
Berlino, nelle due settimane precedenti il voto europeo, è stata la capitale del sindacato mondiale. Tra il 15 ed il 17 maggio ha ospitato la IX° conferenza dell’Università del Lavoro Globale (GLU) incentrata su “ Cause, effetti e risposte all’Ineguaglianza tra e nelle Nazioni”. Poi il 18, nella capitale tedesca si sono ritrovati 1200 delegati per il 3 Congresso del Sindacato mondiale. Dulcis in fundo o in cauda venenum, tra il 23 ed il 25 c’è stato il workshop aperto dei social network Labourstart e Unionbook di Lee. Avrebbero dovuto essere dieci giorni di fuoco tanto più che i socialisti europei proponevano come leader, loro e del continente, proprio un esponente di casa, il tedesco Schultz. Ha prevalso invece l’atmosfera tranquilla di una calma capitale di un placido paese dove le elezioni in corso quasi non si respiravano, ricordate con discrezione solo da pochi e persi manifesti elettorali. Come ha ricordato Michael Braun, corrispondente da Roma della berlinese Tageszeitung, “In Europa, tra il populismo destro del Nord ed il massimalismo del Sud, la Germania è un’isola a parte, dove malgrado difficoltà e lavoro poco retribuito, l’85% della popolazione è soddisfatta”. Braun è il referente romano della fondazione Ebert, espressione dei Comitati di sorveglianza e dell’Spd tedeschi. La fondazione è presente anche al comando dell’Università Global Labour, i cui master per sindacalisti, soprattutto dell’ex terzo mondo, vengono organizzati da un network di istituti, fondazioni e sindacati di Germania, Brasile, India, Sudafrica e Usa. A gestire il Glu, assieme alla Ebert, c’è un pool di colossi sindacali – il tedesco Dgb, l’AFL-CIO Usa (56 union nazionali ed internazionali dell’American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations), le categorie di IndustriAll, il CUT brasiliano; l’AITUC indiano; il COSATU sudafricano. Con loro le università Penn, Usa; Tata indiana di Mumbai, Witwatersrand sudafricana, la brasiliana Estadual de Campinas di San Paolo, la tedesca Kassel nonchè l’agenzia Onu per il lavoro Ilo. Precedendo il congresso mondiale effettivo, GLU ha messo insieme una sorta di direttorio dei sindacati più potenti al mondo, assieme al TUAC (Comitato Consultivo Sindacale Ocse), alle Ong sui diritti umani (Human Rights Watch ed il russo Trudprava), alla London School of Economics, ed altri fior da fiore, come il potente sindacato tedesco dei servizi Ver.Di, inclusa un’italiana, Rosa Pavanelli, figlia di un leader Cgil, che da novembre 2012 con il 72% dei voti è stata eletta segretaria generale del Psi, sindacato del pubblico impiego mondiale. Esclusi i sindacati più numerosi come il russo ed il cinese. La coniugazione di quella che fu “la ricchezza delle nazioni”, con la diseguaglianza delle stesse ha portato quest’elite ristretta a interrogarsi su grandi temi mondiali, dai casi finanziari tedesco, brasiliano, argentino e indiano ai miti e realtà della green economy, fino a deregulation e questione femminile in Africa. Grandi questioni difficili da sbrogliare, soprattutto in presenza di diverse contraddizioni. La prima riguarda il settore bancario e finanziario, considerato, nell’opinione comune, responsabile della crisi del 2008. Ciò rende responsabili gli stessi lavoratori delle banche, della finanza e delle tecnologie che partecipano all’inesauribile sviluppo del banking mondiale. Le tre principali banche Usa che nel 2008 detenevano $47 mila miliardi di derivati, da fine 2013 ne hanno più di 60 mila. Se si esclude il finanziamento del debito pubblico dei governi, la finanza per motivi naturali di profitto si orienta verso strutturati e derivati dove i primi mescolano derivati con titoli meno profittevoli. In pochi anni la finanza è arrivata a doppiare l’economia reale di 7 volte, nel 2012, poi di 9 volte, ed ora, secondo alcuni, di 14 volte. Solo questa massa finanziaria permette a quello che era il terzo mondo di diventare il neomondo dello sviluppo. Ecco allora la seconda contraddizione. Peggio stanno economia reale e diritti dei lavoratori e più avanza l’area dello sviluppo economico. In questo caso banche ed Internet finanziario passerebbero da colpevoli a meritori A dimostrarlo il surplus positivo di 35 milioni di posti di lavoro nel mondo, registrato tra il 2009 ed il 2014, che comunque resta ben poca cosa rispetto all’aumento del Pil mondiale del 3% (5% fino al 2010). In questa fase la Cina è divenuta la prima economia del mondo. Ora il trend presentato dall’Ilo, per il lustro 2014-19, prevede il precipizio cinese (da 6 milioni di nuovi posti di lavoro a soli 1,8), il rallentamento sudamericano (da 6 a 4,6) lo stop russo (da 1,5 milioni a zero) mentre evidenzia la corsa dell’Africa (da 11 a 12,5), dell’India (da 10 a 12) per non parlare del raddoppio occidentale (da 1,6 a 2,3). A parte lo spirito evidentemente di parte che sanziona Russia e Cina ed offre speranze a Ue ed Usa, il surplus occupazionale sarebbe ancora più magro, ca. 30 milioni di nuovi posti di lavoro, tutti concentrati in quelle aree del pianeta che la solidarietà internazionale pretende di far aiutare dalle regioni mondiali in decrescita. Qui arriva l’altra contraddizione, la più amara per il sindacato. Quello che era il terzo mondo, e di cui il sindacato tratta sempre come fosse povero mondo, da accudire con cooperazione e solidarietà, è in realtà un insieme di macroregioni in crescita di profitti e lavoro, con nullo o scarso welfare. La sua crescita, che non può essere disturbata, vuoi per ragioni di profitto, vuoi per solidarietà, sta minando il ruolo del sindacato in ogni dove, trasformandolo in una neutra agenzia internazionale governativa che registra e si rammarica ma non interviene. La grande immigrazione nordafricana, rivolta verso l’Europa, a guardare i trend di crescita dovrebbe rivolgersi verso l’Africa nera. In realtà la finanza sta livellando la disuguaglianza tra i paesi ma la ingigantisce al loro interno. Gli interessi dei lavoratori, intesi come grande ceto medio, divergono da quelli delle agenzie governative e non, delle associazioni per i diritti umani, delle università, dei piani di gestione rivolti all’infinito aumento della produttività, dello sviluppo tecnologico di automazione industriale e sociale. L’apertura del 3° congresso della CSI, a Berlino, chiusosi il Glu, è stata animata dalla presentazione di un sondaggio commissionato dal sindacato mondiale su un campione vasto di 14 paesi, che insieme rappresentano la metà della popolazione mondiale. Quella tirata in ballo dal Glu. Secondo il sondaggio “ i lavoratori di tutto il mondo perdono fiducia nei governi nazionali che sostengono le multinazionali invece che i popoli”. L’insegnante australiana divenuta un lustro fa segretario generale, e riconfermata a Berlino, Sharan Burrow, ha colto l’occasione del sondaggio per chiedere ” un’azione coordinata che elevi gli standard di vita nel mondo. I governi sono nella morsa del potere delle imprese e abbandonano la loro gente”. Forte di 325 sindacati di 161 paesi nazionali e di 180 milioni di lavoratori iscritti, il messaggio doveva essere un tuono. C’erano però le contraddizioni di cui sopra ad abbassarne volume e portata. Fra l’altro il sondaggio antimultinazionali era a cura della società di ricerche di mercato TNS Opinion, parte della società di pubblicità Kantar, settore divisionale della WPP, la prima multinazionale al mondo nel mondo della pubblicità, delle agenzie di stampa, delle relazioni pubbliche. La Cis a sua discolpa può citare il fatto che il gruppo Wpp TNS da 60 anni fa da agenzia all’Unicef, l’Onu dei bambini. E proprio questo è il punto. Neppure l’Onu può fare a meno delle multinazionali. In un libero mercato, figuriamoci che possa farne a meno il sindacato. Per molti lavoratori lo stesso sindacato è una multinazionale, un pò pubblica, un pò privata, un pò meritocratica, un pò ereditaria.
Non c’è da meravigliarsi se nell’anno della grande kermesse europea dei sindacati del mondo, i socialisti europei abbiano preso alle concomitanti elezioni la peggiore scoppola della loro storia. Quanto all’Italia, la sinistra vincente si appresta a muovere contro il sindacato, in particolare quello del pubblico impiego. Peccato, ora che a guidarne le sorti mondiali era un segretario italiano per di più una donna, la bresciana biologa Pavanelli.. Il premier, si sa, avrebbe detto subito “Pavanelli chi ? chi era costui? Finchè un’assistente pietoso\a avrebbe osato correggerlo: “Chi era costei, semmai..”

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