Penultimo concerto della stagione. La camerata Strumentale città di Prato si avvia a chiudere l’anno concertistico del giovedì, stagione 2015/16; per l’appunto il 21 aprile, Natale di Roma, che aveva unito l’Europa e conquistato molto del mondo fino allora conosciuto, ma che non ha potuto ascoltare mai le delizie musicali di J.S. Bach. L’incipit della serata, ha proposto il terzo concerto Brandeburghese in Sol Maggiore BWV 1048, forse il più importante dei sei scritti da Bach fra il 1717 e il 1720, quando egli era Kapellmeister a Kothen, presso il principe Leopold di Anhalt. Cabalisticamente sorprendente, è composto di tre violini, tre viole, tre violoncelli e presta un’intensa tematica, dove singoli strumenti si avvicendano a gruppi nel dialogo brillante, o cadenzato dell’Adagio, alternandosi per poi unirsi nel tutti con grande forza sinfonica dal celebre allegro del primo movimento fino alla fine. Questo concerto che prevede esclusivamente archi più continuo, non di rado è eseguito con il clavicembalo al fianco, come in questa circostanza. Per l’esposizione e la disposizione degli strumenti a ferro di cavallo proposto dalla Camerata, i violini sono di fronte alle viole e i violoncelli al direttore Christopher Franklin, habitué della Strumentale e per quello che si registra, in empatia con il pubblico. Con molta eleganza, dunque, il celebre Allegro ha tratto l’attenzione non solo sul primo violino, ma su tutto l’ensemble, duttile e agile nell’esecuzione non meno che per espressione timbrica. Con la medesima duttilità si è prestata poi tutta l’orchestra nella presentazione di due autori italiani contemporanei in chiusura della prima parte del programma. L’occasione della novità pratese è dovuta alla presentazione di uno strumento originale come il Nagahara Mini, o semplicemente Mini, un Ottavino magico, di nuova concezione ideato dalla Nagahara Flutes di Boston. Il nuovo strumento di struttura identica al flauto ha una luminosità e forza espressiva eccellente. Per l’occasione, Nicola Mazzanti e Alessandro Visintini, hanno presentato attraverso le composizioni dei contemporanei, Alessandro Cavicchi e Carlo Galante, il nuovo strumento. Ha esordito con un lavoro recentissimo del 2015, la musica di Galante: “ Gli usignoli dell’imperatore”, un piccolo concerto per due ottavini, percussioni e orchestra d’archi, già proposto negli Stati Uniti, e in buona parte d’Europa. L’autore ha ricevuto intensi applausi dal pubblico pratese in sala al termine del suo concerto dal carattere opposto nei due tempi, descrivendo una fiaba antica e famosa di un remoto imperatore innamorato del canto dell’usignolo. Il concerto scritto per il Mini, è scivolato come seta nella descrizione, tra elegiaca e lenta del primo movimento e ritmica energia del secondo, al finale del pizzicato degli archi. Per Cavicchi, eclettico musicista, il tributo della sua città natale è più che ripetuto e riconoscente. Di spessore anch’egli internazionale, ha salutato sul proscenio del teatro Politeama gli interpreti del brano “ As Night Progresses” per due ottavini, opera del 2015 anch’essa, dai ritmi più sincopati che scivolano verso la Jazz-Ballad ed ha un brio tutto particolare e relativamente “facile” all’orecchio dell’ascoltatore. Eppure, il brano più espressivo di tutta la serata è il bis volutamente concesso da i due ottimi interpreti. Si tratta di “To B or not to B?” di Cavicchi, composizione dal nome scherzoso, per la circostanza eseguito senza il pianoforte e presentato per la prima volta a Chicago nell’Agosto 2014. “ B” sta nella lettura della scala delle note al nostro “si” nel registro basso permettendo una più ampia duttilità di note al nuovo strumento. La seconda parte del programma non ha lasciato delusi, per via dell’Ouverture di Gioacchino Rossini, “La scala di seta”, celebre opera buffa che il maestro di Pesaro presentò a Venezia agli albori del 1800. Brillante e piacevole, tra gli altri, spiccano fantastici, i corni e i legni vieppiù l’orchestra, che trova nell’esecuzione della sinfonia numero tre di Schubert, l’energia evocativa del maestro austriaco prima maniera, spartiacque per le successive grandi opere non più influenzate dai riflessi dei maestri di una generazione precedenti: Mozart e Haydn. Al finale brillante del diciottenne Schubert, così, si uniscono gli applausi del pubblico eterogeneo per l’età, dai giovanissimi ottuagenari ai neofiti infanti.


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