
Esistono delitti che scuotono l’opinione pubblica, e poi esistono tragedie che vanno oltre perfino la capacità di comprendere il male. La vicenda della piccola Beatrice, la bambina di appena due anni trovata morta a Bordighera e al centro di una inchiesta che ogni giorno assume contorni sempre più agghiaccianti, appartiene purtroppo a questa seconda categoria. L’arresto di Manuel Iannuzzi, compagno della madre della bambina, accusato di maltrattamenti aggravati dalla morte della piccola, ha aperto uno squarcio terribile su una realtà fatta di violenze domestiche, sopraffazioni e crudeltà che si sarebbero consumate tra le mura di una casa. Le immagini sequestrate dagli investigatori nei telefoni cellulari dell’uomo – fotografie della bambina con il volto tumefatto, segni evidenti di pestaggi, video nei quali la piccola viene costretta a fumare mentre gli adulti ridono delle sue lacrime – rappresentano qualcosa che va oltre la cronaca giudiziaria. Raccontano una forma di disumanità che lascia sgomenti. E ancora più sconvolgente è il fatto che tutto questo sarebbe stato documentato dagli stessi protagonisti di quelle violenze, quasi in una sorta di normalizzazione dell’orrore.
Le indagini coordinate dalla Procura di Imperia stanno progressivamente ricostruendo un quadro accusatorio pesantissimo. L’autopsia ha evidenziato lesioni diffuse e un grave trauma cranico incompatibile con le prime versioni fornite dalla madre. Le testimonianze delle sorelline della vittima, affidate nel frattempo a una struttura protetta, hanno contribuito a smontare quella che gli investigatori ritengono una messa in scena costruita per depistare le indagini. Secondo quanto emerso, la bambina sarebbe morta nella casa di Perinaldo dove viveva il compagno della madre e sarebbe stata successivamente trasportata a Bordighera quando ormai era già senza vita. Particolarmente inquietanti risultano i racconti delle altre bambine, che avrebbero riferito episodi di violenza sistematica e persino tentativi improvvisati di “farla riprendere” dopo il malore senza ricorrere immediatamente ai soccorsi. Sono dettagli che fanno rabbrividire e che rendono ancora più drammatica la dimensione di questa vicenda.

Ma oltre la cronaca giudiziaria resta una domanda più profonda che riguarda l’intera società. Come è possibile che una bambina di due anni possa vivere in un contesto di presunti maltrattamenti continuati senza che nessuno riesca a intervenire in tempo? Dove si interrompe la catena della protezione dell’infanzia? Perché troppo spesso i segnali di sofferenza dei minori restano invisibili fino a quando accade l’irreparabile? Certamente sarà la magistratura a stabilire responsabilità individuali e verità processuali. Ma casi come quello di Bordighera impongono una riflessione che va oltre il processo. Negli ultimi anni le cronache italiane hanno registrato un numero impressionante di bambini vittime di violenze domestiche, maltrattamenti, incuria o addirittura omicidi consumati proprio all’interno di quello che dovrebbe essere il luogo più sicuro della loro esistenza: la famiglia. Un fenomeno che interroga non soltanto la giustizia ma anche i servizi sociali, le istituzioni, le comunità locali e perfino la cultura collettiva del nostro tempo.
La verità più dolorosa è forse proprio questa: quando un bambino viene ucciso o torturato dentro casa, falliscono contemporaneamente più livelli di protezione. Fallisce chi compie la violenza, naturalmente. Ma fallisce anche un sistema che non riesce a intercettare per tempo il disagio, la crudeltà o la pericolosità di certi contesti familiari. E nel caso di Beatrice l’orrore assume una dimensione ancora più devastante perché emerge attraverso immagini, fotografie e video che documenterebbero non un gesto improvviso, ma un clima continuativo di vessazioni e sofferenze. È questo che rende la vicenda di Bordighera particolarmente abominevole. Non la brutalità di un singolo istante, ma il sospetto di una sofferenza quotidiana consumata nell’indifferenza degli adulti che avrebbero dovuto proteggerla. Di fronte a tutto questo la politica, i tribunali e i commentatori dovrebbero forse parlare meno e riflettere di più. Perché ogni volta che un bambino muore in questo modo, non è soltanto una famiglia a essere travolta dalla tragedia. È la coscienza stessa di una società civile che viene chiamata a rispondere delle proprie omissioni.
Cesare Mannucci

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