Concerto del 26 gennaio. Il numero quattro per la stagione in corso, non molto intensa di appuntamenti come lo erano state quelle degli anni precedenti. Ospite, per la prima volta alla Camerata Strumentale, Giovanni Sollima, violoncello di prim’ordine, protagonista della serata. Nella sua prestigiosa carriera internazionale, Sollima ha collezionato attività e collaborazioni con la Chicago Symphony Orchestra ed infinite altre, da garantirgli un podio tra gli artisti. L’incipit serale, però, è di un’opera prima, quella del giovanissimo compositore italiano Federico Perotti ispirato dalla sonata in re minore di Baldassarre Galuppi, longevo compositore veneto del XVIII secolo, trasformata nel concerto per oboe e orchestra. L’esecuzione è stata apprezzabile e la “Galuppina”, nome dato al lavoro da Perotti, ha ricevuto i primi applausi dalla sala pratese, non colma come in altre circostanze. Piacevole l’oboe con un distinto fagotto che ha assunto al compito di sottolineare l’ensemble orchestrale degli archi. Al centro della serata come preziosa gemma tra questa e la sinfonia di Haydn della seconda parte del programma, è stata appunto la performance del Concerto in do maggiore op 56 , Triplo Concerto di Beethoven per violoncello , violino e pianoforte, pubblicato nel 1807 col titolo Grande Concerto Concertante. In piena epoca napoleonica, questo primo originale concerto di notevole energia espressiva che impegna il violoncello e gradualmente, subordinati, il violino e il pianoforte segna un capolavoro di virtù tecnica e non di meno, slancio emotivo e gioia, prodomo di successivi capolavori del genio di Beethoven. Sollima, da la sua interpretazione, funambolica a tratti, meravigliosa in tutta l’esecuzione, come già era stata all’epoca per il famoso virtuoso Anton Kraft. Il triplo concerto venne concepito in un momento felice dal punto di vista creativo, vicino nel tempo all’Eroica e ad altre Sonate per pianoforte e dedicato al principe Joseph von Lobkowitz. In quella prima circostanza, l’esecuzione al pianoforte dell’arciduca Rodolfo, completò l’intenso lavoro del violoncello che era l’unico strumento che potesse reggere il peso della scrittura, impegnativa tecnicamente, concepita dal suo autore. Per questo motivo senza perdere di vista gli ottimi Grazia Raimondi al violino e Olaf Jhohn Laneri al pianoforte, Sollima ha accentrato a sé tutto l’interesse del pubblico. Mai il Concerto ha perduto intensità. Al primo movimento dell’allegro apertosi col pianissimo dell’orchestra è seguito, infatti, dopo l’esposizione, via via i solisti in successione gerarchica. Di altra natura, il Largo, secondo movimento che a tratti cantabile, trova e si affida ad un momento, al violoncello e al violino lasciando al pianoforte il sostegno armonico. Il rondò alla polacca, chiude in leggerezza il concerto, concessione che Beethoven fece alla moda dell’epoca. La sua struttura, la brillantezza di questo movimento, ancora una volta sostenuta dal refrain o tema principale, ha dato modo al veloce e frenetico Allegro di condurre i tre solisti al successo serale, lungamente applaudito. Era necessario, quindi, una buona pausa che potesse diluire la forte emozione beethoveniana, per affrontare la successiva sinfonia in programma. L’eleganza delle sinfonie parigine di Haydn hanno carattere ed effetto differente, e ad un ascoltare medio come lo scriba qui recensore, procurano l’attimo di smarrimento. Nulla di che; porsi davanti al grande austriaco nato a Rohrau fa sempre un bell’effetto. L’ “ Orso” in do maggiore è una composizione sinfonica, numero 82 secondo Hoboken, datata 1786. Nell’occasione della sua esposizione, sia la bacchetta del maestro Bressan, che l’orchestra hanno ottenuto la giusta attenzione dal pubblico, tornando primadonna a conclusione della serata che grazie al maturo Haydn, ha interpretato i quattro tempi della sinfonia di carattere contrappuntistico e di smagliante vivacità. Perciò: Si elevino lodi composte, per altri piacevoli canti, strumenti suadenti e portanti, in un giusto sereno encomio e a tutti gli amici astanti, noi porgiamo saluti….
Enrico Martelloni


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