
L’Italia si prepara a cambiare ancora una volta la propria legge elettorale. Ed è già questo un piccolo capolavoro nazionale: invece di costruire un sistema semplice, stabile e comprensibile, continuiamo da trent’anni a smontarlo e rimontarlo alla vigilia delle elezioni, quasi sempre con un occhio alla governabilità e l’altro ai sondaggi.
La nuova legge prova almeno ad affrontare uno dei problemi più evidenti degli ultimi anni: restituire agli elettori una parte della possibilità di scegliere chi mandare in Parlamento. Il testo approvato finora dal Senato consente fino a tre preferenze, ma mantiene il capolista bloccato. Tradotto dal politichese significa che il cittadino torna a scegliere, ma non proprio tutti. Il candidato con il posto potenzialmente più sicuro continua a essere deciso dal partito.
È una soluzione a metà. Meglio delle liste completamente impermeabili alla volontà dell’elettore, certamente, ma ancora lontana dal principio elementare secondo cui chi siede in Parlamento dovrebbe innanzitutto rispondere ai cittadini che lo hanno votato e soltanto dopo alla segreteria che gli ha consentito di candidarsi.
Su questo l’opposizione ha presentato un emendamento per cancellare i capilista bloccati. È stato respinto. Sarebbe quindi scorretto sostenere che oggi PD e opposizioni si stiano battendo contro le preferenze. Il problema è un altro: la loro improvvisa conversione alla democrazia della scelta arriva con un curriculum tutt’altro che immacolato. Nel 2017 il Rosatellum, che ha consegnato ai partiti un enorme potere nella selezione degli eletti attraverso liste bloccate, venne sostenuto anche dal Partito Democratico insieme a Forza Italia e Lega. Oggi molti di quelli che denunciano i parlamentari nominati sembrano aver dimenticato chi contribuì a costruire quel sistema.
È una vecchia abitudine italiana. Le regole diventano democratiche o pericolose a seconda del lato dell’emiciclo dal quale le si guarda.
Ma la questione vera è persino più profonda della legge elettorale. Una parte dell’opposizione continua a vivere dentro una sorta di conservatorismo costituzionale permanente nel quale qualunque modifica sostanziale dell’architettura dello Stato viene immediatamente descritta come una minaccia. La Costituzione deve naturalmente essere protetta, ma proteggerla non significa trasformarla in una teca di cristallo. Una democrazia che non riesce più a modificare nulla finisce inevitabilmente per proteggere soprattutto chi dentro quel sistema ha imparato a vivere benissimo.
Da qui nasce quella forma tutta italiana di nullacentismo politico che da decenni confonde la prudenza con l’immobilità. Cambiare è pericoloso, scegliere direttamente troppo populista, ridurre i passaggi istituzionali autoritario, responsabilizzare gli eletti rischioso. Il risultato è un sistema nel quale le responsabilità si diluiscono, le legislature passano, i governi cambiano e alla fine nessuno sembra essere responsabile di niente.
Nel frattempo la politica è diventata per troppi una professione prima ancora che un servizio. Carriere costruite dentro i partiti, candidature garantite, parlamentari sconosciuti agli stessi territori che dovrebbero rappresentare, personaggi capaci di attraversare legislature intere senza lasciare una proposta, un’idea o una riforma degna di essere ricordata. Puntuali però ogni mese quando arriva lo stipendio.
Non è antipolitica dirlo. Antipolitica è accettarlo.
Una democrazia sana ha bisogno di professionisti competenti, certamente, ma soprattutto di responsabilità. Se un parlamentare sa di dovere la propria elezione principalmente alla posizione assegnatagli nella lista, il rapporto fondamentale non sarà con l’elettore ma con chi quella posizione gliel’ha concessa. È umano prima ancora che politico.
Poi arriviamo al conto finale di questo immobilismo. A giugno il debito pubblico italiano ha raggiunto il nuovo record di 3.207,2 miliardi di euro. Non è naturalmente responsabilità di una singola maggioranza, né di una singola opposizione. È il prodotto sedimentato di decenni nei quali una parte enorme della politica italiana ha preferito rinviare, distribuire, compensare e indebitarsi invece di affrontare riforme impopolari ma necessarie.
Tre mila duecento miliardi sono la fotografia economica di un Paese che troppo spesso ha comprato il presente impegnando il futuro.
Ed è difficile non vedere un legame tra le due cose. Un sistema politico che teme la selezione, la responsabilità personale e il ricambio finisce inevitabilmente per temere anche le decisioni difficili. Conserva tutto, protegge tutto, rinvia tutto. Finché arriva il conto.
La nuova legge elettorale potrebbe essere un’occasione per rompere almeno una parte di questo meccanismo. Ma servirebbe più coraggio. Se vogliamo davvero restituire centralità agli elettori, restituiamogliela fino in fondo. I partiti scelgano chi candidare, com’è naturale che sia. Poi siano i cittadini a decidere chi, tra quei candidati, merita di rappresentarli.
Sarebbe persino rivoluzionario, nell’Italia del 2026: mettere una croce su un nome e sapere che quella croce conta davvero, perché il problema italiano non è soltanto trovare una legge capace di produrre un governo. È finalmente costruire una politica nella quale qualcuno venga scelto, governi, risponda delle proprie decisioni e possa essere mandato a casa dagli elettori.
Tutto il resto è la palude che conosciamo da troppo tempo.
Piero Terracina

Lascia un commento