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Cabine telefoniche, il piano “SMART” del comune di Milano si ferma: senza gara non c’è innovazione

Dovevano diventare stazioni digitali capaci di offrire servizi pubblici, informazioni, chiamate gratuite, ricariche per gli smartphone, pagamenti elettronici e strumenti di assistenza per le persone con disabilità. Per ora, invece, le 468 vecchie cabine telefoniche di Milano resteranno ciò che sono: strutture inutilizzate, spesso vandalizzate e trasformate in supporti per affissioni abusive.

di Luca Rampazzo | 28 Luglio 2026

Dovevano diventare stazioni digitali capaci di offrire servizi pubblici, informazioni, chiamate gratuite, ricariche per gli smartphone, pagamenti elettronici e strumenti di assistenza per le persone con disabilità. Per ora, invece, le 468 vecchie cabine telefoniche di Milano resteranno ciò che sono: strutture inutilizzate, spesso vandalizzate e trasformate in supporti per affissioni abusive.

A fermare il progetto concordato tra Comune di Milano e Tim, con il successivo coinvolgimento di Urban Vision per la gestione degli spazi pubblicitari, è stato il Consiglio di Stato. Il problema non riguarda l’utilità delle nuove postazioni, ma il modo in cui Palazzo Marino ha deciso di procedere. Secondo i giudici, l’operazione avrebbe dovuto essere preceduta da una gara aperta agli altri operatori del settore, perché le strutture sarebbero state installate sul suolo pubblico e finanziate attraverso i ricavi della pubblicità. Non si trattava, quindi, della semplice sostituzione di vecchie cabine telefoniche, ma dell’assegnazione di spazi economicamente rilevanti.

La questione era già stata sollevata dall’Antitrust. Nella segnalazione AS2154 del 12 marzo 2026, l’Autorità aveva riconosciuto l’interesse pubblico del progetto, ma aveva osservato che la funzione telefonica sarebbe stata soltanto secondaria rispetto a quella pubblicitaria. Proprio i ricavi derivanti dagli annunci avrebbero finanziato l’intera operazione. Affidare questa possibilità senza una procedura competitiva avrebbe prodotto una disparità nei confronti delle altre imprese attive nella pubblicità esterna.

La decisione non boccia l’innovazione e non impedisce di liberare Milano dalle vecchie cabine. Impone semplicemente al Comune di rispettare le regole della concorrenza. Se un bene pubblico viene utilizzato per svolgere un’attività economica, l’amministrazione non può scegliere direttamente chi debba beneficiarne, limitandosi a presentare l’accordo come un progetto tecnologico destinato alla città. Trasparenza e concorrenza non sono ostacoli burocratici: servono a ottenere condizioni migliori e a evitare vantaggi costruiti attraverso rapporti privilegiati con Palazzo Marino.

Resta intanto il problema del degrado. In luoghi centrali e frequentati anche dai turisti, da piazza Castello a largo Cairoli, sopravvivono strutture che non svolgono più alcuna funzione e che raccontano l’incapacità di affrontare persino le trasformazioni urbane più semplici. Le cabine dovevano essere rimosse o riconvertite da tempo. Il risultato è che Milano non ha né le vecchie postazioni funzionanti né le nuove stazioni digitali, ma conserva centinaia di relitti abbandonati sui marciapiedi.

Adesso Palazzo Marino dovrà predisporre una gara e definire con chiarezza servizi richiesti, utilizzo degli spazi pubblicitari, durata delle concessioni e obblighi di manutenzione. È la strada che avrebbe dovuto seguire fin dall’inizio. Il progetto può ancora essere realizzato, ma il ritardo prodotto da una procedura sbagliata ricadrà ancora una volta sulla città.

Milano non ha bisogno di annunci “smart” destinati a fermarsi davanti ai giudici. Ha bisogno di amministratori capaci di costruire progetti innovativi rispettando le regole, tutelando la concorrenza e garantendo risultati visibili. Anche perché, mentre Comune e operatori discutono nei tribunali, le cabine restano al loro posto e il degrado continua a pagarlo chi vive la città ogni giorno.

Luca Rampazzo

Pubblicato in : Editoriale

Info Luca Rampazzo

Luca Rampazzo, giornalista, laureato in giurisprudenza, è un imprenditore digitale, AD e cofounder di Leotech, libero professionista nel settore della comunicazione, copywrighter, commerciale e addetto stampa. Editorialista di “Milano Post” e “PensaLibero.it”. Nel tempo libero appassionato di politica e di cultura economica. Tutelato dal WWF in quanto liberista e conservatore, sogna un giorno di poter uscire dalla riserva in cui viene protetto in questo paese dove il liberismo viene trattato gratuitamente dal SSN.

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