammino.
Ahimè nell’indifferenza generale per la tragedia dell’umanità.
Almeno io, quella tragedia intendo portarmela dietro, per me, pet Jaime, per Robin, per tutti i miei compagni e pet quanti camminano verso Santiago.
Sperando nel ritorno del Figlio del Tuono.
Anzi, laicamente, nel ritorno del Figlio del Tuono che scardini le coscienze e rimetta in piedi questo povero mondo.
Il WiFi non funziona nel dormitorio e di certo alle quattro di notte non posso addossarmi al porticato esterno attiguo alla hall che é l’unico posto dove funziona per mettere in linea queste righe.
Fa freddo questa notte.
Attenderò l’ora di colazione per condividere questa cronaca atipica e magari recuperare qualche notizia da Gaza e dal Mediterraneo dove una flottiglia inerme va incontro al più agguerrito degli eserciti.
Recupererò nei prossimi giorni la gioia del cammino avvolto nel tuono della conversione umana. A tutte le latitudini. Dall’America all’Europa, dalla Palestina all’Ucraina, dall’Asia all’Africa.
Domani ci aspetta un percorso tosto da affrontare con acqua e boccadillos nello zaino perché lungo il percorso da Collina de Arribas a Berducero attraverseremo la rota degli ospitali, una via assai ostica dove non incontreremo anima viva per 25 chilometri.
Arrivederci dunque e che il boato del Figlio del Tuono vi scuota.
Antonio Corvino
(7-continua)

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