
Sin dall’inizio del conflitto in Ucraina i Paesi occidentali, ed in particolare quelli NATO, si sono impegnati nel sostenere il Paese aggredito sia da un punto di vista politico – in tutti i fora internazionali – che umanitario – anche mediante l’accoglienza dei rifugiati – e sia militarmente.
Quest’ultima forma di assistenza, decisamente la più importante per garantire l’ampliamento delle risorse e della capacità belliche disponibili, ha consentito all’Ucraina di prolungare la sua resistenza oltre ogni limite immaginabile prima dell’inizio dei combattimenti sia dai generali russi che dagli analisti nonché dagli Stati Maggiori dei Paesi occidentali.
Deve essere chiaro che se i difensori sono riusciti ad imporre, fino al 12 luglio, pesanti perdite alle forze russe (secondo alcune fonti di Kiev, sono circa 37.470 i soldati russi uccisi in Ucraina dall’inizio dell’invasione, nonché sono stati abbattuti 217 caccia, 188 elicotteri e 676 droni e sono stati distrutti 1.649 carri armati, 838 sistemi di artiglieria, 3.829 veicoli blindati per il trasporto delle truppe, 15 navi e 155 missili da crociera russi https://www.corriere.it/esteri/diretta-live/22_luglio_12/ucraina-russia-news-guerra-bb102bf4-0156-11ed-b67a-4569bb2fc5fe.shtml), lo si deve innanzitutto ad una delle più vecchie regole della guerra: chi difende la propria terra ha una motivazione a combattere e a sacrificare la propria vita molto maggiore delle truppe dell’attaccante/aggressore (a conferma, a titolo esemplificativo, nella seconda metà del secolo scorso, l’abbandono di Saigon da parte degli USA nell’aprile del 1975 e la ritirata russa dall’Afghanistan del 1989, entrambe causate dalle forze della resistenza a scapito delle Forze Armate delle due superpotenze che potevano vantare un’indubbia superiorità in armamenti, tecnologia e anche in numero di uomini da impiegare nelle rispettive guerre). A questo fattore si deve sommare, nell’attuale conflitto, anche la verosimile mancanza di motivazione e coesione delle truppe russe dovute ad una cattiva capacità di comunicazione del Presidente Putin, il quale non ha saputo stimolare i propri combattenti sul campo poiché non ha fornito chiare ragioni a sostegno dell’operazione speciale militare che ha lanciato e, allo stesso tempo, non ha fissato realistici e perseguibili obiettivi strategici per il breve – medio periodo.
Tuttavia, è indiscutibile che tale capacità di resistenza abbia avuto quale moltiplicatore di potenza la costante fornitura di armi ed equipaggiamenti – sempre più moderni ed in quantità sempre maggiori – da parte dei Paesi occidentali ed in primis degli Stati Uniti che, il 19 maggio u.s., hanno approvato un pacchetto da 40 miliardi di dollari di aiuti militari ed umanitari, di cui ben 20,1 miliardi in aiuti militari, 8 miliardi di sostegno economico ed oltre un miliardo per i rifugiati (https://www.rainews.it/articoli/2022/05/ucraina-via-libera-del-senato-usa-ad-aiuti-per-40-miliardi–37ad3522-217a-41f0-a343-28d15fa01ae4.html).
Partendo da questa premessa e trascorsi oltre 140 giorni di guerra senza che all’orizzonte si prospettino, al momento, possibili soluzioni negoziali del conflitto, le nubi di un’altra minaccia già si addensano all’orizzonte del continente europeo, ma più probabilmente di tutto il mondo. Come già accennato nel mio articolo del 4 giugno scorso “è probabile che più passa il tempo, più lo spazio diplomatico di Zelensky si restringa. Inoltre, ci si può legittimamente interrogare sul destino delle scorte di armi consegnate dall’Occidente: dopo l’ex Jugoslavia e la Libia, l’Ucraina?” (https://formiche.net/2022/06/crisi-europa-russia/)
Quest’ultimo quesito appare sempre più di attualità ed inizia ad essere oggetto di inquietudini e valutazioni da parte dello stesso Pentagono, del Servizi di intelligence europei, ma anche e soprattutto delle Organizzazioni/Agenzie internazionali per il contrasto al crimine quali Interpol ed Europol.
Infatti, con il grosso dell’esercito regolare ucraino impegnato ad est del fiume Dnepr e con molti reparti circondati dai russi, Kiev ha dovuto iniziare un massiccio richiamo di “volontari civili” il cui addestramento potrà essere difficilmente terminato in breve tempo, soprattutto a favore di quel personale destinato ad utilizzare i dispositivi ed i sistemi d’ arma più avanzati come i lanciatori di missili. Al contempo, iniziano a serpeggiare dubbi sull’affidabilità in combattimenti ad alta intensità di uomini che hanno ricevuto soltanto un “addestramento cosiddetto basico” e che, probabilmente, saranno impiegati immediatamente in prima linea per ricostituire i reparti che hanno subito le perdite più consistenti.
Per questi motivi a Washington, Londra e nelle altre capitali europee si spera che siano le sanzioni economiche ad avere efficacia contro la Russia, mentre le armi cedute, secondo alcuni esperti, in realtà rappresentano il minimo contributo teso a ripianare le perdite di materiale bellico subito dai difensori, a patto però che non aumenti il tasso di distruzione delle stesso da parte dell’artiglieria e dei missili russi.
Da non sottovalutare, in uno scenario così fortemente compromesso anche da un punto di vista sociale e dove il tasso di corruzione degli apparati pubblici era, già prima della guerra, valutato come alto, che la capacità di controllo delle Forze dell’ordine sulle attività criminali è gioco forza allentato e la distribuzioni di armi anche sofisticate a milizie paramilitari potrebbe indurre alcuni ad utilizzarle per compiere azioni criminali o, peggio, immetterle sul mercato clandestino che alimenta la malavita organizzata ed i gruppi terroristici.
Al riguardo giova ricordare che sono stati individuati, in passato, collegamenti tra esponenti della mafia ucraina con il Medio Oriente e con il Caucaso e che attualmente almeno due battaglioni di jihadisti ceceni combattono al fianco degli ucraini in contrapposizione alle truppe di Mosca ed ai governativi ceceni filo-russi.
Pertanto, la possibilità che, ad esempio, un certo numero di lanciarazzi anticarro o antiaerei possano finire nella disponibilità di jihadisti si sta trasformando in qualcosa più che un’ossessione per la sicurezza dell’Europa la quale proprio quelle armi sta continuando a fornire senza alcun apparente controllo sulla loro destinazione finale.

Già all’inizio del decorso mese di giugno, parlando alla riunione dell‘Anglo-American Press Association di Parigi, Jürgen Stock, Segretario Generale di Interpol, ha dichiarato che “Quando le armi non saranno più utilizzate, emergeranno le armi illegali. Sappiamo questo sulla base dell’esperienza maturata in altri teatri di guerra“. “I criminali stanno già adesso, mentre parliamo, concentrandosi su queste armi”. “I gruppi criminali cercano di sfruttare queste situazioni caotiche e la disponibilità di armi, anche quelle utilizzate dai militari e anche le armi pesanti. Queste saranno disponibili sul mercato gestito dalla criminalità organizzata e rappresenteranno una sfida“. Per tale motivo Stock ha invitato i Paesi occidentali ad operare congiuntamente ed in modo coordinato per contrastare questo rischio.
“Nessun Paese (…) può affrontarlo da solo perché questi gruppi operano a livello globale”, ha altresì dichiarato, esortando i governi ad utilizzare i database dell’Organizzazione per “tracciare e rintracciare” le armi (https://www.theguardian.com/world/2022/jun/02/ukraine-weapons-end-up-criminal-hands-says-interpol-chief-jurgen-stock?utm_term=Autofeed&CMP=twt_gu&utm_medium&utm_source=Twitter).
Appare opportuno evidenziare l’urgenza con cui Stock ha posto in evidenza il problema basandosi su valutazioni ed analisi che mettono l’intera comunità internazionale di fronte ad uno scenario non soltanto possibile, bensì ad una vero e proprio pericolo immanente.
Del resto, gli studi si basano anche su precedenti recenti come quelli conseguenti all’uscita degli Stati Uniti e dei suoi alleati dall’Afghanistan, nell‘agosto del 2021 (dopo 20 anni di guerra), con l’abbandono di consistenti quantitativi di equipaggiamenti militari, anche altamente sofisticati, che sono finiti nella disponibilità dei talebani. Ovvero, quanto avvenuto nei Balcani dopo il crollo della Jugoslavia 30 anni orsono: furono introdotte sul mercato clandestino un numero mai precisato di armi che sarebbero tuttora nella disponibilità di gruppi criminali.
Negli stessi giorni, con un’intervista a Die Welt am Sonntag, la Direttrice di Europol, Catherine De Bolle, ha espresso le stesse preoccupazioni di Stock per un possibile afflusso di armi in Europa a seguito della guerra in Ucraina (https://www.welt.de/politik/ausland/plus239012703/Europol-Chefin-Nie-gesehenes-Niveau-an-Gewalt-auf-Europas-Strassen.html).
La De Bolle ha ricordato che per tre decenni gruppi criminali hanno utilizzato armi provenienti dai conflitti nella ex Jugoslava sottolineando che, dalle informazioni disponibili, i volontari che si recano o si sono recati in Ucraina per combattere a fianco delle milizie locali “non sono un gruppo omogeneo” e che differiscono tra loro “per le loro esperienze e ideologie“.
Pertanto, sarebbe intenzione dell’Agenzia Europol istituire un gruppo di lavoro internazionale per affrontare questa nuova minaccia continuando a monitorare con attenzione gli eventuali transiti in ingresso ed in uscita di terroristi ed estremisti violenti dall’Ucraina verso i Paesi dell’UE.
In conclusione, l’Occidente si trova ad affrontare una nuova minaccia per la sicurezza dei propri cittadini così come la possibilità che si riaccendano focolai di guerre mai sopiti in alcune zone calde del mondo, quali i Paesi Subsahariani (es. Mali) o del Nord Africa (basti pensare alla Siria od alle attività degli appartenenti ad Hezbollah) così come nel Corno d’Africa, ove sono attivi gruppi criminali/terroristici agguerriti che con nuovi e più sofisticati armamenti potrebbero riprendere anche le loro attività di pirateria infliggendo ulteriori duri colpi al trasporto commerciale marittimo internazionale e di conseguenza ad un’economia mondiale già in crisi.
Tuttavia, questi elementi restano da un lato – forse giustamente – esclusi dai dibattiti pubblici sulla crisi ucraina, probabilmente per non creare un ulteriore impatto negativo sulle opinioni pubbliche ormai provate da due anni davvero difficili e già preoccupate per l’impatto sulla vita quotidiana della crisi energetica ed economica che seguono a quella causata dalla pandemia; dall’altro, non dovrebbero sfuggire ad analisi sia geopolitiche che tecniche da parte di esperti ed in particolare dei responsabili degli apparati di sicurezza, che dovrebbero aver già messo in atto piani per impedire che tali scenari si possano realmente concretizzare consentendo all’incubo del terrorismo di ripresentarsi sul territorio europeo.
A fronte di questa possibilità, l’opzione che tali armamenti siano distrutti in battaglia potrebbe essere considerata auspicabile rispetto al rischio che vadano ad equipaggiare appartenenti a gruppi criminali, o peggio, terroristici che potrebbero impiegare armi anticarro per condurre attacchi nelle città occidentali ovvero missili antiaerei contro voli di linea.
Michel Korinman e Salvatore Ronzo
(Collectif Outre-Terre)

I ceceni che combattono per gli ucraini sono quelli di Dudayev e combattono pel la libertà dell’Ucraina. Ti confondi parecchio in tutto ciò che scrivi. Mosca ha invaso l’Ucraina e non viceversa. Per questo nelle fakes che racconti, dimostri solo di essere vicino ai criminali.
Se c’è un paese corrotto è quello che difendi per nascondere i crimini compiuti da Mosca sulle città ucraine e sulla popolazione.
Corbellerie continue: i Moscoviti hanno perso più di trecentomila uomini in un hanno e mezzo, mentre dovevano in tre giorni occupare Kyiiv.
In Afghanistan gli USA erano per mandato internazionale e contro l’integralismo islamico
Chi ha occupato l’Afghanistan fu proprio i sovietici nel 1979.
Nemmeno conosci la realtà del Vietnam dove in 11 anni gli USA lasciarono un terzo dei soldati che oggi i Moscoviti hanno lasciato sul territorio occupato dell’ Ucraina.
Vai a raccontare le tue scocchezze da un’altra parte