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Cambiamo l’istruzione, senza cambiare la scuola

In Italia esiste una legge, giustissima, che impone l’obbligo degli studi fino all’età di anni sedici. L’anomalia però c’è; un ragazzo diligente, che per motivi diversi decide di abbandonare la scuola a sedici anni, dopo le medie dovrà frequentare un istituto superiore senza poi terminarlo. Non cambiamo nulla, togliamo solo l’anomalia.

di Emidio Luzi | 1 Ottobre 2023

Per la scuola propongo di non modificare nulla, per cambiare veramente tutto. Per la politica italiana la scuola, più che essere “frequentata”, dev’essere “riformata”. Non esiste governo che non abbia promesso di cambiarla al punto che, solo negli ultimi vent’anni, ci sono state diverse “grandi riforme”.

La scuola italiana nasce nel 1859. Il Regno di Sardegna (e due anni dopo il Regno d’Italia) istituisce l’obbligo di frequentare la scuola fino alla terza elementare, per insegnare agli italiani a “leggere, scrivere e far di conto”. Ma la prima vera riforma è quella di Giovanni Gentile del 1923, che Benito Mussolini definì “la più fascista delle riforme”. Almeno nelle intenzioni, era basata sul rapporto pedagogico fra allievo e maestro, avendo come fulcro il Liceo Classico, fucina delle future classi dirigenti del regime.

Nel 1962, dopo lunghe trattative fra DC e PSI, arriva la più importante riforma del dopoguerra: un solo tipo di scuola media che permette l’accesso a tutte le scuole superiori. L’obiettivo è di favorire l’uguaglianza sociale eliminando la “divisione di classe” voluta dal fascismo. Arrivano gli anni Settanta. Sulla spinta dei movimenti studenteschi e dei cambiamenti culturali dentro e fuori le aule, la scuola comincia a trasformarsi anche senza specifiche riforme. Il sistema dei voti diventa meno fiscale e l’attenzione si sposta verso la maturazione complessiva dello studente. Arrivano gli insegnanti di sostegno, il personale ATA, i rappresentanti di genitori e studenti mentre, alle elementari, s’introduce il tempo pieno mettendo fine all’epoca del “maestro unico”.

Arriviamo quindi al 2000 e, con l’inizio del secolo, l’immancabile prima riforma del nuovo millennio, quella di Luigi Berlinguer. Modifica l’esame di maturità e riorganizza la scuola italiana in due cicli: uno di sette anni (il primario, dai 6 ai 13 anni) e uno di cinque (il secondario, dai 13 ai 18). Ma la riforma resterà largamente incompiuta – non fosse altro che per la ferma opposizione del mondo della scuola – nonostante il suo cosiddetto “spirito europeo”. Nel 2001, poi, va al governo Silvio Berlusconi che, a sua volta, vuole imporre una svolta “modernista” alla scuola italiana attraverso la riforma di Letizia Moratti.  Uno degli obiettivi è di limitare l’intervento statale nella scuola pubblica in nome della libertà di scelta e della libera concorrenza fra pubblico e privato. Secondo il governo di destra, la scuola italiana costa troppo, ha troppo personale e comporta troppe ore di scuola. Consequenziale il taglio delle risorse pubbliche destinate al settore. Lo slogan è quello delle “Tre I” – “Inglese, Informatica e Impresa” – che, mediaticamente, funziona bene.

Ma le riforme della scuola vengono regolarmente smontate dai governi successivi e così, quando nel 2006 va al governo la sinistra, i giochi sono tutti da rifare. Fra le altre cose, il Ministro Giuseppe Fioroni introduce la revisione dell’esame di Stato, ridisegna le scuole superiori e abolisce i licei economico e tecnologico, reintroducendo gli istituti tecnici e professionali.

Passano nemmeno due anni e, con il nuovo governo, manco a dirlo c’è una nuova riforma. E’ il turno di Maria Stella Gelmini che, nel giro di due anni, modifica i metodi di valutazione e fra le altre cose, reintroduce il voto in decimi mentre, in quella di secondo grado, stabilisce che il voto in condotta faccia media con gli altri (chi ha meno di sei viene bocciato). Cambiano di nuovo gli ordinamenti dei licei che, da 10, passano a 6: Classico, Scientifico, Linguistico, Artistico, Musicale e delle Scienze Umane.

Ma già una nuova riforma compare all’orizzonte. Quella che Matteo Renzi chiama “La Buona Scuola”, avendo come fulcro il potenziamento dell’autonomia didattica (ma non solo) dei singoli istituti. Introduce l’alternanza scuola-lavoro per contrastare, almeno teoricamente, la dispersione scolastica (fenomeno per cui l’Italia era stata più volte ripresa dall’UE) e potenzia i poteri del dirigente d’istituto.

Chiedendo venia perché avrò senz’altro dimenticato qualcosa, arriviamo ai giorni nostri e alla riforma del governo Meloni, quella che prende il nome dal Ministro Giuseppe Valditara. In sintesi estrema, prevede la riforma dell’istruzione professionale che, con una durata di 4 anni (anziché 5), (io propongo 3 anni) permette su base volontaria l’accesso diretto ai costosi e privati ITS, intesi come una sorta di “via di mezzo” (“università di serie B”?) rispetto all’insegnamento universitario. L’idea partirebbe da un doppio bisogno: addestrare al meglio i giovani e rispondere alle richieste delle aziende (che si sgraverebbero degli oneri per la formazione del personale).

In generale, la sinistra non l’ha affatto presa bene perché questa riforma confonde l’istruzione con l’addestramento, senza garantire agli studenti gli strumenti fondamentali per affrontare le complesse sfide del mondo del lavoro e soprattutto l’evoluzione dello stesso (reintroducendo surrettiziamente quelle classi sociali che si riteneva abolite con la riforma del ‘62). Forte l’impressione che si tratti di un disegno vecchio, ideologico, che la scuola e la società hanno già in passato rifiutato con decisione. Un semplice giro nella blogosfera fornirà ulteriori motivi di rigetto.  Finisce qui la panoramica. Ma, visto che l’hobby nazionale è quello di riformare la scuola, prendo il coraggio a quattro mani e lancio anch’io un sassolino nello stagno.

Nel tempo, la preparazione dei nostri ragazzi, è diminuita, anni fa bastava aver frequentato la quinta elementare per non incappare in errori di ortografia, ora, in molti casi, non basta la laurea.

Potendo tornare indietro nel periodo Covid, esami Si, esami NO, io avrei semplicemente detto: “dettato”, per studiare Filosofia, Matematica, ed altre materie i nostri giovani avrebbero avuto tempo, magari all’Università, ma almeno al conseguimento del diploma dimostrassero di conoscere la grammatica.

In Italia esiste una legge, giustissima, che impone l’obbligo degli studi fino all’età di anni sedici.

L’anomalia però c’è; un ragazzo diligente, che per motivi diversi decide di abbandonare la scuola a sedici anni, dopo le medie dovrà frequentare un istituto superiore senza poi terminarlo.

Non cambiamo nulla, togliamo solo l’anomalia.

Ricordate il vecchio, mai appassito, Liceo Classico?  Al primo anno si veniva iscritti al quarto ginnasio, per passare poi al quinto ginnasio, poi primo, secondo e terzo anno di Liceo. E allora, senza stravolgere niente, se il biennio superiore diventasse la 4a e 5a media, con relativo titolo di studio (fermo restando il triennio successivo con tutte le sue peculiarità), questo lieve cambiamento potrebbe essere utile per combattere la dispersione scolastica, ponendo l’obiettivo di un miglioramento culturale. Va da sé che il corpo docente, per questo ulteriore biennio, dovrebbe essere lo stesso delle superiori, con particolare riferimento all’istruzione umanistica, con reintroduzione del latino utile per la grammatica. L’accesso al “sapere integrale di civiltà” è diritto umano di ogni persona, quale che sia la sua destinazione professionale futura. Concludo dicendo che, fino ad ora abbiamo parlato di istruzione, non di cultura.

Istruzione è ciò che ricordi di quello che hai studiato a scuola. Cultura è ciò che sai, nel momento in cui hai dimenticato tutto ciò che hai studiato a scuola.

Emidio Luzi

(da “Avanti Online”)

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, anni settanta, benito mussolini, berlusconi, cambiamenti, fascismo, genitori, giovani, governo, italia, lavoro, matteo renzi, meloni, mondo, mondo del lavoro, mussolini, nuovo governo, opposizione, politica italiana, psi, regime, renzi, riforme, scuola, scuola pubblica

Info Emidio Luzi

Emidio Luzi è un giornalista ed editorialista di “Avanti Online”

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