Piccoli borghi antichi.
“Dilaga l’elogio dei piccoli borghi…”. Un dodecasillabo. Misera cosa nel bicentenario dell’ “Ermo colle” dell’inarrivabile Giacomo Leopardi. Non è un verso di Giovanni Pascoli (1855-1912), latinista, dantista e poeta, che dalle elementari alla vecchiezza ci ha inflitto i “crì crì” e l’“ora di Barga” e le tante “turbe” che gli venivano dai luttuosi ricordi di casa e dall’assillante sorella “Mariù”. Non è neppure un verso di Guido Gozzano (1883-1916: chi ne ricorda le “buone cose di pessimo gusto”?) e nemmanco del crepuscolare Sergio Corazzini (1886-1907). È un dodecasillabo pubblicitario. Invita a investirvi risparmi e senilità perché lì “la vita l’è bela”. Come anche nei “cuori antichi”delle “grandi città” (una volta i quartieri storici o “ vecchi”). Ma le città hanno ancora un cuore? O sono solo un guazzabuglio di “borghi” reciprocamente ostili, di fortilizi trincerati da accessi a ore e a pedaggi sempre più elevati?
La modernità precipita riporta a un nuovo Medioevo. E bisogna contentarsene. Peggio sarebbe un passo ancor più all’indietro, nella Roma che Nerone (si narra) mise a fuoco per farla più bella. Per ora nessuno propone soluzioni così estreme. Anzi, appunto, statistiche della “vivibilità” alla mano, nella predilezione degli italiani trionfano i piccoli borghi: impenetrabili, senza parcheggi, sequenze di piazzette e di stradine umide, dai saliscendi impraticabili per gli anziani che non avevano previsto artrosi e fitte gottose. Fughe di lugubri finestre mai raggiunte da un raggio di luce, da occludere con tende pesanti per ripararsi dall’indiscrezione dei dirimpettai e per non doverli osservare né sentirne le voci. Ma oggi non è solo l’Italia a crogiolarsi nel mito microborghigiano, nella nostalgia della contrada, nella ricorrente esaltazione onirica del “piccolo è bello”(asserzione del tutto opinabile secondo i Carmina Burana).
Elettori, eletti, istituzioni. La nascita di una grande dirigenza
L’Italia è sintesi di innumerevoli “piccole patrie” anche per Giosue Carducci: una persona seria che insegnò “eloquenza italiana” all’Università di Bologna e nel 1879 di punto in bianco dichiarò di preferire gli studi di statistica alla poesia, perché l’Italia aveva – e ha – bisogno di “fatti” non di “versi” né di “versacci”. È l’Italia delle “cento città”, cioè dei quasi altrettanti capoluoghi di province, ciascuna comprendente circondari e distretti, una miriade di cittadine, comunelli e, appunto, di borghi sparsi.
Un tempo, diciamo quasi due secoli fa (che poi vuol dire appena sette od otto generazioni, uno spazio temporale modesto), città, comuni e borghi erano governati da “intendenti” nominati dal sovrano. Dal 1848 nel regno di Sardegna con lo Statuto Albertino e dal 1861 in quello d’Italia i cittadini elessero i loro amministratori comunali, provinciali e i componenti della Camera dei deputati. Il Re rimase re. Nominò i membri del Senato, vitalizi: scudo della monarchia. La Camera dei deputati, invece, fu elettiva. Rappresentava i cittadini, non tutti i regnicoli ma quelli con diritto di voto, in forza di norme elaborate da tre geni superiori quali Cesare Balbo, Camillo Cavour e Luigi des Ambrois de Névache.
Qual era il senso della legge elettorale? Avvicinare gli elettori alle istituzioni.
Era un esperimento. Eleggere significava conoscere il rappresentante, accettarlo, rifiutarlo. I candidati si combattevano. Con tutti i mezzi possibili, perché i bravi volevano primeggiare sui migliori e questi sugli insuperabili. Era una gara tra “pezzi da novanta”, che in pochi decenni formò una classe politica di livello eccezionale, un miracolo, studiato a fondo dai fondatori della “teoria delle élites” che ebbe tra i suoi campioni Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels. La classe dirigente della Terza Italia risultò uno straordinario impasto di aristocratici, grandi, medi e piccoli borghesi e di una folla di “umili genere nati” ascesi a posizioni eminenti. Per un secolo in Italia funzionò un ascensore sociali senza precedenti se non all’interno della Chiesa, che da secoli vedeva l’alternanza di principi e di plebei accomunati dalla Missione. Ma lì interveniva (allora come oggi) il Creator Spiritus. Le gare politiche, invece, erano dominate dall’intreccio di ambizioni personali e di senso della “cosa pubblica”: un garbuglio apparentemente indistricabile, che di fatto era la linfa vitale dello Stato nazionale, antico e giovane a un sol tempo.
Per comprendere la straordinaria vitalità della Nuova Italia non vi è nulla di più istruttivo che ripercorrere gli esiti delle elezioni. Nel 1897-1898, cinquantenario dello Statuto, vennero pubblicati i primi grandi repertori statistici. Di lì a poco il geniale Leone Caetani – islamista insigne (ancorché la sua famiglia avesse dato papi al Soglio di Pietro) e marito di una Colonna – impostò il primo dizionario biografico degli italiani.
Un seggio, un collegio: il sistema uninominale
Il “segreto” dell’unificazione al calor bianco della nazione antica nello Stato nuovo era uno solo: la libera scelta dei rappresentanti alla Camera dei deputati. Dal 1866 i seggi in palio erano 508 e tali rimasero sino alle votazioni del 1913. Si susseguirono tre leggi elettorali e il corpo dei votanti passò da 600.000 a quasi 8 milioni, ma il rapporto fra territorio e Aula rimase il medesimo: ogni deputato era eletto in un collegio uninominale, a doppio turno se nella prima elezione nessuno raggiungeva il quorum previsto dalla legge. Semplicissimo. Funzionò benissimo. Rimane non esempio ma modello, da ripristinare. Gli aspiranti all’elezione non avevano bisogno di “presentatori”. Inizialmente la legge non prevedeva neppure candidature da parte degli eligendi. Fu il caso del popolarissimo teologo Vincenzo Gioberti, trionfatore in parecchi collegi senza essersi proposto in alcun modo. Per essere eletti a volte bastava una manciata di voti. Rimane celebre il caso di Giuseppe Garibaldi, eletto deputato alla prima legislatura della Camera subalpina il 1 ottobre 1848, in seconda votazione, nel collegio di Cicagna: 18 voti su 63 elettori.
Elezioni vergognose, ma libere
Naturalmente il sistema si prestava a contese e a brogli d’ogni genere, ampiamente attestati dalle cronache e dalla storiografia, perché anche all’epoca talvolta la prosa aveva la meglio sulla poesia. I seggi erano allestiti in luoghi controllati dai sindaci e dai notabili. Si votava negli orari comodi per i presidenti di seggio e i loro assistenti, con tutte le possibili manipolazioni. Le schede erano foglietti alla mercé degli scrutatori e le urne non erano invulnerabili. Spesso lo spoglio avveniva alla chetichella, con esclusione di rappresentanti dei candidati d’opposizione. La proclamazione del vincitore era improvvisata, soggetta a contestazione solo se lo sconfitto aveva l’animo di opporsi. Nel trattato su “Il diritto di voto: storia, dottrina, funzioni” pubblicato nel 1911, mentre Giolitti varava il suffragio universale maschile, Antonio Casertano, futuro presidente della Camera dei deputati, scrisse ruvidamente: “Nessuno che sia in buona fede può negare che le elezioni da noi procedano in maniera vergognosa, onde il più delle volte l’eletto diventa l’espressione della violenza o d’intrigo”.
Però le cose non migliorarono affatto quando i collegi uninominali furono sostituiti con soli 54 collegi e con il il riparto proporzionale dei seggi sulla base dei voti ottenutivi dai partiti. Lo ha ricordato Marco Follini nel convegno organizzato il 14 dicembre all’Accademia dei Concordi di Rovigo da Gianpaolo Romanato nel centenario della “maledetta proporzionale”: letto di procuste della dirigenza liberale e, in breve, della democrazia parlamentare, sostituita da una Camera eletta con un maggioritario debordante (due terzi dei seggi al partito che ottenesse almeno il 25% dei voti) e poi con la sostituzione della libera scelta con l’imposizione di un listone “prendere o lasciare”, confezionato dal Gran Consiglio del fascismo: uno strappo del regime statutario e un insulto alla libertà dei cittadini.
Il ruolo della Massoneria
A quel punto era venuto meno uno dei volani della democrazia liberale sorta in Italia con l’unità e sopravvissuta agli sconquassi della Grande Guerra: la massoneria. Poiché nella narrazione e nelle cronache odierne questa viene identificata con “logge deviate” ed è considerata sinonimo di intrallazzo, se non addirittura di malavita, è bene ricordare che essa diede alla storia della Nuova Italia quattro presidenti del Consiglio (Agostino Depretis, Francesco Crispi, Giuseppe Zanardelli e Sandrino Fortis), centinaia di ministri eccellenti, deputati, senatori e una miriade di docenti, professionisti artisti, letterati (bastino i nomi di Carducci, Pascoli e Quasimodo), prefetti, militari (inclusi primi aiutanti di campo del re), scienziati, magistrati e via continuando: tutti accomunati dal proposito di accelerare la modernizzazione di un Paese che era rimasto per secoli sotto dominio straniero ed era ancora condizionato da un clero impermeabile agli spiriti che avevano innovato la Chiesa in Belgio, Francia, Germania. L’Italia era un Paese “difficile”, con faglie enormi. Basti ricordare la scomunica dei “modernisti” da parte di un pontefice per molti versi innovativo, quale Pio X e i tormenti di Antonio Fogazzaro (1842-1911: se ne rileggano “Piccolo mondo antico” e “Il santo”), di don Romolo Murri e di Ernesto Bonaiuti.
La Libera Muratorìa (sinonimo di massoneria) italiana sconcerta lo storico poiché essa fu fautrice del suffragio universale, nonostante l’avvento del voto di massa mal si conciliasse con il ruolo di una élite. Eppure grandi maestri come Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan scommisero sul futuro nel solco di Giuseppe Mazzini, in sintonia con il pragmatico Giolitti: provare e vedere, coniugando prudenza e sperimentazione.
Patrioti col grembiulino
La capacità dei massoni nostrani di guardare al futuro, anche a prezzo della vita, è documentata dal denso saggio su “La Loggia Garibaldi-Pisacane di Ponza-Hod” (ed. Pontecorboli), scritta da Carlo Ricotti, docente alla Luiss Guido Carli di Roma, morto lo scorso 16 maggio, e curata dal venerabile dell’Officina, Alfonso Sestito. È il racconto dell’impresa avviata da Domizio Torrigiani, gran maestro del Grande Oriente dal 1919, nel 1927 condannato al confino di Polizia (prima a Lipari, poi a Ponza), promotore della Loggia clandestina “Carlo Pisacane”, comprendente liberali, repubblicani, socialisti, comunisti… un ventaglio di patrioti, molti dei quali furono poi attivi nella lotta di liberazione (1943-1944), imprigionati, torturati nella prigione di via Tasso a Roma, assassinati alle Fosse Ardeatine: Placido Martini, Silvio Campanile, Carlo Zaccagnini. Giovanni Rampulla, Carlo Avolio, Giuseppe Celani, Fiorino Fiorini. Di quella loggia fece parte anche il generale Roberto Bencivenga, già tra i principali ufficiali di Luigi Cadorna, storico militare e comandante del Comitato di Liberazione Nazionale sino all’arrivo degli anglo-americani in Roma. Tra i suoi affiliati vi fu anche Domenico Rittà (1874-1944) di Monteu Roero, condannato al confino a Ponza quale esponente di un gruppo social-democratico che diffondeva ad Alba, Sinio, Canale un foglio modesto ma fastidioso per il regime di partito unico: l’“Altoparlante”. Erano uomini usi a capire che ogni torre è fatta di mattoni, uno sull’altro e la Piramide poggia sulla base.
L’intreccio fra minoranze colte, dedite agli ideali di Patria e di affratellamento tra le nazioni, va ricordato mentre si discute di legge elettorale, senza dimenticare che le riforme devono servire al paese e non alle fazioni. Ma quanto faticano a capirlo i capi-partito? Eppure questa è la voce che sale dalle “piazze”: non solo da quelle “piene”, ma soprattutto da quelle “vuote”, dalla maggioranza di cittadini che non segue più le cronache dei “Palazzi” e riscopre riti antichi, come il presepe. Agogna a quiete e raccoglimento.
Perciò mai come quest’anno anche l’Italia ha ansia di un Natale tranquillo. Oltralpe infuria il caos, dall’Inghilterra, in piena Brexit e deflagrazione del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, alla Francia, dalla Catalogna alla Germania dilaniata da opposti estremismi. È l’ora della politica grande e di lungo respiro. L’alternativa è l’implosione della democrazia parlamentare. Quod non est in votis…, dato il prezzo pagato dagli italiani per l’unificazione nazionale e per la riconquista delle libertà garantite dalla Costituzione nel solco dello Statuto Albertino.
Aldo A. Mola

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