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Bonannini: Una rete in fibra ottica in mano pubblica e maggior impulso all’Agenda Digitale le premesse per la crescita

di Vincenzo Caciulli | 2 Maggio 2017

Ingegnere, dal 2010 amministratore delegato di Interoute Italia filiale della holding inglese che controlla dorsali di fibra ottica in Europa e non solo.  Da pochi giorni responsabile del progetto Open Hub Med che riguarda tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, Simone Bonannini cerca, da sempre, di attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica sui ritardi e le criticità del nostro paese in tema di banda larga e di Agenda digitale. Argomenti che sono presenti nei programmi di tutti i governi che si sono succeduti recentemente ma che non sembrano avere attenzione e svolgimento lineare. Cominciamo dal primo argomento, quello della rete nazionale di Tlc. Con la scelta di coinvolgere Enel e la creazione della nuova società Open fiber, il governo ha dato una risposta definitiva all’esigenza di creare una rete pubblica in fibra ottica?

Diciamo che il governo Renzi ha seguito “buoni suggerimenti”. Nel programma delle primarie 2012 Renzi aveva inserito un riferimento chiaro su cosa fosse necessario al paese in termini di rete pubblica a banda larga (Realizzazione di un Next Generation Network NGN messo a disposizione di tutti gli operatori di telecomunicazioni a parità’ di condizioni tecniche ed economiche e di proprietà’ di un soggetto esclusivamente pubblico senza fine di lucro e non scalabile promosso da Cassa Depositi e Prestiti). Un concetto a me molto caro. Purtroppo, come capita, le buone idee sono poi messe in pratica in maniera non perfetta, in particolare quando grandi interessi sono in gioco. La privatizzazione di Telecom Italia è stata un disastro. Alienare un bene dello Stato senza separarne la parte di monopolio naturale (la rete), è stato il più’ grosso errore industriale degli ultimi venti anni. Tant’è che non si è ripetuto per il gas, l’energia elettrica o le ferrovie. Oggi ci ritroviamo con un soggetto che negli ultimi venti anni ha agito da arbitro e giocatore, ma soprattutto ha frenato lo sviluppo di nuove infrastrutture ed è passato di mano in mano (anche straniera come oggi) distruggendo valore.

Un soggetto che, tra l’altro, per chiaro interesse, ha frenato anche l’evoluzione tecnologica.

Da almeno 6-7 anni era chiaro che ci trovavamo di fronte ad un cambio tecnologico nel passaggio ormai obbligato dal rame alla fibra. E’ nel 2012 che potevamo finalmente correggere l’errore e creare una rete pubblica in fibra ottica da poter essere messa a disposizione di tutti gli operatori che volevano competere. Questo avrebbe riportato un monopolio naturale nelle mani dello Stato e avrebbe garantito una vera concorrenza e un vero sviluppo sui servizi. Senza contare che avremmo avuto un paese all’avanguardia in Europa colmando lo svantaggio che ormai stava sempre più’ diventando evidente. Gli altri paesi europei, grazie allo sviluppo della tv via cavo, hanno portato già la fibra ottica fino a casa dell’utente. Il cavidotto, parte più’ costosa e di difficile realizzazione, era già’ presente. In Italia questo non è accaduto e, di conseguenza, in un’economia sempre più’ digitale, ci troviamo ancora a inseguire invece di essere pionieri.

Tu hai cominciato a batterti fin da allora per la rete pubblica in fibra.

Sono stato deriso. Mi si diceva che il rame bastava, che le cose come stavano andavano più’ che bene. Nel frattempo i report europei ci declassavano di anno in anno. Finalmente nel 2015 un po’ di attenzione è arrivata. L’idea annunciata da Renzi si è scontrata con le pressioni dei grandi interessi privati ed, ovviamente, il piano si è modificato.  Enel è scesa in campo e il progetto Open fiber è partito purtroppo con lo stravolgimento di alcuni principi fondamentali. Il soggetto non è interamente pubblico, quindi auspico in un prossimo futuro una sempre minore presenza di Enel.  Oltretutto sembra che l’infrastruttura non rimarrà’ passiva (spenta) ma che ci sia la tentazione di accenderla. Questo porterebbe di nuovo a una distorsione del mercato, un nuovo arbitro che gioca. La cosa più divertente in questi ultimi 3-4 anni è stato vedere come chi diceva che la fibra non serviva ora corre per guadagnare posizioni e pubblicizza e realizza importanti progetti di cablaggio. Del resto, è chiaro ed evidente, che non potranno coesistere due infrastrutture in fibra. Di conseguenza chi prima arriva in un’area ne sarà il soggetto dominante per molti anni. Ecco perché vorrei che arrivasse ovunque per primo un soggetto pubblico e che ci fosse omogeneità’ su tutto il territorio nazionale.  Tra pochi mesi andremo a elezioni. Mi auguro che, qualunque esso sia, il nuovo Governo duri cinque anni e che su questo tema ci sia totale convergenza di vedute tra Governo e opposizione. Un monopolio naturale deve essere pubblico. Molte infrastrutture negli anni sono state realizzate dalle società’ municipalizzate con denaro pubblico. Sono state create delle controllate di scopo che hanno solo favorito la nascita di piccoli monopoli locali e la produzione di poltrone. Potrei citarne una per provincia. Occorre smantellare tutto quest’apparato e far confluire tutte le infrastrutture nel nuovo soggetto pubblico. Questo peraltro avrebbe un notevole impatto sull’opinione pubblica per il politico coraggioso che ne fosse promotore.

E diviene fondamentale la velocità di attuazione delle politiche pubbliche.

Sì. Si deve procedere velocemente, perché abbiamo perso altri cinque anni.  Chi mi derideva oggi usa parole di entusiasmo per le reti in fibra che definiranno le “magnifiche sorti e progressive” del Paese. I nostri partner, ma anche competitors, europei come Germania e Francia si sono mossi seguendo una ben definita strategia che non si è limitata ai mercati domestici avendo ben compreso l’importanza di presidiare mercati che alla fine emergeranno.  L’infrastruttura di larga banda ha risvolti sociali di enorme importanza. Le nostre grandi città’ sono diventate invivibili, congestionate. I nostri borghi deserti e spopolati. Le periferie s’imbruttiscono e crescono nel degrado. Avere connettività’ nel paesino di provincia consente il ripopolarsi e il formarsi di micro economie ormai scomparse per mancanza dei consumi. Significa ridurre spostamenti e inquinamento, significa vicinanza dei figli ai genitori sempre più anziani. Significa migliorare la qualità’ della vita e attrarre turismo, investimenti. Le ricadute in termini di risparmio e di crescita di PIL e occupazione sono così’ evidenti che non capisco perché i politici anziché parlare di legge elettorale non parlino di come ridisegnare un paese perché torni leader nei prossimi 10 anni. Come l’hanno reso leader i nostri nonni nel secondo dopoguerra. Questo è un modello e un progetto che immediatamente dobbiamo esportare nei paesi che si affacciano sul mare nostrum. E’ un modello di sviluppo e di creazione di opportunità e lavoro che sono l’unico rimedio per fermare un flusso migratorio altrimenti inarrestabile. Il tutto però deve essere guidato da un interesse comune e non da un interesse di pochi che si preoccupano solo di mantenere posizioni di rendita.

Secondo tema: l’Agenda digitale. Dalla crescita digitale ci si aspetta molto in termini di sviluppo e d’incremento del PIL, di migliori rapporti tra cittadino e burocrazia. Ci sono stati più responsabili dell’agenzia nazionale e lanciati più progetti senza che si registrino, almeno nelle classifiche internazionali, significativi passi in avanti. Qual è la reale situazione italiana?

L’Agenda Digitale è tema ricorrente in tutti i dibattiti legati allo sviluppo tecnologico del paese dal 2012, anno della sua “creazione”. Nonostante gli sforzi della politica e dei vari “Digital Champion” che si sono succeduti (da Caio a Luna, ora Piacentini) l’Italia ancora arranca nelle classifiche Europee. E’ 26esima su ventinove Paesi europei nell’ultima classifica del DESI 2017 ( l’indice della Commissione Europea che misura i progressi dei Paesi europei nella digitalizzazione dell’economia e della società). Questo significa che In Italia non siamo riusciti ad innescare quel circolo virtuoso in cui crescita economica, industriale ma anche sociale e innovazione diventano un unico processo. Serve più collaborazione tra pubblico e privato, serve investire in competenze digitali, serve semplificare e accelerare la burocrazia. E, ovviamente, serve la larga banda, ovunque e per tutti. Senza l’abilitatore infrastrutturale non è possibile raggiungere nemmeno gli altri obiettivi principali dell’AD, le cosiddette piattaforme abilitanti (ad esempio la fatturazione elettronica) o i programmi di accelerazione che dovrebbero spingere la crescita digitale, come ad esempio “Italia login”, il punto unico di accesso ai servizi della PA o le comunità intelligenti (smart communities). Servono le infrastrutture e serve la volontà politica di attuare gli obiettivi annunciati. Secondo l’Istat (2016) l’eventuale copertura totale della banda ultralarga porterebbe a un aumento del valore aggiunto pari al 23% nei servizi di mercato, all’11% nelle costruzioni e al 9% nel commercio e nell’industria in senso stretto. Secondo le stime dell’Osservatorio Agenda digitale della School of Management del Politecnico di Milano, il ritardo nell’attuazione dell’Agenda digitale costa 1 miliardo di euro al mese in termini di risparmi mancati della PA. Per non parlare dei benefici alle imprese! Il resto del mondo non aspetta. Dobbiamo fare cose semplici e che funzionano. Altrimenti nessuno le usa e si crea distanza. Non vedo applicazione di questa filosofia. Sapete, infatti, il vero motivo di successo di Google che nessuno mai cita? E’ semplice, una fascia in cui inserire del testo in mezzo ad una pagina bianca, e funziona, da risposte veloci ed efficaci. Quando vado sui siti della PA, stento a capire come devo muovermi per avere il servizio che cerco. O sono duro io, può’ essere, o sono fatti mali i portali. Questo crea distanza e mancato utilizzo. Sembra che ci divertiamo a burocratizzare le interfacce web.

Dal suo punto di vista di manager di una multinazionale come giudica il momento del nostro paese? Cosa ci serve per tornare a crescere e creare benessere?

Credo che manchi un progetto di paese. Un politico che voglia definirsi statista deve pensare al futuro del proprio paese, deve pensare ai prossimi 20 anni e non ai prossimi 6 mesi. De Gasperi e Mattei guardavano lontano quando, nonostante molte pressioni internazionali, decisero di dare indipendenza energetica al paese favorendo il boom economico degli anni ’60. Lavorando in Interoute ho la possibilità’ di avere un osservatorio privilegiato sulle telecomunicazioni e vedere che cosa si fa nel resto del mondo, come si muovono gli incumbents e i new comers, quali sono le loro strategie e come sono supportati dai governi nazionali. I cinesi da almeno tredici anni stanno infrastrutturando l’Africa da est e iniziano a farlo anche da nord. Francesi e tedeschi stanno presidiando il Mediterraneo. I primi sfruttando le ex colonie e l’Italia, i secondi attraverso la via balcanica e la Grecia. Gli americani lavorano sul controllo del dato e sul suo immagazzinamento (storage) a livello planetario. Noi stiamo a guardare. A mio avviso per totale incompetenza e non capendo che quello che l’energia ha rappresentato per lo sviluppo industriale del dopoguerra è, oggi, rappresentato dalle infrastrutture di telecomunicazioni. Un paese che vive e vivrà’ sempre di più’ di know how e di brevetti, di made in Italy, non può’ non avere una indipendenza infrastrutturale nel senso più’ ampio. Indipendenza e controllo atti a garantire sicurezza, protezione e fruibilità’ dei dati. Noi?

 

 Vincenzo Caciulli

Pubblicato in : EditorialeTag: amministratore delegato, anni, anziani, brevetti, commissione, commissione europea, de gasperi, deriso, disposizione, elezioni, euro, europa, fatturazione elettronica, francia, futuro, genitori, germania, governo, grecia, importanza, italia, lavoro, legge elettorale, mare, mercati

Info Vincenzo Caciulli

Vincenzo Caciulli. Dottore di ricerca in Crisi e trasformazione sociale si è occupato a lungo di ricerca storica e sociale presso università italiane e straniere. E’ stato consigliere regionale e membro dell’Autorità per le Comunicazioni della Toscana. Da oltre dieci anni lavora nella comunicazione con esperienze di amministrazione di società editoriali. Collabora con vari periodici tradizionali e online. Fa parte della Direzione nazionale del PSI.

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