Il Pd, variante meramente nominale delle sue precedenti incarnazioni, non e’ più un monolite ma solo un vuoto a perdere, e se davvero vuol diventare una forza politica, prima di tutto, ed una forza di governo, poi, non deve cambiare le regole ma le teste.

Un partito versa in stato preagonico? Invece di impegnarsi in una seria riforma strutturale, gli si cambia il nome e si fa una bella, e possibilmente faraonica, convention per spiegare che e’ giunto il momento della “cosa” nuova, che poi e’ uguale alla vecchia ma tanto non se ne accorge mai nessuno.
Ora e’ il momento delle primarie. Non erano ancora chiuse le urne delle consultazioni a Genova che già Bersani e numerosi altri esponenti del Pd – partito ma mai arrivato a destinazione, ammesso che ne abbia una – tromboneggiavano: bisogna cambiare le regole, perché e’ chiaro che così le cose non possono funzionare. A seguire, amene quanto stiracchiate proposte per rimediare al danno: si deve proporre un candidato unico, si deve far precedere le primarie da una consultazione interna al partito, si deve limitare la partecipazione agli iscritti, insomma si deve fare il possibile per tornare indietro prima che gli elettori vadano troppo avanti sulla pericolosissima strada della libera scelta.
Nessuno, a cominciare dal farmacista della Bassa che si spaccia per Segretario del Pd, che abbia tentato una forma anche primitiva, fosse pure balbettante e stentata, di autocritica; nossignori, bisogna cambiare le regole, dunque la colpa e’ delle regole mica dei dirigenti del partito, ci mancherebbe.
Naturalmente noi, incorreggibili frequentatori della corsia in contromano, la vediamo in modo esattamente opposto alla presunta elite intellettuale del Pd, e riteniamo non solo che le primarie non debbano cambiare ma anche che dovrebbero essere rese obbligatorie per tutti i partiti ed a tutti i livelli di consultazione, e che questa sarebbe l’unica sensata ed efficace riforma del sistema elettorale da cui poi, e solo poi, far discendere anche una nuova legge elettorale che ci restituisca al novero dei popoli civili che la democrazia la conoscono e la praticano davvero.
Le proposte di modifica citate sopra, infatti, per quanto ipocritamente paludate da garanzia, o forse e’ meglio dire tutela, dell’unita’ del partito, in realtà nascondono, e neanche particolarmente bene, la paura del verdetto degli elettori che, nel caso del Pd, va quasi sempre nella direzione opposta, abbattendo sistematicamente i candidati della Segreteria e premiando gli outsiders scomodi e meno controllabili.
Agitare il fantasma delle correnti o, peggio, di misteriose infiltrazioni di gruppi di potere esterni al sistema partito, rende solo più ridicole certe argomentazioni ed ottiene l’unico effetto di inacidire un elettorato già poco incline alla benevolenza – e la esilarante lettura degli interventi degli iscritti sul sito del Pd, specie in certi giorni, ne e’ la prova più evidente.
La logica del candidato unico come panacea di tutti i mali, contraddice e nega il significato stesso delle primarie, perché di fatto priva gli elettori della possibilità di scegliere; il paventato sopravvento di eventuali signori delle tessere o capicorrente – che fin qui pero’ non si son visti all’opera, altrimenti i candidati del Pd avrebbero comunque vinto le primarie, invece di perderle – da tenere fuori riaffermando la priorità delle scelte della Segreteria, serve solo a non affrontare una scomoda verità
Perché un partito abbia un’anima, od almeno una sostanza, oltre che un nome, e sia in grado di fare al meglio il proprio lavoro, e’ necessario che la dialettica interna sia viva, costante e fertile, che la sua classe dirigente ne sia espressione e non freno, e che la capacita’ di leggere e governare la contemporaneità sia affidata di volta in volta a coloro che meglio sono in grado di farlo e non alle cariatidi che pesano su ogni tentativo di crescita e di evoluzione.
In sintesi: un partito non può essere un monolite fermo ed immoto, e le primarie sono il motore che alimenta il movimento secondo una rotta che non può essere tracciata senza tener conto delle precise indicazioni dell’elettorato.
Il Pd, variante meramente nominale delle sue precedenti incarnazioni, non e’ più un monolite ma solo un vuoto a perdere, e se davvero vuol diventare una forza politica, prima di tutto, ed una forza di governo, poi, non deve cambiare le regole ma le teste.
Ad averne. E semmai a lasciarle emergere, quando ci sono.

Quando, tanti anni fa c’erano ancora le case del popolo (ce ne sono ancora ma non sono più fucine di dibattiti e nuovi saperi, ridotte come sono a sale bingo e similari) e le parrocchie aperte ai giovani , la domenica mattina c’era che andava a catechismo o e poi alla Messa e chi andava a sentire gli adulti che discutevano , (imparando ad amare la politica) e poi partiva. Chi frequentava la casa del popolo andava a giro per il quartiere a vendere l’Unità, chi frequentava la parrocchia distribuiva Famiglia Cristiana.
Nostalgia dei tempi passati? Di sicuro erano tempi di entusiasmo e di ripresa, tempi in cui stare a sentire i politici arricchiva e istruiva. Oggi è un’altra musica . Vale farsi vedere e non fare soprattutto è importante non pensare ai cittadini, agli elettori, a coloro per i quali e con i quali dovrebbe farsi la democrazia. Hai ragione Chiara vanno cambiati non i contenitori ma i contenuti, e quando nelle teste c’è quasi esclusivamente l’idea della propria affermazione…
Paolo: non so se ti ho raggiunto, queste cose le scrivo e le penso da anni.
Luccio: infatti continuo a dire che e’ necessaria una riforma dell’intero sistema, prima di procedere con una riforma della legge elettorale che, da sola, non serve a nulla.
Il pilotaggio sulle scelte non è tanto una imposizione ,quanto un mercanteggiamento interpersanale evidente . Ti do il seggio ( che ha un valore in sè ) ,tu mi dai il dominio degli affari generali . Il resto è per te . Sinchè il sistema del “professionismo della politica” non sarà apertamente sconfessato da una chiara rilettura della Costituzione Repubblicana ,le persone potranno anche cambiare …ma la musica resterà la stessa ! Con il segretario di partito a dirigere l’orchestra.
Mi raggiungi Chiara, cambiare le persone.
Basterebbe, al PD, fare delle primarie serie, con una serie di candidati, come é stato qui in Francia con 6 candidati nel PS che ha poi portato François Hollande a sfidare Sarkozy per le elezioni presidenziali che si terranno tra 60 giorni.
Le batoste che i candidati del PD spesso prendono in giro per l’Italia sono il segno che la base non é piu col leader attuale, che insiste nell’errore di pilotaggio. E gli errori di pilotaggio provocano necessariamente un crash.
Aspettiamo, é solo questione di tempo.
Le primarie hanno un senso solo se l’esito non è scontato. Non ci dovrebbe essere bisogno di tante spiegazioni, ma evidentemente….
Come le abolite preferenze avevano una granitica libertà di scelta nella designazioni invalicabile dei capo-lista , è chiaro che le “primarie” ,di scopiazzatura americaneggoiante , devono avere il controllo ferreo della Segreteria. Altrimenti potrebbe essere eletto chiunque ,fosse stimato capace e degno di fiducia dagli elettori…non scherziamo ,via ! Il sistema protettivo dei partiti e delle segreterie va rinnovato e reso più adeguato alla bisogna. Che naturalmente ,è sempre il garantire piena libertà di scelta plebiscitaria alle orde sottomesse dei fedeli.Bisogno sentito comunque da tutti ,partiti,partitini e missionari…