
di Alessandro Merli*
A poco più di un mese dal primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane del 4 ottobre, tutti gli ultimi sondaggi, con piccolissime variazioni, confermano la polarizzazione dell’elettorato di fronte ai due principali contendenti: da un lato, il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva, alla ricerca del quarto mandato (non consecutivo); dall’altro, il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni per il suo ruolo nella sommossa a Brasilia che tentò di impedire l’insediamento di Lula.
Secondo l’indagine più recente, condotta da AtlasInvest/Bloomberg, Lula sarebbe in vantaggio, 47,2% a 42,6%, in un ipotetico secondo turno e 43 a 33 nel primo, in cui peraltro gli altri candidati sono in cifra singola o addirittura sotto il 5%. Curiosamente, è emerso nell’ultimo sondaggio, dopo alcuni dibattiti televisivi, con il 7,8% delle preferenze al primo turno, lo psichiatra e scrittore Augusto Cury, sostenitore di tesi eclettiche come l’uso di droni per prevenire la violenza sulle donne, l’impiego di influencer per promuovere internazionalmente il Brasile e trasformarlo nel “supermercato del mondo”, oltre a una vasta riorganizzazione della pubblica amministrazione e della sanità grazie all’intelligenza artificiale.
La repentina ascesa di Cury – si vedrà quanto duratura – è legata all’altro elemento che spicca nelle inchieste dei sondaggisti, cioè l’altissimo tasso di rigetto dell’elettorato verso i due contendenti principali: oltre il 50% quello di Lula, addirittura al 57% quello di Bolsonaro junior, peraltro coinvolto recentemente anche in una polemica sulla sua candidatura da parte della terza moglie del padre, Michelle Bolsonaro, oltre a una vicenda poco chiara di fondi per un film apologetico su Bolsonaro senior. Sul fronte delle inchieste giudiziarie, il colpo più duro ha dovuto incassarlo Lula, dopo che ben tre procedimenti sono stati aperti sulla possibilità che il figlio Fabio, detto “Lulinha”, possa aver esercitato un’influenza indebita su una serie di contratti per la sanità pubblica. Coinvolto anche l’ex capo di gabinetto del presidente, Marco Aurélio Santana Ribeiro. Per ora, il caso Lulinha ha avuto un impatto marginale sull’elettorato, ma offre all’opposizione una carta potenzialmente importante contro Lula nelle prossime settimane, se le accuse dovessero sfociare in un’incriminazione.
La spaccatura dell’elettorato fa temere ad alcuni osservatori la possibilità che il perdente rifiuti di accettare il risultato del voto, come è avvenuto, con gravi conseguenze, alle presidenziali precedenti dopo la sconfitta di Bolsonaro. Per molti brasiliani che non fanno parte dello zoccolo duro dei due candidati la motivazione di voto sembra essere “Chiunque purché non Lula” oppure “Chiunque purché non Bolsonaro”. Un elemento che non può non pesare è il fatto che la sinistra non abbia presentato un candidato diverso dall’oggi ottantenne Lula dal 1994 (salvo nelle tornate in cui gli era impedito legalmente di presentarsi) e che la destra abbia candidato per tre volte un Bolsonaro dal 2018.
Le tensioni con Washington
L’affare Lulinha mette a repentaglio la tendenza emersa brevemente nel corso dell’estate, quando i sondaggi hanno rilevato che per la prima volta dalla fine del 2024 il tasso di approvazione di Lula fra gli intervistati superava quello di disapprovazione, tendenza stoppata dalle ultime rilevazioni. La ripresa di consensi del presidente appariva dettata in parte dalla risposta ferma del governo di Brasilia alle interferenze dell’amministrazione Trump, con l’uso strumentale dei dazi a carico dell’export brasiliano verso gli Stati Uniti, prima per cercare di influenzare il processo contro Bolsonaro senior, poi con l’inclusione di due potenti bande di narcotraffico brasiliane nella designazione di “organizzazioni terroriste straniere” – il che comporta il blocco dell’attività con gli USA di tutte le istituzioni finanziarie attraverso cui passano le loro transazioni. La misura, che si è intrecciata con l’annuncio dei dazi al 25% sull’import statunitense dal Brasile, appare dettata soprattutto dalla volontà di mettere fuori gioco Pix, il sistema di pagamenti creato dalla Banca centrale del Brasile, largamente usato dalla popolazione e che si sta allargando anche all’estero, con possibile danno ai concorrenti statunitensi.
Peraltro, i nuovi dazi escludono alcune delle voci più importanti dell’export brasiliano verso il Paese nordamericano, fra cui la carne bovina, il caffè, il succo d’arancia, i metalli, l’energia e la frutta tropicale. L’annuncio, quindi, è in gran parte svuotato di contenuti, in quanto le ampie esenzioni sono motivate dal tentativo di evitare che l’aumento dei prezzi di questi prodotti importati si ripercuota sull’inflazione negli USA. Curiosamente, il Brasile, uno dei Paesi sempre nel mirino dei dazi trumpiani, ha accusato nei confronti degli Stati Uniti un deficit della bilancia nello scambio di beni nel 2025 pari a 14,4 miliardi dollari, il doppio dell’anno precedente. Il saldo, dello stesso segno, si sta riconfermando anche nel 2026. Il che conferma che le motivazioni della Casa Bianca non abbiano nulla a che vedere con il commercio bilaterale, ma siano tutte politiche.
L’economia
L’altro fattore che aveva spinto il recupero di popolarità di Lula è la ripresa dell’economia. La crescita del PIL reale, che nell’aprile scorso il Fondo monetario internazionale collocava all’1,9% nel 2026 e al 2% nel 2027, è stata portata nelle previsioni di luglio rispettivamente al 2,4% e al 2,2%. Se per l’anno in corso, come sostiene l’FMI, un fattore importante è stato la sorpresa positiva nell’andamento del primo trimestre dovuta all’ottima campagna agricola, non c’è dubbio che la crescita goda anche di una forte spinta dalla politica di bilancio. La banca centrale, che ha tagliato i tassi d’interesse due volte in primavera, potrebbe però essere costretta a invertire la marcia anche alla luce del rialzo dell’inflazione, oggi sopra al 4% (l’FMI prevede che l’obiettivo del 3% verrà raggiunto solo a metà 2028), e del peggioramento delle condizioni finanziarie internazionali. I mercati scontano già ora nella curva dei tassi una restrizione monetaria nei prossimi mesi.
Lo stesso FMI, la cui abituale missione, capeggiata da Daniel Leigh, è stata in Brasile a maggio per incontri con le autorità, ammette che i rischi delle previsioni sono al ribasso a causa delle tensioni geopolitiche e dell’irrigidimento delle condizioni finanziarie. Quanto alle prime, il Brasile, essendo un Paese produttore ed esportatore di petrolio, beneficia dei rialzi di prezzo causati dalla guerra in Medio Oriente, ma risente anche dell’impatto inflattivo su fertilizzanti, energia e generi alimentari. L’altro elemento del quadro internazionale con potenziale impatto sul Brasile è il rallentamento dell’economia cinese, oggi principale partner commerciale del Paese sudamericano – l’export verso la Cina nel primo semestre 2026 ha toccato i 58 miliardi di dollari, più del triplo di quello verso gli USA.
Ma “sono meno preoccupato di quello che succede a Pechino che di quello che succede a Brasilia”, sostiene Carlos Braga, economista della Fondazione Dom Cabral ed ex alto dirigente della Banca mondiale. Nel mirino degli economisti e degli osservatori di mercato c’è infatti soprattutto la politica fiscale del governo Lula, che, secondo l’opposizione e alcuni commentatori indipendenti, ha adottato misure comparabili a quelle che portarono all’impeachment della “delfina” di Lula, Dilma Rousseff. Si tratta delle cosiddette pedaladas fiscais, manovre di dubbia legalità dal punto di vista contabile.
Il deficit pubblico è oggi attorno all’8,5% e il debito ha superato l’80% del prodotto interno lordo. Secondo un’analisi della banca d’investimento BTG, la spesa primaria del governo centrale è aumentata del 14% in termini reali nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e produrrà un impulso alla domanda interna dell’1%. Lo specialista di finanza pubblica Marcos Mendes, dell’istituto di ricerca Insper, citato dal Brazil Journal, ha calcolato che il governo ha recentemente approvato più di una ventina di misure di grande appeal elettorale e con enormi costi per il bilancio pubblico. La maggior parte di queste spese non rientra nel calcolo del deficit primario, ma avrà un impatto sul debito pubblico (il cui costo tra l’altro andrà ad aumentare per effetto del rialzo dei tassi). All’aumento della spesa federale va sommata quella di Stati e amministrazioni locali. “La politica di bilancio – ha detto Braga in un’intervista – è sempre espansiva in anno elettorale, ma dovrà essere rivista dopo le elezioni. Chiunque venga eletto dovrà spingere sul freno della politica fiscale”. Diversi economisti sono scettici che chiunque venga eletto sia disponibile a farlo.
È in questo contesto a più facce, dunque, che il Brasile, spaccato a metà, si prepara a votare alle elezioni del 4 ottobre. E lo fa turandosi il naso.
Alessandro Merli
*Istituto Ispi

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