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Una brutta (ma inevitabile) fiducia partorisce una legge “usa e getta” che farà male a chi l’ha voluta e lascerà il paese senza governo

di Enrico Cisnetto | 16 Ottobre 2017

È una fiducia mal posta e malriposta quella che il governo ha chiesto e la Camera ha dato alla quinta legge elettorale degli ultimi venticinque anni? A parte ogni (inutile) commento sul ritmo di una diversa normativa ogni legislatura, vero e proprio record mondiale, la risposta è affermativa per entrambi i quesiti. Con una differenza sostanziale: mentre la scelta di mettere la fiducia è contestabile ma comprensibile, quella di votare un simile pasticcio, che non consente agli elettori né di selezionare i propri rappresentati né di determinare la vittoria di qualcuno, non trova scusante alcuna. Neppure quella del cinico egoismo, perché sarà un suicidio collettivo.

Già, non ci sarà alcun vincitore alla prossime elezioni, e la nuova legge elettorale non solo non servirà ad impedirlo, ma favorirà l’impasse. Tanto che siamo pronti a scommettere che la Rosati “usa e getta” servirà una volta sola, poi nella prossima legislatura – che si preannuncia breve, o addirittura brevissima – saranno costretti a cambiarla, rafforzando così la nostra posizione nel guinness dei primati. Mixare il sistema proporzionale, che incentiva le identità, con quello maggioritario uninominale, che viceversa incoraggia e facilita le aggregazioni, finisce col favorire la confusione perché complica la possibilità di formare governi di coalizione, salvo non ricorrere a piene mani al trasformismo. Infatti, è assai improbabile, per non dire impossibile, che nell’attuale tripolarismo le aggregazioni che si realizzeranno in sede elettorale per la quota uninominale esprimano un vincitore, e dunque dopo le elezioni si sarà costretti, salvo non tornare subito alle urne, a lavorare a coalizioni diverse, che meglio si sarebbero potute formare se ci fosse stata una scelta netta a favore del proporzionale o del maggioritario. In tutti i casi gli esclusi saranno legittimati a gridare che le scelte degli elettori vengono tradite. Con ciò alimentando il circolo vizioso – in funzione da un quarto di secolo con crescenti risultati – dell’anti-politica.

Dunque, sarebbe meglio andare alle urne con quell’inguardabile accrocchio di due mozziconi di leggi chirurgicamente emendate dalla Corte Costituzionale chiamato “consultellum”? Certamente no. Intervenire era doveroso, come ha chiesto a più riprese il Capo dello Stato, sia per ripristinare il ruolo del Parlamento, cui spetta decidere con quale sistema si debba votare, sia per evitare una abissale differenza tra le modalità di voto di Camera e Senato, che rende assai probabile la formazione di maggioranze diverse tra un’aula e l’altra. Questo, però, non vuol dire che ci si debba accontentare di una legge purchessia. Purtroppo, il Parlamento non è stato capace di approfittare della (giusta) scelta del governo Gentiloni di chiamarsi fuori, lasciandogli campo libero. Prima ha cincischiato, poi ha abortito una brutta copia del sistema tedesco (che comunque sarebbe stato meno peggio di questo) e alla fine si è fatto imporre il voto di fiducia, messo non solo per evitare la guerriglia parlamentare dei 5stelle e di Bersani cui si sarebbe aggiunto il fuoco amico dei franchi tiratori – con 140 emendamenti sottoposti a scrutinio segreto i tempi sarebbero stati eterni e il logoramento politico sicuro – ma anche e soprattutto per tenere al riparo la legge di stabilità, ultimo e decisivo atto della legislatura. Certo che sarebbe stato meglio evitare il voto di fiducia, ma la responsabilità di questo atto inopportuno va data all’ignavia del parlamento e non all’arroganza del governo. Gentiloni ne avrebbe fatto molto volentieri a meno, ma ci è stato costretto. E comunque non è certo al presidente del Consiglio che va ricondotta la responsabilità del merito di questa pessima legge. Insomma, una mediocre pagina parlamentare mette il suggello ad una pessima legge, che procurerà più guai a chi l’ha partorita di quanto ne farà a coloro che ne sono l’obiettivo.

La verità è che la politica e il sistema mediatico sono talmente alcolizzati di populismo che da tempo hanno smarrito il raziocinio quando si parla di questi temi. Per esempio, tutti reclamano un sistema elettorale che la sera del voto consacri un vincitore. Ma nessuno dice che c’è differenza tra governo e governabilità. Una legge che preveda un forte premio di maggioranza può sì assicurare che si faccia un governo, e subito, ma è altamente probabile, per non dire sicuro, che quel governo non esprimerà governabilità, perché il suo livello di consenso, e dunque il grado di rappresentanza del Paese, è troppo limitato, tant’è vero che ci è voluto un potente additivo per consentirgli di raggiungere una maggioranza che altrimenti non avrebbe avuto. E dovrebbe essere ovvio che avere un governo incapace di esprimere governabilità non serve a nessuno, tranne alla nomenclatura che ne godrà i benefici. E che, anzi, la frustrazione procurata ai cittadini dall’impotenza mostrata da chi è andato al governo finirà per procurare al Paese nuove dosi di anti-politica, alimentando quel circuito perverso che aveva portato al fatto che nessuno avesse voti sufficienti e che nessuna coalizione fosse stata costruita per tempo.

Con la legge Rosato non si è avuto il coraggio di scegliere un additivo così potente da mettere comunque in condizione qualcuno di poter essere vincitore, ma neppure di optare fino in fondo per una modalità proporzionale – pur temperata, come quella in uso in Germania con innegabili risultati – che riconsegna con piena legittimità al Parlamento il compito di formare una maggioranza post elettorale, senza la pretesa – peraltro anti-costituzionale, anche se non è mai stata censurata come tale – di far indicare il nome del candidato premier sulla scheda illudendo l’elettore che lo sta scegliendo direttamente. L’inedita maggioranza Pd, Forza Italia e Lega ha creduto di costruire la ghigliottina per tagliare la testa al fantasma che li ossessiona, quello dei grillini che gli portano via Palazzo Chigi. Ma non è certo truccando i meccanismi che regolano la formazione della rappresentanza che si esorcizza quel fantasma. Anzi.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : #Pensalibero24Tag: anni, bersani, capo dello stato, consenso, corte costituzionale, egoismo, elezioni, germania, governo, italia, lega, legge elettorale, legislatura, merito, nomenclatura, nuova legge, palazzo chigi, parlamento, pd, presidente del consiglio, sistema elettorale, sistema proporzionale, uninominale, usa, voto di fiducia

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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