Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, è tornato a richiamare l’attenzione e generare nuovamente una polemica dopo che in comunicato ufficiale, ha chiesto che tutte le caserme tornassero a festeggiare il 31 marzo del 1964”, giornata che ha segnato il possesso del potere da parte dei militari, nel colpo di stato che ha lasciato il Brasile in una dittatura lunga 20anni.
Al momento del comunicato ai gruppi militari, il portavoce del governo, generale Otávio Rêgo Barros, ha confermato che la presidenza non vede il ‘64 come un “colpo di stato”, ma bensì come una rivoluzione che ha coinvolto la popolazione e le forze armate.
Il Generale Barros, il portavoce del Governo, ribadisce che la presidenza non considera il 31 marzo 1964 come un colpo di stato militare bensì l’unione del paese tra civili e militari, visto il rischio di un governo comunista che in quel momento avrebbe potuto recare solo danni al paese e non avrebbe portato beneficio alcuno al popolo. Prosegue il portavoce che all’epoca il timore a livello politico nazionale era quello di una invasione comunista nel Brasile e tutto questo è confermato al momento in cui l’eletto Presidente Jânio Quadro rinunciò alla carica e Jango, politico militante del centro sinistra(ed il tempo ha confermato questa sua tendenza politica) prese il potere al suo posto.
Tutto ciò è confermato dal professore Théo Freire, plurilaureato e specializzato della storia brasiliana, che usa questo nome per timore di rappresaglie e minacce di morte da parte della milizia e della criminalità organizzata. Aggiunge inoltre che il sentimento anticomunista fu avvallato dagli Stati Uniti per il controllo territoriale del paese, tuttavia secondo il parere dello storico, in quel periodo non esisteva una possibilità reale di una scalata al potere, come è successo invece nella rivoluzione di Cuba.
I crimini e suoi responsabili.
Ormai è di dominio pubblico nella nazione che erano innumerevoli i tipi di torture fatte dalla polizia specializzata (DOICODI e DOPS). Per ottenere maggiori informazioni, le suddette milizie, usavano torturare anche i figli dei prigionieri. Un esempio viene dalla Signora Ilda Martins, 67 anni, moglie di un militante politico, che mai aveva partecipato a nessun atto di resistenza in tutta la vita.
Nonostante questo, dopo l’arresto del marito, fu portata in galera insieme ai suoi 4 figli e rimase carcerata per nove mesi. Riconquistò la libertà solo quando riuscì a scappare dal Brasile. Ecco la sua testimonianza.
“Io all’epoca ero casalinga con 4 figli e chi combatteva era mio marito. Ricordo che il 29 settembre del 1966 hanno arrestato mio marito ed il giorno dopo arrestarono me e i ragazzi.
Ricordo delle torture subite, in maniera particolare la “palmatória” (uno strumento chiodato che si batte sulla mano fino a farla sanguinare) e continuavano a ripetere queste parole: “questa mano non toccherà mai più i tuoi bambini”, ed io piangevo. La prigionia durò nove mesi, di cui 4 completamente isolata pur non facendo parte di nessun movimento politico e per questo ritengo tale situazione più come un sequestro che non una detenzione. Io volevo solo avere notizie su mio marito. Lui è morto, lo hanno sepolto come uno sconosciuto e non ho mai avuto l’opportunità di seppellirlo”.
I responsabili non sono mai andati in galera e non sono mai stati nemmeno puniti. La legge della Amnistia, firmata nel 1979 nel corso del regime, fu promulgata per riportare gli esiliati e liberare i prigionieri politici di quell’epoca. Inoltre la legge impedì l’investigazione contro i militari per crimini contro l’umanità. La suddetta legge comprendeva anche una amnistia che aveva come obiettivo evitare il processo e l’incriminazione per un regime dittatoriale. Tuttavia i responsabili oggi potrebbero essere giudicati dal tribunale penale internazionale, dell’ Aia, vista la gravità dei fatti.
Nell’area psichiatrica.
Oltre le ferite lasciate dal piombo, ancora oggi, uno dei danni peggiori è quello psicologico. Per il ricercatore e psicologo della UNIFAE, Caio Nicollela, consultato in esclusiva per il PENSALIBERO, l’azione dei torturatori potrebbe aver lasciato un trauma troppo grande in queste persone che con l’aggravante del discorso pronunciato dal presidente facilmente potrebbe far tornare alle persone interessate traumi mai superati. Sono stati classificati in questa epoca circa 200 tipi di torture.
In questi anni di piombo molti capi politici sono stati in galera o sono stati classificati come pazzi e rinchiusi nei manicomi, dove subivano torture (fisiche e mentali) e principalmente elettroshock. Per il ricercatore, la pazzia era soltanto una copertura imposta dallo stato autoritario nonostante non ci fossero i presupposti per dichiarare questi prigionieri effettivamente pazzi.
Anche secondo il libro “Cativeiro sem fim” (cattività senza fine), di Eduardo Reina, innumerevoli bambini sono stati torturati davanti ai propri genitori, e viceversa. Un’altra testimonianza riportata in un’intervista al portale G1, Iracema Araujo ha raccontato gli orrori che ha sofferto quando aveva 11 anni e fu portata via con la sua mamma dai militari. Nell’intervista ha detto di essere stata molestata mentre stava nel DOPS.
Ho chiesto a Caio Nicolella quali potessero essere i danni a livello psicologico e secondo lui queste situazioni e le varie torture subite possono aver generato perdite di memoria, problemi relazionali e il non integrarsi completamente nella vita sociale.
Il richiamo dell’ONU e la risposta del governo.
Il relatore speciale della ONU su Promozione della Verità, Giustizia, Riparazione e Garanzie di Non Ripetizione, l’argentino Fabian Salvioli ha classificato la richiesta di Bolsonaro di festeggiare il 31 marzo come “miserabile” e ha accusato il governo di ricercare nella storia del passato una giustificazione per crimini contro l’umanità.
“Festeggiare la ricorrenza di un sistema che ha portato tanta sofferenza alla popolazione brasiliana è immorale e inaccettabile in una società basata sullo Stato Democratico di Diritto. Le autorità hanno l’obbligo di garantire che non si possa mai dimenticare questo orribile crimine, né che venga distorto o lasciato impunito”.
In un telegramma il governo brasiliano ha risposto all’ONU. Ha definito il discorso di Salvioli di “senza fondamento” e ha alzato i toni sottolineando che la commissione deve rispettare le questioni interne di ogni nazione.
“Il governo difende il diritto alla libertà di espressione e di pensiero e sostiene il dibattito pubblico sugli eventi successi nel periodo dal 1964 al 1985 in Brasile. In questo contesto il presidente Bolsonaro è convinto dell’importanza di mettere in evidenza la data del 31 marzo 1964” e torna a ribadire che il colpo di stato del 64 venne effettuato per soffocare il tentativo della scalata al potere del comunismo, fatto peraltro già smentito –per gli storici della materia.
“Il presidente ha riaffermato in varie occasioni che non c’è stato un colpo di Stato, ma un movimento politico legittimo che contava sull’appoggio della Camera e del potere giudiziario, così come la maggioranza della popolazione. Le principali agenzie di notizie nazionali dell’epoca hanno richiesto una intervento militare per affrontare la minaccia comunista nel paese.
Oggi, dopo 34 anni di democratizzazione, il governo chiude gli occhi per 435 decessi/scomparsi, 20 mila torturati e 50 mila prigionieri. Un saldo negativo che ha segnato con il sangue la storia del Brasile.
Enio Ricanelo (dal Brasile per Pensalibero)

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