
Il medico della mutua ha iniziato a crollare quando si è deciso che un solo professionista potesse seguire più pazienti di quanti ne consenta il buon senso. È un errore antico già raccontato da Sordi negli anni settanta, quando la corsa al paziente trasformava la medicina in semplice amministrazione di ricette, analisi e raggi. Già allora comparivano visite private suggerite con troppa disinvoltura, mentre la politica distribuiva farmaci per ottenere consenso. In molte case c’erano più pillole che farine e la diagnostica avanzava alimentando una medicina mediocre, sempre più veloce e sempre meno profonda. Oggi quella stagione sembra quasi un’età dell’oro. Le cosiddette case di comunità lo dimostrano. Ne abbiamo finanziate più di milleseicento spinte dal timore di perdere i fondi PNRR, ma a distanza di anni funziona solo una manciata di strutture. Quelle operative in modo corretto sono poco più del tre per cento. Il resto è un contenitore senza identità riempito con i medici di base già esistenti. Il risultato è che non c’è alcun miglioramento e il servizio tratta i pazienti come un flusso indistinto. La dignità sanitaria si perde in queste cattedrali nel deserto. La classe dirigente ha permesso tutto questo per incapacità, per interessi o forse per la vecchia mania italiana di inaugurare senza costruire davvero. Così le prime pietre diventano le lapidi di progetti mai nati. E mentre ci avviciniamo alle elezioni tutto torna promessa, visione miracolistica di una sanità che ti bussa alla porta ogni mattina per misurarti la pressione, mentre nella realtà i cittadini faticano persino a trovare un medico disponibile. Per questo con trentasette di febbre molti corrono al pronto soccorso. In un’azienda privata un servizio che non funziona viene chiuso, è così semplice. Lo stesso dovrebbe accadere con le case di comunità benedette da Bruxelles. Con le risorse risparmiate si potrebbero finalmente raddoppiare i compensi dei medici di base, fissare un limite reale di mille pazienti ciascuno e smettere di andare a caccia di professionisti in mezzo mondo per alimentare cooperative che sono ormai le vere registe delle ASL.
Ci raccontano che mancano i medici, ma è una bugia comoda. Un progetto serio sarebbe possibile subito se il governo non fosse assorbito dal conteggio di armi e bilanci strategici e se l’Italia avesse il coraggio di rimettere ordine nella propria sanità invece di seguire ciecamente una Bruxelles che ha contribuito solo al suo progressivo indebolimento.
Angelo Santoro

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