Tra uragani “lontani” e
“bombe d’acqua” locali, sta di fatto che la nostra quotidianità, essenzialmente
urbana, è stravolta. In questa stagione, per noi mediterranei in modo
particolare, la situazione si è fatta più precaria e pericolosa. Prerogativa –
quest’ultima – dovuta essenzialmente al fatto che non siamo preparati
collettivamente (infrastrutture) e individualmente (abitudini).
A Firenze si può anche dare la responsabilità
alla mancata pulizia delle caditoie (che sicuramente ha la sua incidenza), ma
limitarsi a questo crediamo sia riduttivo. Come sarebbe riduttivo, quando
cascano gli alberi, prendersela su chi li ha poco curati o chi, per principio
tutto da verificare e/o per moda, fa di tutto per impedire che siano tagliati e
rinnovati (vanno compresi, ché possono anche essere innocui…). Certo, queste
cure dell’ambiente urbano sono importanti ed è bene che siano fatte, come è
bene ricordare le carenze in materia da parte dell’amministrazione, ma non
basta. Il nostro mondo, il nostro ambiente è cambiato in modo profondo, ma
altrettanta profondità non rileviamo da parte di chi dovrebbe far sì che i
nostri ambienti urbani siano funzionali alle nostre esigenze… così come
altrettanta profondità non utilizziamo – individualmente – per i nostri
comportamenti urbani.
Le città sono concepite, costruite, mantenute e
rinnovate in modo che siano funzionali nel nostro rapporto con l’ambiente. É
questo il motivo per cui le città non hanno senso senza reti idriche,
energetiche, telematiche, viarie, etc. Ce l’hanno insegnato i Romani e la loro
eredità ha fatto il giro del mondo. Ma sembra, A.D. 2019, che l’ambiente su cui
si sono basate le città è cambiato e si stia modificando in modo veloce grazie
alle incurie e superficialità che i “padroni umani” perseguono quotidianamente.
A livello teorico sono in diversi a riconoscerlo, ma a livello pratico, tra
ideologie e politiche e risentimenti, si ha l’impressione che siamo fermi fino
a quando, e quando reagiscono accade in modo spesso limitato, ci viene sbattuta
in faccia una realtà disastrosa: e questo vale per le strade urbane di Firenze
e di qualunque altra città che in occasione delle “bombe d’acqua” diventano
torrenti e fiumi in piena senza “ponti” e “argini” per
consentirne la gestione, così come il fuoco
della foresta dell’Amazzonia, della zona congolese dell’Africa o delle zone
della Siberia, con il corollario di incendi e allagamenti apparentemente
marginali, ma che se prendiamo un qualunque bollettino dei vigili del fuoco di
una qualunque città o Paese, ci fa venire i brividi.
Le nostre abitudini, di conseguenza, sono
armonizzate al nostro assetto urbano. Quanto quest’ultimo si deteriora o
crolla, noi siamo vittime. Per alcune cose cominciamo a capirlo.
Per esempio: una volta avere l’aria condizionata
(ufficio e soprattutto casa) era considerata roba da ricchi viziosi e
insofferenti visto il clima mediamente temperato (anche nelle stagioni più
calde) in cui vivevamo e il brevissimo uso stagionale che si sarebbe dovuto
fare di questi apparecchi; oggi questo clima temperato è sempre meno tale, in
modo particolare nei contesti più vetusti (per età umana e strutturale), e non
avere l’aria condizionata (o meglio: impianti di condizionamento che svolgono
la doppia funzione di caldo e freddo in base alle nostre scelte) è diventa una
scelta masochistica, di auto-tortura; le leggi in merito favoriscono queste
scelte (agevolazioni fiscali per tutte le forme di condizionamento), ma
culturalmente e strutturalmente siamo ancora lontani da un fabbisogno
soddisfacente.
Da questo esempio si può dedurre quello che
dovrebbe essere il nostro approccio alle mutate condizioni: foss’anche rifare
tutte le caditoie che ad oggi, tra scarsa pulizia e funzionalità di per sé,
sono insufficienti alla bisogna; foss’anche la nostra scelta individuale di
mezzi di locomozione che non creino problemi alla più precaria mobilità e
urbanità dei nostri centri; foss’anche le nostre abitudini di non concentrarsi
in orari canonici per i nostri acquisti (orari dei negozi liberi, ovviamente),
avendo la possibilità di farli senza il mezzo privato di trasporto; foss’anche
l’arredo e la manutenzione delle nostre case e dei nostri uffici in modo
funzionale ad un ambiente più ostile (non diciamo di attrezzarci, per esempio,
come in Canada per freddo, caldo, nostri comportamenti e nostre dimore… ma
l’esempio rende il concetto). Tutto questo, e altro, in un contesto in cui la
nostra città ci consente di farlo perché essa è altrettanto per noi quando
usciamo
di casa o dall’ufficio.
Noi non siamo urbanisti, edili e amministratori.
Siamo “solo” cittadini che consumano e usano i servizi. Per questo evidenziamo
una tendenza in atto e ci rivolgiamo a chi abbiamo politicamente scelto e a chi
possiamo professionalmente scegliere. Spetterebbe a loro dare risposte e
possibilità a queste nostre esigenze di non dover vivere in un disagio
crescente.
Vincenzo
Donvito, presidente Aduc

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