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Cadorna a Versailles: sull’orlo del lago di fuoco

Nella conferenza il governo italiano ebbe parte modesta. Viveva col complesso della recente ritirata dall’Isonzo al Piave (24 ottobre-9 novembre), narrata come “rotta”, anzi quale “disfatta”.

di Aldo A. Mola | 4 Dicembre 2017

Il mondo è sull’orlo del “lago di fuoco” predetto dall’Apocalisse? La Guerra si avvicina. Non perché lo dica Donald Trump. Lo si percepisce dalla cruda sequenza dei fatti. Senza un intervento preventivo, in Estremo Oriente crollano i già precari equilibri. Il Giappone non può rimanere spettatore inerte, disarmato e con l’incubo di missili con testate atomiche nelle mani di un nemico millenario quale la Corea. Altrettanto vale per la Cina. Si sa che dal 1945 le guerre non si dichiarano. Si fanno. Chi è vecchio abbastanza da ricordare i bombardamenti del 1940-1945 sull’Italia ha in memoria il lamento delle sirene, le corse verso i rifugi, gli schianti: sa per esperienza personale che cos’era la guerra quando ancora essa era “mite”. Il Piemonte e la Liguria furono i primi a conoscerli nel giugno 1940. Genova e Torino ne vennero devastate ripetutamente. Dopo settant’anni di distrazione, la Guerra bussa alle porte. Ed è di gran lunga peggiore e “amorale” di quelle d’antan. Gli italiani hanno una certa riluttanza a misurarsi con la realtà. Sbagliano il nome di Gerusalemme contando che lo Stato di Israele non se ne accorga. Scoprono i conflitti balcanici di un quarto di secolo addietro perché un generale croato si avvelena respingendo la legittimità etica del tribunale internazionale che lo condanna. Assecondando la dolciastra favola corrente, gli italiani spalmano la “domenica calcistica” su quattro giorni e a novembre spasimano per il festival della canzone del febbraio venturo…, felicemente dimentichi della storia. Che perciò va ricordata, nella sua ruvidità.

Esattamente cent’anni orsono, il 3 dicembre 1917, si chiuse la conferenza di Versailles che insediò il Consiglio superiore interalleato contro gli Imperi Centrali. Era in corso la stagione più drammatica della Grande Guerra. Nel 1917 Francia e Gran Bretagna non erano avanzate di un metro. Travolto dalla rivoluzione, l’Impero di Russia era uscito di scena. Gli Stati Uniti d’America avevano, sì, dichiarato guerra a tedeschi e austro-ungarici, ma non avevano ancora messo in campo uomini e risorse in misura determinante. Nella conferenza il governo italiano ebbe parte modesta. Viveva col complesso della recente ritirata dall’Isonzo al Piave (24 ottobre-9 novembre), narrata come “rotta”, anzi quale “disfatta”, elevata a paradigma della fragilità dell’Italia per la gioia perpetua dei nemici dell’unificazione e persino dell’unità ideale e civile, esistente da quasi 2500 anni quando nel 1861 fu proclamato il regno d’Italia.

A Versailles l’Italia era rappresentata dal generale Luigi Cadorna, il 9 novembre sostituito al Comando Supremo da Armando Diaz per pressione degli alleati, decisi a declassare l’Italia a paese sull’orlo della catastrofe, parente povero in cerca di aiuti caritatevoli. Agli alleati la narrazione disfattistica di “Caporetto” fece comodo proprio nei termini in cui la battaglia è stata nuovamente raccontata (con poche eccezioni) da una dozzina di libri ripetitivi usciti in queste settimane: autoflagellazione di un Paese incline alle genuflessioni.

Alla conferenza di Versailles il maresciallo francese Ferdinand Foch (“Vous taisez! Vous apprenez!…” soleva ripetere agli interlocutori, come fossero scolaretti) vantò di aver ideato tutte le mosse dell’Esercito italiano. Fu ruvidamente confutato da Cadorna, che ricordò la verità: gli italiani combattevano da due anni e mezzo, così bene da costringere Vienna a chiedere il massiccio soccorso germanico, avevano subito una sconfitta (una sola, a differenza di Russia, Francia e Gran Bretagna, che inanellò una serie di errori catastrofici) e la combattevano con rinnovata tenacia.

Ma ancora una volta si allargò la crepa tra la piccola politica romana e le Forze Armate, fra narrazione e storia. Il governo di Roma, presieduto da Vittorio Emanuele Orlando, preferiva acquattarsi in una trincea di remissioni di fronte agli alleati e di arroganza dei “politici” verso la “macchina militare”. Nel 1918 il contrasto tra Diaz e Orlando superò quello tra Cadorna e Boselli.

Chiamato da Cadorna a Versailles, il colonnello Angelo Gatti, già addetto all’organizzazione della “memoria” del Comando Supremo, narrò in un “diario” (aumentato nel tempo) la sua missione in Francia tra il 15 dicembre 1917 e il 17 febbraio 1918: tre mesi di passione, vissuti nell’intento di rialzare il prestigio dell’Italia a cospetto delle macchinazioni degli alleati, accomunati nel disegno di sminuirne l’apporto alla guerra e alla vittoria. Mentre si batteva in quella trincea avanzata, l’ex Comandante Supremo era bersaglio di polemiche roventi, coperte dal fatto che la Camera si radunò anche in “comitato segreto”, fonte di pettegolezzi d’ogni genere. Il 16 gennaio 1918 Gatti annotò che in un mese dalla sua costituzione il Comitato aveva tenuto dieci sedute, parte inutili, parte inconcludenti. L’idea di una guida unitaria del conflitto era proprio italiana. L’aveva propugnata Gatti stesso in un discorso alla Scala di Milano il 31 dicembre 1916 ed era stata ribadita da Cadorna in vari colloqui e nei convegni a San Giovanni di Moriana. Risultato? Zero. Mentre i tedeschi stavano approntando un’altra poderosa offensiva, precorrendo l’intervento massiccio degli “americani”, ogni stato maggiore dei Paesi dell’Intesa si crogiolava nei propri piani. La “politica” si appassionava ai “Quattordici punti” enunciati dal presidente degli USA, Woodrow Wilson. Celebrato quale profeta della pace universale perpetua, questi in realtà sfruttava l’idea di una Società delle Nazioni per disfare il poco di Europa ancora esistente e candidare gli USA all’egemonia sul Vecchio Continente. La sera del 17 gennaio 1918 la delegazione italiana a Versailles ricevette il telegramma che chiamava Cadorna a rispondere della sua condotta dinnanzi alla Commissione d’Inchiesta sugli avvenimenti dall’Isonzo a Piave. Gli venne letto l’indomani. La sera del 18 confidò che avrebbe fatto come suo padre, Raffaele, quando apprese senza preavviso di essere stato “messo a riposo”, quasi “cacciato”. Nel settembre 1870 aveva comandato la spedizione per espugnare Roma dal millenario dominio temporale dei papi. Nel ventennio seguente si dedicò a riordinare carte e a scrivere un libro, mai pubblicato. Altrettanto avrebbe fatto lui.

In visita a Parigi il principe Paternò-Castello, vicepresidente del Senato, ricordò ai delegati il progetto verso l’Italia di Léon Gambetta, venerato dalla sinistra italiana come nume tutelare: “Soprattutto conservarvi il potere”. Per i francesi l’Italia era una propaggine dell’Impero di Carlo Magno, terra di conquista per Carlo d’Angiò, Carlo VIII, Francesco I, Luigi XIV, Napoleone I e Napoleone III… Solo l’autolesionismo da boudoir spinse gli italioti a ritenere che bastasse una contessa di Castiglione per condizionare la Ragion di Stato verso paesi considerati vassalli.

Il 31 gennaio Cadorna partecipò alla Conferenza interalleata. Nel Diario Gatti schizzò la tavolata, dominata dai ritratti del presidente francese Poincaré e di Vittorio Emanuele III, il “Re Soldato” morto ad Alessandria d’Egitto il 28 dicembre di 70 anni orsono e là sepolto. Da un lato i franco-inglesi Wilson, Robertson, Clemenceau, “grossa testa di cane”, Pichon, Foch, “blageur”, Pétain, Weygand. Dall’altro sir Douglas Haig, il ministro della Guerra Vittorio Afieri (“grasso, enorme” attento a schivare gli occhi di Cadorna, seduto al suo fianco), il ministro degli Esteri, Sonnino (“nessuno lo guarda, nessuno dice nulla” benché egli si sbracciasse), Orlando, sempre con la testa tra le mani (del resto non conosceva l’inglese e poco il francese), e due americani taciturni, Bliss e Pershing. Era il ritratto di “alleati” niente affatto “amici”, di politici e militari espressione di un mondo al crepuscolo.

Nell’Ottocento l’Europa aveva saputo dosare guerra e diplomazia, come ricorda Hubert Heyrès in “Italia 1866” (ed. il Mulino, meritatamente Premio Acqui Storia 2017). Dall’estate 1914 non seppe coniugare né armi né arti diplomatiche. La catastrofe, però, non fu solo la Guerra. Continuò con le “paci cartaginesi” di Versailles, Saint-Germain, Trianon, Sèvres, Neully: cerotti su un’Europa devastata da rivoluzioni, impoverimento materiale e immiserimento morale, niente affatto bilanciati da scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche; la peggiore catastrofe dopo il diluvio universale, secondo il premier britannico Lloyd George. In realtà il peggio doveva ancora venire.

E altro incombe nel centenario della Vittoria, giustamente evocata e riproposta dal sempre meditato e accurato Calendario Esercito 2018. Potrebbe essere la Terza Guerra Mondiale, non “a pezzi” (come dal discorso di Redipuglia ripete papa Francesco), ma concatenata a livello planetario e con ampio impiego degli ordigni 72 anni orsono usati dagli USA per piegare il Giappone. La Storia riparte proprio dall’Estremo Oriente, dove si era fermata? Forse è già tutto previsto. Accadrà quando “sarà sciolto Satana dal suo carcere, e uscirà per ingannare le genti poste ai quattro angoli della terra, Gog e Magog, alfine di radunarle per la guerra: il loro numero è come la sabbia del mare…” (Apocalisse, 20, 7-8).

 

Aldo A. Mola

Pubblicato in : EditorialeTag: 1861, anni, battaglia, canzone, centenario, cina, comandante, commissione, costituzione, dichiarato, discorso, espressione, europa, forze armate, francia, genova, governo, governo italiano, gran bretagna, grande guerra, guerra mondiale, incubo, isonzo, italia, mare

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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