Non siamo ingenui: sappiamo che c’è una buona dose di strumentalità nella iniziativa sui referendum che si accingono a promuovere radicali e Lega in tema di giustizia. C’è la consueta voglia dei primi di sorprendere con trovate ad effetto e c’è l’attivismo propagandistico di Salvini ancor più stimolato dal fiato sul collo di Giorgia Meloni data dai sondaggi ad una spanna dalla Lega, dopo che quest’ultima aveva dominato i pronostici per due anni e raggiunto il 33% dei voti effettivi alle ultime elezioni per il parlamento europeo (anno 2019).
Ma il fatto è che la Giustizia è la grande malata del sistema Italia. Paralizzata da sordidi conflitti interni dopo che per anni ha rappresentato il potere egemone e incontrollato. Incapace di autoriformarsi e, soprattutto, sordo all’evidenza che ne reclama da tempo una radicale riforma. Peggio ancora: nessuna speranza può essere riposta nel Parlamento, incapace e atterrito dal potere straripante che esso stesso ha lasciato nelle mani dei magistrati.
Dunque, che per risolvere un problema incancrenito da decenni di ignavia della politica e di complice omertà della stragrande maggioranza della stampa ci si appelli direttamente agli elettori, è una fortunata opportunità. Lo sarebbe anche se ci fossero altri e diversi obbiettivi nascosti da parte di chi si accinge a dare vita alla iniziativa referendaria. Ed è una opportunità che ci dovremmo impegnare tutti a cogliere. Anzi è il solo modo perché, finalmente se ne possa discutere e forse anche decidere. E’ giusto che lo facciano direttamente gli elettori, dopo che i suoi rappresentanti hanno dimostrato per decenni di non sapere o volere occuparsene. Tra le questioni irrisolte della giustizia, le più antiche sono la finzione dell’obbligatorietà dell’azione penale e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Altre si sono aggiunte via via: la prescrizione abolita dal ministro Bonafede, certe incongruenze della legge Severino, le troppe forzature a danno dei diritti dei cittadini e degli imputati. Probabilmente non sarà possibile risolverle tutte a colpi di referendum. Ma sarebbe sufficiente dare qualche segnale di inversione di tendenza e di riaffermazione dei diritti e delle garanzie. Se per farlo sarà necessario marciare per un po’ a fianco di Salvini (che non è il nostro preferito), chissenefrega. La parola sarà data direttamente ai cittadini. E, in questi casi, giustamente, le appartenenze di partito, vivaddio, non contano.
Nicola Cariglia

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