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Burocrazia e inconcludenza
Questo digitale non s’ha da fare

di Davide Giacalone | 8 Giugno 2014

wwwL’Italia burocratica si mangia quella digitale. La digitalizzazione della pubblica amministrazione porterebbe servizi migliori e minori costi, ma, al contrario del confetto lassativo, non basta la parola, ci vuole capacità e conoscenza. Molti sono gli errori commessi: nel 2012 il governo Monti creò l’Agenzia per l’Italia digitale, che non ha mai funzionato, s’è trascinata fra adempimenti burocratici e mancanze amministrative, ha distrutto il lavoro fatto dall’Agenzia dell’innovazione e i tre centri di scambio con la Cina (chi scrive fu tra quanti ci avevano lavorato, con successo), e ora il governo Renzi nomina un commissario, che sostituisce il commissario di allora, bandendo una gara per stabilire chi dovrà guidarla. Tempo sprecato, soldi buttati, occasioni perse. La Commissione europea ci ha restituito il piano governativo (trasmesso nel dicembre scorso) per la larga banda, con 351 osservazioni. Altro che accedere ai fondi, e stiamo parlando di 3.6 miliardi, di cui la metà finanziata da soldi europei, con quella roba s’è toccato il fondo dell’approssimazione e della sconclusionatezza. Concentriamoci su quel che si può fare, che è meglio.

Per tutti i capitoli dell’anagrafe, dell’identità, della fatturazione elettronica, del fascicolo sanitario e delle ricette, non c’è il benché minimo ostacolo tecnico da affrontare. E’ tutto a portata di mano. Va solo demolito il muro delle norme contraddittorie, degli adempimenti ultronei e, prima di tutto, degli egoismi e delle miopie delle singole amministrazioni. Dietro queste ultime si nascondo, spesso, investimenti consistenti per l’acquisto di baracche inutili, o comunque inutilizzate. Superiamo anche questo problema, altrimenti per coprire uno spreco se ne fanno altri. Il modo in cui procedere è già stato sperimentato con un servizio, che quando esisté si chiamò “Vivifacile”: il cittadino entra, si identifica e da lì in poi fa quello che gli serve. Funzionò poco, per le ragioni ricordate, ma dove funzionò, per esempio accedendo ai servizi della motorizzazione civile, lo fece egregiamente. Piuttosto che aggiornare quel che era rimasto indietro si chiuse quel che era andato avanti.

Nei settori della scuola e della giustizia si può fare la rivoluzione risparmiando. Alcune regioni hanno finanziato l’acquisto di terminali per scuole e studenti, soldi spesi in ferraglia inutile, se non si passa velocemente alla didattica digitale. Imponente quel che si fece per la digitalizzazione dei fascicoli alla cancelleria del giudice indagini preliminari, presso il tribunale di Roma (il più grande, il più complesso, eppure funzionava). Ciò non solo porta efficienza e risparmi, ma fa crescere i nostri innovatori e programmatori, i cui prodotti non hanno nulla da invidiare a quelli migliori nel mondo. Salvo il mercato interno, che da noi è asfittico. Ne abbiamo parlato altre volte.

Apple annuncia il prossimo lancio di applicazioni per la salute e la sicurezza. Sono tutte cose che potremmo fare in casa nostra, risparmiando e consentendo una vita migliore ai malati (si pensi a diabetici e cardiopatici), affrancandoli dal bisogno ripetuto di correre per falsi allarmi, o, all’opposto, di andare all’altro mondo per trascuratezza. Sono cose che si fanno con poco, se si sa dove mettere le mani. E sono cose che producono ricchezza, se si lavora su modelli replicabili ed esportabili.

Il governo ha fatto bene ad azzerare la mal nata Agenzia digitale, ma non basta demolire, si deve sapere costruire. E si deve essere capaci di ripartire dalle cose buone già fatte. Spesso, invece, è proprio l’ignoranza, frammista all’arroganza, a far credere che nulla di buono possa e debba essere salvato. Fa rabbia ricordare che è italiana l’ideazione del personal computer ed è italiano il sistema di compressione (MP3) che rende possibili molti servizi e contenuti che portiamo in tasca. E fa ancora più rabbia vedere come una burocrazia ottusa (quando va bene) consenta a produttori multinazionali di scaricare nella penisola i propri avanzi di magazzino, facendoseli pagare (ad esempio le Lim, lavagne interattive multimediali). Ci vuol niente a rialzare la testa e riprendere a correre, ma quel niente parte dall’esatto opposto di quel che si è fatto: la baraccopoli burocratica va smantellata, non ampliata.
Davide Giacalone (terzarepubblica.it)

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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